Planata leggera su “La trinità bantu”. Svizzera e immigrazione tra le righe di Lobe

Il romanzo di Max Lobe “La trinità bantu” è una favola interculturale a lieto fine.

I suoi personaggi, in un certo qual modo, appaiono bidimensionali o caricaturali, pur restando impressi nella mente, a lettura ultimata, forse per la scelta dell’autore di selezionare un parterre tipologico ben noto e stereotipizzato: il protagonista è un ragazzo nero alle prese con le difficoltà della ricerca di un lavoro degno dei suoi studi e dei pregiudizi per il suo status di straniero.

Arrivato a casa, telefono a mia madre, In realtà, non so bene che cosa dirle. Di sicuro non le chiederò di inviarmi un po’ di gombo laggiù. Sarebbe una vergogna. Non le confesserò neppure che nei prossimi giorni io e il mio ragazzo sopravviveremo grazie alle provviste che mi ha spedito dal paese! Sarebbe il fratello maggiore della vergogna!…Dovrò mentire. Sarà meglio per tutti. Le dirò che qui va tutto bene. Che sono felice. Anzi, molto felice”.

Attorno al giovane Noel troviamo il suo compagno di vita, di buona famiglia elvetica con mentalità elvetica; sua sorella Kosambela, donna delle pulizie tradizionalista; sua madre, catapultata in Elvezia per problemi seri di salute, molto devota alle sue divinità protettrici bantu; la signora Bauer, responsabile del suo stage, donna agée con alle spalle una lunga carriera di contestazioni e battaglie ideologiche; l’impiegata del Centro per l’impiego, impassibile burocrate.

Sullo sfondo un’Elvezia in cui si diffondono movimenti nazionalisti contro gli immigrati. Costoro vengono immortalati su un volantino come “pecore nere” da espellere dal gregge bianco. Sono percepiti come elementi diversi, disturbanti.

Lobe si è ispirato ai manifesti anti-immigrazione comparsi in Svizzera a più riprese a partire dal 2010 e recanti l’immagine di una pecorella nera respinta da tre candide pecorelle al di fuori di un recinto colorato di rosso come la bandiera nazionale. Non proprio un benvenuto per i migranti, né un vanto per gli svizzeri. Si tratta, va sottolineato, di una campagna politica di una compagine di estrema destra che non rappresenta il sentire dell’intera popolazione. Possiamo parlare di razzismo in Svizzera? Human Rights segnala 572 casi di discriminazione razziale nel 2020, dato in crescita rispetto agli anni immediatamente precedenti (cf. http://www.rsi.ch, “Episodi di razzismo in aumento”, 27/04/2020).

Il manifesto della discordia è sulla bocca di tutti. Lo si mangia in tutte le salse. C’è chi dice di non vedervi niente di male. È soltanto un’espressione di uso comune, affermano. Una pecora nera è semplicemente una persona più o meno diversa dai suoi congeneri. Nient’altro. C’è chi invece sostiene che contenga una flagrante espressione di disciminazione nei confronti degli stranieri. Su questo argomento, tutti i colpi sono permessi”.

Un quarto della popolazione in Svizzera è straniero, ossia due milioni di persone per lo più d’origine europea: italiani, tedeschi, francesi e portoghesi, kosovari, serbi e austriaci. Ci sono anche turchi e cinesi, eritrei e somali, tunisini e siriani, brasiliani e dominicani.

È probabile che l’immigrazione illegale abbia portato con sé una diffidenza generalizzata verso chi è percepito come straniero per il colore della pelle o la lingua parlata. In effetti in Italia se ne parla poco se non nelle aree interessate, ma la rotta alpina costituisce un passaggio frequentato dai molti migranti che, in assenza di regolari documenti, tentano la strada per il ricco Paese d’oltralpe. Nel primo semestre 2021 ci sono stati mille migranti al mese individuati dalle forze dell’ordine svizzere e riportati in Italia, in Lombardia. Oltre duecento, poi, i presunti passatori fermati, ossia le persone che favoriscono questi flussi e potrebbero far parte di organizzazioni internazionali che lucrano sulle vite dei tanti disperati disposti ad un attraversamento illegale del confine (cf. “Migranti, si riapre la rotta comasca: verso la Svizzera in mille al mese”, su http://www.ilgiorno.it).

Il protagonista del romanzo è in difficoltà dopo aver perso il lavoro ma non demorde. Con sacrificio cerca un nuovo collocamento e si accontenta di uno stage retribuito presso una Organizzazione che lotta contro le discriminazioni. Si nota che non è coinvolto quanto gli altri collaboratori. Questo aspetto fa riflettere sulla cittadinanza attiva degli stranieri: quanto e come si rendono protagonisti dei cambiamenti nella terra d’arrivo? Ho sempre notato in dieci anni di lavoro nel settore immigrazione una scarsa propensione dei cittadini immigrati alla partecipazione alla vita sociale del Paese ospite. Un percorso di migrazione talvolta ha bisogno di anni per considerarsi riuscito, ed è naturale – se consideriamo questo punto di vista -, che uno straniero ripiegato su se stesso e sui bisogni essenziali dia meno importanza al volontariato e alle recriminazioni concernenti le libertà civili. Lavoro, pagamento dei debiti e soddisfacimento dei bisogni familiari sono le grandi preoccupazioni. Per di più, per bisogni familiari s’intendono le necessità della famiglia allargata che è rimasta a migliaia di chilometri, in un altro continente. Da poco c’è stata la Festa del Sacrificio per i musulmani e un’amica ha finanziato l’acquisto dell’animale da sacrificare per la grande famiglia che abita in Guinea. Di volta in volta c’è il matrimonio di un cugino, una visita medica, l’acquisto di un apparecchio tv, un dovuto al marabutto locale e così via. Il membro della famiglia residente in Europa sarà, così, di volta in volta sollecitato alla generosità, in un balletto interiore di senso di colpa se si è impossibilitati a inviare del denaro, e di fatica quando i soldi si inviano e si resta scoperti economicamente o quando si inviano avendo la sensazione di essere sfruttati. Spesso non conosciamo queste dinamiche né lo stress e i mal di pancia che procurano.

Indubbiamente di interesse, a livello stilistico, tutta una serie di espressioni proverbiali che rimandano al background culturale dell’autore, di origine camerunense. Un vero divertimento interpretare questi detti e confrontarli con i nostri. Aristotele scrisse che i proverbi sono degli “avanzi di filosofia antica”, ed in effetti comprendiamo alcuni personaggi sommariamente tratteggiati dal punto di vista fisico e caratteriale da queste espressioni. Entriamo nel loro modo di concepire il mondo, che è qualcosa che supera una descrizione, e al contempo facciamo uno sforzo di avvicinamento al personaggio traducendo con nostre immagini quelle suggerite dal suo detto popolare.

Eccone un saggio:

…è una di quelle persone che sanno che un uccello non si posa su un albero sonosciuto”

non è perché si ha fame che si va a vendere i propri denti”

la lingua che parla di altri non ha mai alcun difetto”

la capra pascola lì dov’è legata”

La mamma dice che Kosambela non perderà mai le sue maniere di guerriera bantu. La neve lava forse lo stomaco?”

Kosambela deve capire che quando non si ha un cane, si va a caccia con un capretto”

Oggi si saprà chi ha messo acqua nella noce di cocco”

Anche in secca, il fiume deve conservare il prorio nome”

Da noi si dice spesso che un fiume può fare una deviazione sbagliata quando nessuno gli mostra la strada”

Questo è un romanzo, infine, che mi permetto di avvicinare ad esperienze letterarie nostrane, nello specifico ad alcuni romanzi dell’algerino Amara Lakhouss (che scrive in italiano, non dimentichiamolo!) sul mondo dell’immigrazione in Italia. Suggerisco, a tal proposito:

Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006)

Divorzio all’islamica (2010)

La zingarata della verginella di via Ormea (2014)

Arianna

Appunti su “Donne e processi migratori”. Sguardo antropologico.

Le statistiche parlano da un po’ di anni del sorpasso delle donne migranti sugli uomini nel nostro Paese. Il 52% degli stranieri in Italia è donna. E non è una sotira recente quella che vede le donne protagoniste di spostamenti. Le stesse italiane dalle Eolie nel dopoguerra hanno raggiunto l’Australia, mentre nel nostro Paese facevano la loro comparsa le prime capoverdiane. Gli arrivi sono stratificabili per periodi temporali e nazionalità prevalenti, ma è indubbio che la femminilizzazione dei processi migratori sia bene evidente anche dagli arrivi via mare. Dal 2017, infatti, sempre più donne tentano la strada del Mediterraneo per raggiungere le nostre coste.

Rispetto ai migranti uomini, sulle donne per lungo tempo è stato steso come un velo di opacità che le ha rese invisibili. Poco note le situazioni delle donne arrivate attraverso ricongiungimento, poco noti i vissuti delle donne che invece sono emigrate da sole, senza compagni.

Le antropologhe Chiara Quagliarello e Carolina Vesce, ospiti dello IAL FVG, hanno deciso di affrontare questo tema soffermandosi su due aspetti relativi a genere e migrazioni, ossia da un lato l’accesso alle cure ospedaliere per le future mamme senegalesi in Val D’Elsa, dall’altro la figura delle cosiddette badanti.

La dott.ssa Quagliarello ha iniziato con il passare in rassegna le attività prevalenti in cui si estrinseca il lavoro femminile delle straniere in Italia:

  • lavoro procreativo
  • attività domestiche e di cura
  • commercio del sesso

Interessante sottolineare che le prime due sfere risentono di un giudizio secolare che le ha considerate un “non lavoro”, poiché non portatore di reddito e situato all’interno delle mura domestiche. Si tratta di un modo di concepire il lavoro delle donne speso tra casa, figli e parenti da accudire, che ancora pesa sulle italiane quanto sulle straniere.

Per quanto concerne l’argomento principe dell’intervento della Quagliarello, le donne senegalesi residenti nella Val d’Elsa hanno seguito i loro mariti nei primi anno 2000, dopo che essi avevano fatto esperienza della Toscana già negli anni ’80, prima come ambulanti, in seguito come operai di fabbrica. Facciamo qui riferimento a senegalesi di lingua wolof e appartenenti alla confraternita muride, persone avvezze agli spostamenti anche nel loro tempo di vita in Senegal. L’Africa Occidentale, infatti, è caratterizzata da forti mobilità interne o verso i Paesi limitrofi, in un continuo andirivieni e riorganizzazione familiare e lavorativa.

Le mogli di questi lavoratori sono venute a fare le mogli. Sembra un gioco di parole, ma volutamente espresso per comprendere la logica che sottende lo spostamento. Queste donne arrivano per stare con i loro mariti e allargare la famiglia, ed il loro arrivo cambia la geografia abitativa, in quanto i giovani senegalesi tutti uomini che coabitavano spesso in appartamenti piccoli e sovraffollati, passano a vivere ognuno con la propria famiglia.

Descritta a questo modo, la situazione ci induce a pensare che queste donne siano passive e non protagoniste nell’esperienza migratoria. In realtà, per far luce sulla loro capacità di agency, è interessante sapere che talune mogli ricongiunte erano ancora senza prole, nonostante i mariti facessero occasionalmente ritorno in Senegal. Ebbene queste mogli “incomplete” prendevano dei contraccettivi in attesa di giustificare la partenza per l’Europa con il principale fine del rapporto matrimoniale così come loro lo intendono: la procreazione.

E a tal proposito, com’è stato il loro impatto con i servizi socio-ospedalieri ed i reparti di maternità?

La Quagliarello, che ha condotto ricerca e collaborato all’Ospedale di Poggibonsi, ci consegna un quadro molto positivo dell’operato dei professionisti del luogo in contatto con utenza straniera.

Nonostante le straniere abbiano un tasso di natalità dell’1,7% superiore a quello delle italiane e nonostante il 15% delle nascite nel 2020 sia da ascriversi a madri di origine straniera, non è scontato confrontarsi con dei Servizi aperti alla diversità culturale e capaci di lavorare in sinergia con antropologhi e mediatori nel rispetto di usanze e credenze che si discostano dalla scienza medica come noi la intendiamo.

“Il bagaglio culturale con cui queste donne arrivano in Italia – insiste l’antropola – è un bagaglio denso. Come pensano la procreazione? Differentemente da noi. La riproduzione della vita umana non è associata solo all’incontro tra materiali biologici: esistono altri fattori che copartecipano alla produzione del bambino, come gli antenati che possono favorire o avversare il processo di riproduzione, esseri invisibili e forze non umane, tutti elementi che spiegano agli occhi delle comunità di appartenenza interruzioni di gravidanza o malformazioni”.

Ecco spiegato il perché di certe pratiche come la custodia di speciali amuleti tra i due seni o sul ventre, che fungono da scaccia-malocchio tenendo lontane le invidie; oppure il ricorso a infusi e tisane con lo stesso fine, bevuti pronunciando incantazioni magiche.

Questo sistema di credenze non ha confini geografici, vi partecipano a distanza anche i familiari residenti in Senegal, e lo fanno incaricandosi di visitare un marabutto e di spedire in Europa gli amuleti o i rimedi suggeriti. Al contempo, una rete amicale di connazionali, sostiene la donna incinta cucinano o facendole compagnia.

Si assiste a quello che viene definito “pluralismo terapeutico”: le gestanti senegalesi seguono le due strade della medicina tradizionale e magica unitamente alla scienza medica (ecografie, controlli, vaccini).

I professionisti che lavorano nei servizi sanitari a Poggibonsi, sin dagli anni ’80 accettano parti da seduta o in altre posizioni (anche in acqua) e le stanze delle degenti sembrano camere di una casa.

Il modello proposto era così umanizzato che esistevano donne di altre province che si recavano a Poggibonsi a partorire!

Il contesto di approdo è dunque fondamentale ed incide sull’impatto tra donna straniera e maternità.

Nessuno è tuttavia indenne da idee preconcette, e l’antropologa richiama all’attenzione lo stereotipo diffuso tra operatori sanitari secondo il quale le donne africane sarebbero

  • più capaci di sopportare il dolore
  • in possesso di una competenza innata a partorire
  • più capaci di allattare
  • donne più istintive e vicine alla “natura”

Non si tiene conto, purtroppo, dell’aspirazione sociale di queste donne, che in realtà non ambiscono al parto naturale ma a quello tecnologico che rappresenta la modernità e le colloca agli occhi della loro comunità d’origine un gradino sopra. Ugualmente, nel suggerire il parto naturale e il percorso di coppia preparto alle sole senegalesi (non alle marocchine, per esempio), i professionisti del settore dimenticano che il corso preparto presuppone una presenza attiva del partner che non è nelle corde culturali dei senegalesi.

I punti che necessitano delicatezza d’approccio e nuovi occhi per valutare sono diversi, pensate solo all’imposizione del nome, che per l’islam deve avvenire il settimo giorno di vita del neonato e non seduta stante subito dopo il parto; pensate all’allattamento nelle diverse culture o ai modi di tenere i neonati in braccio; pensate infine alla genitorialità e ai sistemi educativi. Conoscere è il primo passo per capire qualcosa in più.

È un peccato che la presenza di antropologi nelle équipes dei reparti maternità non sia strutturale, perché sarebbe di grande aiuto alle partorienti e agli operatori sanitari.

Anche il mediatore culturale ha ragion d’essere in questo ambito, se richiesto, tanto più che spesso le donne straniere affrontano la maternità appena giunte in Italia, cioè quando ancora la loro capacità di espressione in lingua italiana non è sufficiente e non sono perciò in grado di gestire in autonomia le visite mediche.

Andando a fondo nella materia, che non dimentichiamolo attiene alla sfera intima e ai non detti culturali, appare chiara la necessità di creare spazi rinnovati per il confronto e l’accoglienza dei modi di vivere e concepire la maternità, così da non allontanare dai servizi le utenti e far godere loro del giusto rispetto e della serenità di cui hanno bisogno.

La seconda parte dell’evento formativo ha riguardato il lavoro di cura. Carolina Vesce ha esordito riportando un dato: il 38% delle straniere occupate come badanti sono donne dell’est Europa.

Badante è un termine che fa la sua comparsa nel 2002 tra le righe della legge Bossi-Fini, ed è connessa all’atto del badare, del sorvegliare, dello star dietro. Tutti compiti che tradizionalmente erano assegnati a figlie, mogli e nuore. Le badanti svolgono una funzione sociale riconosciuta dallo Stato, tanto che sono state destinatarie di svariate sanatorie, contrariamente a migranti di altra classe lavorativa.

Anche sulle badanti l’orizzonte stereotipico deforma la realtà. Le si crede spesso bassamente scolarizzate, e invece sono laureate che svolgono lavori dequalificati.

Sono inoltre vittime dell’essere giudicate in modo polarizzato: indefesse lavoratrici, servili e poco femminili; oppure arriviste pronte a raggirare l’assistito ed i suoi familiari.

Per di più, il termine badante ha assunto uno svilimento e viene utilizzato anche a mo’ di battuta per prendere le distanze da un atteggiamento di cura dell’altro totalmente asservito e votato all’eterna disponibilità. Non è raro sentir esclamare: “Cosa vuoi? Non sono mica la tua badante!”.

Il punto di maggiore interesse del discorso della Vesce fa luce sulle qualità “fisiche e umane” che una badante deve incarnare: la forza, la resistenza, la pazienza. Siamo di fronte ad un vero e proprio “addestramento psico-fisico-emotivo”. Una badante deve imparare a rispondere ai desideri dei datori di lavoro e del beneficiario della cura.

Il suo è un “emotional work”, in cui dev’esserci sempre un controllo della propria apparenza (mai essere troppo appariscenti e curate), dell’interazione verbale con i familiari e dell’interazione verbale e non verbale con l’assistito.

Si pretende da una badante che sia flessibile, ciò causando l’assottigliamento dello spazio di vita della lavoratrice, che si ritrova a lavorare senza soluzione di continuità, privandosi dello stacco dal lavoro e dalla possibilità di vivere la sua sessualità e le sue relazioni umane.

Fortunatamente, per chi tra queste lavoratrici è in regola con i documenti di soggiorno e desidera mantenere ben salda la propria vita, ultimamente è emerso il job-sharing, che permette ad una badante di proporre al datore di lavoro una persona di fiducia che si alterni con lei nella gestione della persona anziana o ammalata. È un buon compromesso per non rinunciare del tutto a vivere e a vedere i propri cari, e soprattutto per non andare in burn out.

Dopo 14 anni che mi occupo di questi temi, continuo a pensare che non si finisca mai di dover avere orecchio e predisposizione alla riflessione. Le esperienze altrui sono un dono prezioso!

A.O.

Facilitazione del dialogo e della comunicazione in contesti plurilingui

Le dott.sse Valeria Tonioli e Giulia B. Guidolin sono state le protagoniste della mattinata formativa organizzata dallo IAL del Friuli Venezia Giulia, un’occasione per immergersi nei meccanismi della comunicazione interculturale e del dialogo tra persone di diversa provenienza e background linguistico-culturale.

Al centro della riflessione, non è mai errato ripeterlo, una serie di accorgimenti che possono agevolare e soprattutto non bloccare bruscamente il dialogo. La sospensione del giudizio, per esempio, ci aiuta sempre a metterci in discussione, provare a capire le ragioni dell’altro, evitare di cedere alla caratterizzazione per stereotipi, tendenza che è insita nell’essere umano.

La presentazione di un caso ci ha portati in medias res:

“In occasione di una gita scolastica di una classe elementare era previsto il pranzo al sacco. Un bambino marocchino si è presentato con del pane e dei mandarini”

Cosa pensare? Perdete qualche minuto a pensare, se vi va.

La maestra ha pensato che la mamma del bambino si interessasse poco di lui e spendesse poco per le sue necessità dovendo inviare i risparmi in Marocco.

Un’analisi più profonda, invece, farebbe emergere svariate giustificazioni dal portato culturale che riguardano, per esempio, il significato di pranzo al sacco che noi diamo per scontato ma che può non esserlo per gli stranieri con cui ci relazioniamo. Oppure il fatto che il pane in diverse culture è sostitutivo del primo, e dunque la mamma in questione abbia coscientemente dato al figlio del pane e della frutta, avendo bene in mente che si trattasse di un pasto completo. Ancora, mai pensiamo che la visione della grande abbuffata sia tutta italiana, e che non serva per tutti riempire lo zainetto di cibo.

Questo piccolo caso insegna a metterci in ascolto, e non in atteggiamento giudicante. E mettersi in ascolto è il primo passo per mettersi in discussione, vedasi nell’esempio citato il dovere di esplicitazione su cosa si intenda noi per pranzo al sacco (pare scontato che poi ognuno deciderà a suo piacere!).

È il non capire a far scattare pregiudizi e pigre stereotipizzazioni. Questi tipi di meccanismo portano a “generalizzazioni improprie” (Cohen – Emerique 2017) e bloccano ogni possibilità d’incontro e cambiamento. Un marocchino sarà sempre quello che invia denaro ai familiari in Marocco, e così via.

La comunicazione, già di per sé complessa, si fa difficoltosa in contesti pluriculturali se mancano certe attenzioni.

Un mio studente un giorno è arrivato in classe e mi ha detto davanti a tutti “Ciao tesoro”. Sono rimasta sorpresa, poi sorridendo gli ho detto che così mi chiamava mio marito e ho spiegato qualche nomignolo che avrebbero potuto sentire per strada, con relativi significati a seconda del contesto comunicativo. Non è raro sentire “amore” detto da una ragazza a un’altra in tono polemico durante un litigio, così come spesso lo sentiamo pronunciare da coppie di innamorati: tutto sta nel sapere e nel mettere da parte nozioni di sociolinguistica utili a non fare brutte figure o a rischiare fraintendimenti spiacevoli.

Capire e avere empatia deve sempre e comunque non travalicare i limiti, per non rischiare di essere troppo coinvolti. Va bene dunque mettersi nei panni degli altri con fare empatico, ma l’exotopia è doverosa, ossia il riconoscere che i panni degli altri non sono i miei. Non avere la giusta distanza potrebbe compromettere la relazione e l’aiuto, sia esso portato da un insegnante o da un mediatore.

Per destreggiarsi nelle relazioni interculturali è utile conoscere alcune caratteristiche tipiche di persone di altri universi culturali: i giapponesi chiudono gli occhi per ascoltare attentamente, mentre per noi significa che ti stai annoiando e non è ritenuto educato; i russi non amano le domande dirette con risposta sì o no; gli arabi prendono i discorsi alla larga; in molti Paesi non guardare l’insegnante negli occhi è segno di rispetto, da noi al contrario dimostra disinteresse; quando i nigeriani sono al telefono sembrano arrabbiati e hanno il tono di voce molto alto, ma in realtà non sono arrabbiati, è il loro modo di fare. Un ragazzo danese ai tempi dell’Università a Napoli, giunto a casa mi raccontò di aver creduto che ci fosse un raduno di sordomuti nel piazzale antistante alla stazione, tanto fu colpito dalla mole di gesti che vedeva fare intorno a sé. Un altro danese, così come ha riportato la dott.ssa Tonioli, si è lamentato che gli italiani quando parlano gli stanno troppo vicino, non rispettando la sua bolla intima, non per volontà di recargli fastidio, ma per diverse abitudini culturali.

Il discorso delle relatrici si è quindi spostato sull’insegnamento dell’italiano L2 (un po’ di teoria illumina sulla professionalità che si deve celare dietro i docenti) e sui consigli da seguire per mettere a proprio agio gli studenti di classi eterogenee e creare un buon gruppo di lavoro.

Infine, per concludere, è stato letto un racconto di Coelho, Lavanderia pulita, che a mia volta condivido, avendo trovato che calzi a pennello su quanto scritto fino ad ora.

“Una giovane coppia si trasferisce in un nuovo quartiere. La mattina dopo, mentre fanno colazione davanti alla finestra, la giovane vede la vicina di casa stendere i panni fuori. “Questo bucato non è molto pulito, ha detto, “non sa come lavarlo correttamente. Forse ha bisogno di un bucato migliore”.
Suo marito sembrava silenzioso. Ogni volta che la sua vicina stendeva i vestiti ad asciugare, la giovane donna faceva lo stesso commento. Un mese dopo, la donna fu sorpresa di vedere dei panni puliti sullo stendibiancheria e lo disse a suo marito. “Guarda, ha finalmente trovato un modo per lavare bene i suoi vestiti. Chissà chi glielo ha insegnato?”.
Il marito ha risposto: “Mi sono alzato presto questa mattina e ho pulito le nostre finestre”. Quello che vediamo quando guardiamo gli altri dipende dalla chiarezza della finestra che stiamo guardando. Quindi non essere troppo veloce nel giudicare gli altri, specialmente se la tua visione della vita è offuscata da rabbia, gelosia, negatività o desideri insoddisfatti. Giudicare una persona non definisce chi è. Definisce chi sei”

Arianna

Saman. Il suo bisogno di libertà in un’opera d’arte nel silenzio greve del bosco

“Anime”, Sentiero degli artisti, Topolò (UD)

Lungo il sentiero degli artisti a Topolò, borgo di montagna a due passi dalla Slovenia, campeggia un’opera denominata “Anime”. Sta nel mezzo di un trivio, a pochi passi dall’ex postazione di confine dell’era del blocco comunista. Consta di un’impalcatura a pianta quadrata all’interno della quale sono stati inseriti tronchi d’albero cesellati dall’acqua dei fiumi e radici emerse da costoni franati. Queste anime lignee traboccano al di fuori della cornice in cui le hanno innestate, a testimoniare, secondo la mia sensazione del momento, voglia di fuga dall’omologazione cui la dittatura del gruppo ti vuole ancorare. Prima del gruppo, la persona, sempre.

Una ragazza pakistana nel fiore dell’età scompare nella provincia di Reggio Emilia. Ha alle spalle una denuncia contro i genitori per un tentativo fallito di matrimonio combinato con un connazionale. Per questa ragione è stata affidata ai servizi sociali e accolta in un centro protetto da cui tuttavia è uscita volontariamente per far rientro a casa, l’11 aprile scorso. Una scelta che Saman ha pagato cara, poiché della giovane si è persa ogni traccia e gli inquirenti, grazie anche alla deposizione del fratello minore, stanno indagando per presunto omicidio. Si pensa al peggio, ovvero che sia morta barbaramente uccisa dallo zio – di comune accordo con i genitori -, per punire la sua ribellione all’autorità parentale e alla cultura di riferimento della sua comunità.

Cosa significa, però, cultura di riferimento della sua comunità?

Saman è pakistana ma vive in Italia con la sua famiglia, pakistana di religione islamica sciita. In Pakistan la mentalità prevalente stenta a riconoscere dignità alla donna in quanto individuo, l’uguaglianza tra uomo e donna non esiste, i delitti d’onore (quelli per intenderci in cui un parente maschio della famiglia estesa uccide una donna della famiglia macchiatasi di disonore per riparare al danno arrecato all’intero gruppo) sono annualmente dell’ordine del migliaio, i matrimoni combinati (perché non vi è differenza tra combinati e forzati) sono la prassi. La mentalità, costruita sulle tradizioni culturali, è altresì permeata di religione e cultura religiosa. Distinguere tra religione e cultura religiosa può apparire come una perdita di tempo, ma ci è utile per tracciare la complessità del tema. Possiamo parlare di influenza della religione islamica sul modo di pensare pakistano? Sì, perché il Pakistan è uno Stato islamico “la cui legge fondamentale è la sharì‘a, secondo un modello di stato teocratico che esclude totalmente o quasi la volontà umana”, come ha scritto la Prof.ssa di Istituzioni dell’Asia meridionale dell’Università La Sapienza Daniela Breda. Ricordiamo, citandola, che il generale Zia-ul-Haq, presidente del Pakistan, “nel 1980 fece istituire la Corte Sciaraitica Federale, competente a esaminare ogni legge per assicurarsi che fosse conforme ai dettami islamici; nel 1984 fece emendare la Costituzione per affermare la superiorità della Legge islamica sulla Costituzione, in modo da legittimare le ordinanze in materia penale poi approvate dal parlamento, tra le quali quella contro la blasfemia, quella contro il vilipendio del Corano, quella che proibisce gli insulti  alle mogli, alla famiglia o ai compagni del Profeta”.

Possiamo parlare di influenza della cultura religiosa sulla mentalità dei pakistani? Anche in questo caso la risposta è affermativa. Dentro la cornice della cultura religiosa vi è la religiosità, vi sono i riti e le credenze proprie a ogni gruppo e che dipendono dal sostrato su cui la religione si è installata.

L’opera dell’antropologo Clifford Geertz, a mo’ d’esempio, resta una pietra miliare nel descrivere e mettere a confronto l’islam marocchino e quello indonesiano, geograficamente e insitamente differenti. Non esiste dunque un islam declinato al singolare, così come non esiste per i musulmani sunniti un’autorità religiosa equivalente a quella del Papa per i cattolici. Da ciò discendono plurime interpretazioni dei testi fondamentali, Corano, Vita del Profeta (Sira) e racconti legati alla sua figura (Sunna), facenti capo a scuole giuridiche diverse (hanafita, malikita, shafiita e hanbalita). Per quel che concerne gli sciiti, poi, essi sono una compagine minoritaria dell’islam, separatisi dai sunniti per ragioni di ordine politico e ideologico già nel 661 d.C. Gli sciiti annoverano distinte dottrine e seguono i dettami di una sorta di clero costituito dagli ayatollah, come vengono chiamati in Iran o mawlana nel caso del Pakistan. In questo Paese costituiscono una minoranza bistrattata in conflitto aperto con il governo sunnita.

Il senso di comunità chiusa, dunque, ha origine lontana, e quando singoli individui o nuclei familiari si trasferiscono per lavoro in Europa, è la soluzione sentita come naturale quella di ricreare un ambiente protetto costituito da connazionali, parenti o fratelli di fede. La comunità funziona da scudo protettivo e rete di solidarietà, al contempo rappresentando un freno all’integrazione nelle società d’arrivo. Non stupisce, quindi, che le dinamiche familiari siano le medesime se non più rigide di quelle esistenti nel villaggio o nella città d’origine. Stupirsi vorrebbe dire essere ipocriti, poiché si tratta di situazioni ben note e tollerate dalle nostre istituzioni e dalla politica che vi presiede, che riguardano più generalmente gruppi di musulmani (vedasi bengalesi e pakistani sunniti o nuclei fondamentalisti di varie provenienze nazionali) ma anche sikh (indiani), buddisti o induisti (srilankesi).

Le norme comunitarie sono considerate preminenti rispetto alle leggi dello Stato italiano, di qui le inevitabili storture, dato che a collidere sono sistemi di pensiero e concezione dell’individuo: distinzione tra individuo e gruppo, rapporti di genere, educazione dei figli, matrimonio, ruolo dei genitori, segregazione femminile, posto della religione nella vita di ciascuno, netta separazione tra religione e diritto.

Messo a latere il mea culpa sulle politiche italiane di integrazione dei cittadini stranieri (e non dei gruppi o comunità che dir si voglia) dagli anni ’80 a oggi;

Messo da parte il processo all’islam che definirei infruttuoso e generatore di ulteriori fraintendimenti fintanto che non saranno i musulmani stessi a comprendere l’urgenza della separazione tra islam e Stati e la necessità di riformare le letture devianti dei testi religiosi, e fintanto che non avremo anche noi studiato abbastanza per aprirci ad un confronto serio;

Messe da parte le polemiche sulle parole da usare per definire un simile omicidio e che tradiscono posizioni o svicolamenti politici e non analisi sincere del dramma: è un femminicidio? Un omicidio con aggravanti culturali? Un omicidio figlio della violenza di una religione?

Messa da parte la stampa che sminuisce o ingrandisce smisuratamente dei fatti, o ancora veicola menzogne per disorientare ad arte l’opinione pubblica e polarizzarla in due schieramenti privi di argomentazioni ma in compenso in possesso di tanta verità;

Messa infine da parte l’imputazione erronea di certe idee e atti retrogradi al solo patriarcalismo secondo alcuni, o secondo altri alla sola religione (ma quale?quella scritta o quella interpretata? E interpretata da chi? In quale periodo storico? Per quale scuola di diritto? E selezionata da chi e in quale frangente storico? Con l’avallo di chi? Con il silenzio di chi?);

Cosa resta?

Forse brandelli di un corpo di una ragazza che ha sognato una vita libera come quella cui possono aspirare tutte le donne nel nostro Paese, italiane o straniere; una verità da scoprire e uno o più individui da processare; un dolore enorme con cui fare i conti: quello di due genitori carnefici e vittime dell’ignoranza del sistema di idee in cui sono cresciuti, imbevuto di islam, orgoglio, meschinità, maschilismo e violenza.

A.O.

Migranti e trauma. Parla una specialista

In ogni ambito lavorativo è consigliabile, quando non obbligatorio, dedicare del tempo all’aggiornamento. Il settore delle migrazioni richiede questo tipo di studio continuo agli operatori come agli specialisti che a diverso titolo vi operano, siano essi mediatori culturali, direttori di struttura, ricercatori, psicologi o esperti legali. La materia è liquida, ossia muta repentinamente. Cambiano le leggi, le circolari, le rotte, le nazionalità dei migranti, ma soprattutto cambiano le persone con cui si entra in contatto, e questo è un elemento che non deve mai essere perso di vista, pena il rischio di generalizzare. Ogni migrante è un individuo singolo con la propria storia, la propria meta, i propri diritti, bisogni sogni e responsabilità, non un membro di un gruppo generico né un’entità priva di umanità e/o personalità.

In occasione di un aggiornamento sul tema “Trauma e migranti” la psicologa e psicoterapeuta transculturale Eleonora Riva ha esposto in modo chiaro cosa si intende per trauma e come si imposta il lavoro di presa in cura di un soggetto migrante traumatizzato.

“Anzitutto occorre distinguere tra evento traumatico e trauma” – ha esordito. Non è scontato che un evento traumatico, infatti, generi un trauma in chi l’ha vissuto. Per evento traumatico si intende qualunque cosa ci esponga al pericolo, alla paura e al rischio di morte. L’elemento che definisce l’evento traumatico è il suo inatteso arrivo, ossia il fatto di trovarci impreparati di fronte ad esso. Il trauma, invece, è qualcosa dell’evento traumatico che resta depositato, “congelato” nella psiche e non trova una spiegazione, un senso. Ed è qualcosa che si ripete, gettandoci nell’ansia e facendoci vivere le stesse emozioni vissute la prima volta.

Pensando ai viaggi affrontati dai migranti che giungono a Lampedusa o in altre località del sud Italia via mare, siamo portati a credere che generino automaticamente un disturbo post traumatico, ma non è così. In effetti, sono viaggi in cui si viene a contatto con la violenza di spregiudicati trafficanti, di approfittatori senza scrupoli e di poliziotti meschini. Sono viaggi impregnati di violenza e forse determinati da situazioni di violenza pregresse maturate nel villaggio o nella città d’origine. Sono viaggi in cui qualcuno non ce la fa a sopravvivere, nel deserto, in prigione o nel mare, e se ne va da questo mondo davanti ai tuoi occhi. Eppure, non tutti i giovani protagonisti di questi viaggi sono vittime di traumi. Molti, come oggetti resilienti che si comprimono e tornano alla forma precedente, sopportano la pressione senza ammalarsi.

La dott.ssa Riva ha citato due storie di migranti cui assegniamo nomi fittizi: la prima riguarda un migrante ivoriano, Bakary, che ha assistito all’uccisione dei suoi familiari e, una volta in Libia dove era scappato, in carcere veniva obbligato a raccogliere i cadaveri di altri subsahariani e a seppellirli. Bakary raccontava dei continui incubi notturni che non gli davano tregua, e dell’impossibilità di restare nella stessa stanza in cui fossero presenti degli arabofoni. Sentir parlare arabo lo faceva ripiombare in prigione, in mezzo ai cadaveri, intimorito e vessato dai libici.

Il secondo esempio, invece, riguarda un ghanese, Samuel. Questo ragazzo sin da tenera età si è trasferito con la famiglia in Libia a seguito di un incidente di caccia in cui suo padre uccise inavvertitamente una persona. Di lingua madre twi, sebbene cresciuto in un contesto culturale arabo, Samuel è rimasto presto orfano e un vicino di casa se n’è preso cura per un periodo, suggerendogli poi di partire per l’Europa. Ebbene, in lui nessuna traccia di traumi. La sua visione del mondo gli ha permesso di non ammalarsi e reagire, nonostante la sua situazione di per sé precaria da deradicato, migrante, orfano e esposto a eventi dolorosi. Forse la fede – protestantesimo – ha contribuito ad attivare uno sviluppo positivo dinanzi alle avversità.

Queste due storie mostrano che tra i richiedenti asilo e i rifugiati esistono concrete situazioni di bisogno terapeutico e situazioni in cui questa assistenza non è necessaria, poiché con una grande forza certi individui arrivano ad una ricomposizione coerente della propria vita in modo autonomo e quasi naturale.

La specialista ha sottolineato come violenza e trauma, al contrario, sono state storicamente confuse l’una nell’altra all’epoca dei primi arrivi di richiedenti asilo. Ciò è dipeso dal sistema di riconoscimento dello status di rifugiato che implicava l’aver vissuto un trauma “riscontrabile dal punto di vista medico” come requisito per l’ottenimento della protezione. Vi era così, tra gli psicologi, la tendenza ad avere una visione trauma-centrica che definiva l’individuo attraverso il trauma o presunto trauma subito. Ovviamente era una stortura a fin di bene, da un lato, poiché l’intento era quello di aiutare i migranti ad ottenere l’agognata protezione internazionale, ma al contempo creava una disfunzione nel sistema di accoglienza e cura, perché chi realmente aveva necessità di terapia non riceveva le giuste attenzioni e veniva bollato come genericamente “disperato”.

In un’ottica intelligente di analisi del lavoro di assistenza psicologica transculturale, la dott.ssa Riva ha evidenziato un altro aspetto delicato, quello dell’attitudine a voler aiutare, salvare e integrare ad ogni costo chi magari ha altri progetti di vita (vuole migrare verso il Nord Europa o vuole star qui ma entro i confini dei suoi connazionali), schiacciando chi è vittima di violenza sotto due pesi, il peso del persecutore e il peso del salvatore.

Ha altresì ribadito il bisogno di realismo: dobbiamo partire dall’assunto che la nostra società è violenta, in quanto attraversata da diversi tipi di violenza: quella fisica, quella strutturale e quella culturale che chiama in causa la diversità religiosa, ideologica, artistica, scientifica, sessuale. Ciò comporta il dovere di non illudere i nostri interlocutori su un’uguaglianza che non esiste nella pratica. È più utile suggerire strategie e preparare a cammini irti di ostacoli, perché nella nostra società se sei donna, povera, ignorante, ragazza madre per di più, senza un buon livello linguistico in L2, farai fatica!

È facile che la violenza culturale influenzi il nostro modo di pensare i diritti, facendoci introiettare l’idea che chi è diverso da noi non debba godere o non goda dei nostri stessi diritti. Ci voltiamo dall’altra parte alla notizia di un nero sparato nei campi perché preso per un ladro perché in fondo non ci tocca; non valutiamo la responsabilità politica e sociale dell’abbandono a se stessi di tanti richiedenti asilo la cui domanda è stata rigettata ma la cui permanenza sul nostro territorio non è terminata. E quando accadono tragedie, come quella del ghanese Adam Kabobo condanniamo istantaneamente l’autore dei folli omicidi senza considerare le responsabilità prima accennate e senza interrogarci sullo stato di salute mentale del migrante, oggi in carcere con una diagnosi di disturbi psichiatrici. Questo fatto di cronaca, così come altri, dovrebbero insegnarci ad avere qualche certezza in meno e qualche dubbio in più. È difficile seguire questo consiglio, poiché il mondo odierno è fatto in ogni ambito di contrapposizioni nette, tutte avvertite come verità uniche e sacrosante e non come opinioni da condividere. Sembra non esserci spazio per il dubbio che pure è elemento imprescindibile della conoscenza e della scienza. Dubium sapientiae initium, scrisse Cartesio.

L’accoglienza è una palestra di vita, in cui osservazione, ascolto e professionalità sono basilari, unitamente a una buona dose di delicatezza e attenzione per l’altro, senza giudizi o atteggiamenti indagatori.

Platone scrisse che lo straniero dovrebbe ricevere, per la sua condizione svantaggiata, più cure da parte degli uomini e da parte degli dei, in nome del dovere di ospitalità. Provarci, ognuno nel suo abito di cittadino o addetto ai lavori, è già atto meritorio.

Arianna