L’arte della condivisione in Galleria

•maggio 14, 2018 • Lascia un commento

L’evento “In cammino. Il fenomeno dei richiedenti asilo tra prospettive di vita, percezioni, appartenenze e identità culturali” svoltosi ieri pomeriggio a Firenze presso il Teatrino Machiavelli, si è rivelato una preziosa occasione di riflessione e scambio.
Organizzato nell’ambito del Festival delle culture di Pisa, questo momento di confronto sui richiedenti asilo ha visto la partecipazione della Coop. CeSDI Livorno, nella persona della vice presidente Shahrazad Al Basha, di Osim, associazione che riunisce accademici e studiosi del Mediterraneo rappresentata dalla moderatrice Arianna Obinu e dalle professoresse Barbara Bonciani e Serena Gianfaldoni, e di un ragazzo richiedente asilo proveniente dal Burkina Faso, Abdulaziz Bonkongou, ospite della Coop. CeSDi.
Il convegno, ospitato in una galleria d’arte dall’atmosfera raccolta e immaginosa, ha accompagnato la mostra fotografica “Ri-Scatti”, di recente proposta a Livorno, e frutto del percorso formativo-culturale condotto dal CeSDI con cinque richiedenti asilo. Le foto, adagiate sul pavimento al centro della sala, circondate da oggetti d’arte e luci soffuse, sono state il filo conduttore dell’incontro. Attraverso la narrazione del progetto svolto, infatti, è stato possibile ricostruire il lavoro degli operatori e dei mediatori che quotidianamente si confrontano con i richiedenti asilo, il quadro socio-politico del fenomeno a livello nazionale, le aspettative e l’intimo sentire di questi giovani.
Ogni foto racchiude un’identità ben precisa e delineata, una storia unica e privata, talvolta inenarrabile anche a se stessi. Abdulaziz ha raccontato il suo percorso in Italia con estrema dolcezza e intelligenza. Ha sottolineato le difficoltà di entrare in relazione con gli autoctoni, talvolta percepiti come oppositivi, l’urgenza di apprendere la lingua italiana per avere la chance di farsi capire ed apprezzare, la necessità di sentirsi utile a se stesso e agli altri. Abdulaziz ha di recente vinto le selezioni per il servizio civile presso l’associazione SVS di Livorno. Il progetto prevede delle ore sull’ambulanza per il soccorso e l’accompagnamento di malati, altre dedicate all’assistenza ai meno abbienti. Questa esperienza, ha detto, gli ha fatto capire che nella vita bisogna dare agli altri un po’ di noi, senza chiuderci in un egoismo dettato dall’istinto di sopravvivenza.
Shahrazad Al Basha ha accompagnato l’uditorio nella quotidianità degli addetti ai lavori del mondo migrazione. Nello specifico, ha affrontato con professionalità le criticità del sistema accoglienza, caratterizzato dall’urgenza e non ancora dalla strutturazione. Strutturare un fenomeno che ha preso piede, con le dimensioni ben note, oramai sette anni fa, significherebbe dare un senso compiuto al lavoro degli operatori che si trovano, invece, ostacolati dalla burocrazia (vedasi l’annosa questione del codice fiscale numerico assegnato ai richiedenti asilo che impedisce loro l’iscrizione al centro per l’impiego o l’accesso ad altri servizi) e dai tempi dilatati delle Commissioni.
Il lavoro in rete si rivela, a fronte dei tanti problemi, una strategia salvifica per associazioni del terzo settore e cooperative, poiché permette il sostegno reciproco nell’attività di inclusione sociale dei giovani ospiti. Purtroppo, però, non è sempre agevole instaurare simili rapporti di collaborazione, stanti gli interessi contrastanti delle organizzazioni.
La prof.ssa Bonciani ha proposto un’analisi dei processi migratori partendo dai dati. Il suo intervento ha messo in luce la macchinosità del sistema di valutazione delle pratiche di riconoscimento dello status di asilo politico o protezione sussidiaria – 170mila lo scorso anno), evidenziandone le conseguenze. Il rischio, ha affermato, è quello che una buona parte di questi soggetti vada ad alimentare la nebulosa delle presenze irregolari e finisca vittima della schiavitù che ruota intorno all’irregolarità. In effetti, nel momento in cui il parere negativo della Commissione diventa definitivo (dopo in media due anni), i ragazzi non hanno né la volontà né i mezzi per far rientro nel Paese d’origine. La sola alternativa è quella di permanere sul territorio italiano senza documenti. Questa debolezza giuridica li rende privi di diritti e facili prede di organizzazioni che sfruttano i migranti nel lavoro agricolo o in attività criminali.
Il problema, ha proseguito la Bonciani, è riconoscere che questo è uno scenario già esistente e non potrà che peggiorare se non si affrontano le sfide del nostro tempo con onestà intellettuale, senza rinvii o patetici teatrini politici.
Serena Gianfaldoni, organizzatrice del Festival delle Culture pisano, ha incentrato il suo intervento sull’interculturalità, non trascurando la condivisione di momenti della sua vita privata contrassegnati dal piacere – ma anche dalla necessità – di interagire con persone portatrici di diversi modi di pensare, comunicare e vivere.
Arianna Obinu, ideatrice della mostra “Ri-scatti”, ha raccontato la genesi del progetto, i punti deboli e i punti di forza dell’arte visuale come strada da seguire per l’autostima, la presa di coscienza personale e l’inclusione sociale. Ha portato a testimonianza della validità di simili attività un progetto europeo in corso, REHAC, che coinvolge partner norvegesi, sloveni, svedesi, italiani e greci nella sperimentazione di percorsi di inclusione dei rifugiati e richiedenti asilo attraverso l’arte, la letteratura e la cultura dei paesi ospitanti.
Infine, ha provato a tessere insieme gli interventi disegnando una tela organica dai disegni comprensibili sul fenomeno richiedenti asilo.
Nella piccola galleria d’arte, complice la bolla empatica venutasi a creare, le parole non sono svanite, ma hanno conferito alla tela nitidezza di colore.

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Ri-scatti. La mostra a Firenze per un giorno

•maggio 11, 2018 • Lascia un commento

Domenica 13 maggio, presso il Teatrino Machiavelli a Firenze, alle ore 16 si terrà il convegno “In cammino”, avente per tema i richiedenti asilo.

Sara l’occasione per inaugurare la mostra di pannelli fotografici Ri-Scatti, opera di un gruppo di giovani africani ospiti a Livorno della Coop. CESDI.

 

Conferenza stampa “Ri-Scatti”

•aprile 30, 2018 • Lascia un commento

 

 

Si è svolta alle ore 11.30, presso il Cisternino di città a Livorno, l’inaugurazione della mostra fotografica “Ri-Scatti”, organizzata dal CeSDI – Centro Servizi Donne Immigrate in collaborazione con OSIM, e finanziata dal Cesvot regionale.
Venticinque i pannelli fotografici opera dei richiedenti asilo ospiti in città della cooperativa CeSDI. Alle spalle un progetto, ideato da Arianna Obinu, esperta di migrazioni, e realizzato grazie al contributo di Gianluca Palazzolo, fotografo.
“Ri-Scatti” si configura come progetto pilota che ha coinvolto cinque giovani originari di Nigeria, Senegal e Costa d’Avorio, tutti accomunati da percorsi di riuscita, di riscatto: Sarany, da poco destinatario di protezione umanitaria, che grazie alla sua padronanza della lingua italiana fa da interprete in tribunale, Aziz che svolge il servizio civile e prosegue un cammino di lavoro nel sociale già iniziato in terra d’Africa, Abdul Basit, tirocinante presso la Coop. CeSDI, Souleymane che tra pochi giorni sosterrà l’esame di un corso regionale per nuovi pescatori, e Seyni, il cui sogno è quello di continuare gli studi e giocare a calcio.
Il fotografo formatore ha seguito i ragazzi in un percorso di introduzione al mondo della fotografia e all’uso dell’apparecchio fotografico. Ciascuno di loro doveva trovare il modo per esprimere la propria vita a Livorno, dare traccia del proprio cammino, soffermarsi sui luoghi dell’anima.
Non è stato facile incoraggiare i giovani richiedenti asilo a esprimere se stessi. Eppure il risultato tangibile è esposto al Cisternino. In quelle foto c’è un pezzetto di ognuno di loro.
L’invito del CeSDI alla cittadinanza è quello di osservare la realtà con lo sguardo dell’altro, mettersi nei suoi panni e immaginare la sua vita.
Le immagini proposte dalla tv e dalla carta stampata ci hanno abituati a cogliere lo straniero – sia esso uomo o donna, anziano o bambino -, nei momenti più intimi del dolore, dello sperdimento o della morte.

L’abitudine è perniciosa, poiché ci rende anestetizzati allo sdegno e al compatimento. Quelle immagini, inoltre, ci rassicurano sul nostro buon cuore, producono una sorta di compiacimento della nostra capacità di commiserare le sfortune altrui.
“Ri-scatti” propone, invece, in modo inedito, il ribaltamento del punto di vista. Lo straniero è il protagonista e non l’oggetto ripreso, si fa attore. Scatta delle foto perché incoraggiato a dire qualcosa, scopre di aver bisogno e, soprattutto, di poter comunicare qualcosa in un linguaggio, quello fotografico, universale.
C’è Livorno nelle foto, la loro Livorno. C’erano inizialmente l’imbarazzo e la paura di fotografare in luoghi gremiti di persone. C’è anche Pisa, proprio perché, a detta del realizzatore, lì era più facile lasciarsi andare a immortalare persone e situazioni confondendosi tra i tanti turisti.

Sono foto che, se osservate bene, raccontano i loro autori.

La padronanza della lingua è il primo ostacolo all’inserimento in una nuova realtà. Non potersi esprimere e farsi capire, pensare di non essere in grado di farlo, annulla le differenze, tiene compressi i punti di vista per la paura di non saper difenderli o argomentarli. L’arte fotografica rappresenta una scorciatoia, un metodo espressivo d’impatto, un gioco di creatività che costruisce la personalità.

Alla conferenza stampa di stamani, tre dei protagonisti hanno raccontato, senza nascondere un pizzico di emozione, la loro esperienza nel progetto “Ri-Scatti”. Il ritorno in termini di autostima è incommensurabile.
Spesso è difficile coinvolgere questi giovani coraggiosi attraversatori del deserto in progetti culturali. Ai loro occhi simili attività appaiono perdite di tempo. Dall’altro lato del mare ci sono figli e famiglie che attendono e si attendono un aiuto. L’aiuto che possono dare con i guadagni derivanti da saltuarie attività lavorative, tuttavia, è intimamente legato al loro equilibrio psico-fisico, alla ricostruzione di un sé frammentato e da ricomporre anche grazie ad iniziative simili.

La presidente del CeSDI Shahrazad Al Basha, il fotografo Gianluca Palazzolo e il socio-antropologo Ahmad Habouss dell’OSIM hanno caldeggiato la riproposizione del progetto a nuovi gruppi di giovani richiedenti asilo. Ci auguriamo, dunque, che questo evento sia seguito da nuove progettualità volte a creare spazi metaforici o concreti di scambio e di autoconoscenza.

Arianna Obinu

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Inaugurazione della mostra fotografica Ri-Scatti. Richiedenti asilo protagonisti

•aprile 30, 2018 • Lascia un commento

La mostra sarà aperta tutte le mattine dal lunedì al sabato dalle 9:00 alle 13:00, e nei pomeriggi dal martedì al sabato dalle 15.30.

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Mare Nostrum: di chi? Mediterraneo in crisi d’identità. Non c’è più scambio, non conosciamo più le nostre storie.

•aprile 21, 2018 • Lascia un commento

IMG-20180421-WA0022.jpgSi è svolto venerdì 20 aprile, presso la sala di Oltrefrontiera a Livorno, l’incontro di presentazione del volume “Mediterraneo. Popoli in movimento”.
L’evento, organizzato dal CeSDI, ha visto la partecipazione di tre degli autori dell’opera, tutti appartenenti all’Osservatorio OSIM, realtà che cerca di analizzare i fenomeni storici, sociali ed economici dei Paesi che si affacciano sul bacino mediterraneo.
La curatrice del libro, Arianna Obinu, ha introdotto la genesi della pubblicazione descrivendo la ratio con la quale i contenuti sono stati accomodati al suo interno. L’obiettivo era quello di dare omogeneità alle diverse competenze e sensibilità che compongono l’OSIM, restituendo al lettore degli strumenti di valutazione dei temi trattati, delle finestre di osservazione che amplino gli orizzonti di riflessione.
Parlare di migrazioni, per quanto nella quotidianità si riscontri un facile abuso del tema da parte dei non addetti ai lavori, non è semplice. L’imperativo dell’interdisciplinarietà è quantomai cogente: l’implicazione di storia, geografia, demografia, diritti, sociologia, economia, antropologia, letteratura e lingue, psicologia è innegabile e da vita ad un intrico di risvolti scientifici. Uno studioso della materia non può operare per compartimenti stagni, deve bensì fare lo sforzo di proporre riflessioni olistiche, rispettose della complessità dell’oggetto di analisi.
Questo concetto è stato ribadito anche dalla prof.ssa Barbara Bonciani, autrice di un articolo sulle rimesse dei migranti e di recente impegnata nella promozione di una monografia sull’argomento, e dal prof. Habouss, socio-antropologo che si è speso in una ricca e appassionata dissertazione sul linguaggio e sulla manipolazione cognitiva che le multinazionali impongono, parallelamente al dominio di mera natura economica e politica a livello globale.
La prof.ssa Bonciani ha sottolineato l’importanza delle rimesse per l’economia dei paesi d’origine dei migranti, nonché il giro d’affari delle grandi società di transfert di settore che impongono una tassazione esosa alle somme inviate “a casa” dai lavoratori stranieri. Inoltre, è emersa anche la necessità di un’analisi sulle conseguenze di questi flussi di denaro sulla struttura sociale dei Paesi dei migranti. Come ha fatto notare la dott.ssa Obinu, infatti, le famiglie dei migranti beneficiarie di questo reddito passivo, giocano un ruolo fondamentale nella destrutturazione delle società tradizionali: l’individualismo scardina il valore della solidarietà, l’esibizione di uno status economico-sociale più alto altera i preesistenti indicatori di prestigio sociale, il valore economico dei terreni nei piccoli villaggi in cui gli emigranti investono sul mattone lievita, ed il prezzo delle spose imparentate ai residenti all’estero sale alle stelle, incidendo in negativo su situazioni sociali già improntate alla precarietà.
In arabo rajul, “uomo”, è una parola la cui radice affonda il senso nel verbo rajila “andare a piedi, muoversi”, ed il participio ràjil, indica il “pedone, colui che va a piedi”. È insito nell’essere umano il movimento, sin dai tempi antichi. Gli scambi tra popoli hanno creato e diffuso saperi e conoscenza. Oggi, quel che manca è proprio la conoscenza reciproca. Non conosciamo le nostre storie.
Scrive Paolo Rumiz ne “Il Ciclope”, opera dallo spirito genuinamente pelagico-mediterraneo: “Saranno loro gli stranieri a vincere, perché il mondo è sempre stato dei migranti di quelli che camminano e cercano altre terre attraversando con tremore il mare.Ma per capire cosa accade ci manca tutto, anche il linguaggio. (Fanno paura?n.d.a.) Profugo, esule, rifugiato, sono parole usate a caso, il segno della nostra confusione alfabetica e mentale… Mi è bastato togliermi dal frastuono di terraferma, dalla tempesta degli sms, dall’overdose di dati, dalle musiche imbecilli da supermercato, dal mondo finto dei droni e dei selfie, per venire su uno scoglio deserto. Qui tutto è lampante.
C’è un sistema che ci intontisce di anestetici e ci tiene in uno stato di subbuglio mentale, al preciso scopo di non farci capire che una cosca di predoni sta divorando il mondo. Dice che dietro alla guerra in Iraq, alla Siria, all’Ucraina, ai Balcani, dietro alle ondate di profughi, agli ismi e alle bandiere, alle nazioni e ai monoteismi, c’è quasi sempre quello svergognato accaparramento delle ultime risorse del pianeta”.
Ogni incontro è fertile di nuove idee o suggestioni intime o letterarie. Cos’è dunque il Mediterraneo oggi? Ci affidiamo, ancora una volta, al solitario Rumiz, che dal faro di Pelagosa pensa e ripensa il nostro mare:
“Il Mediterraneo è sempre stato mare di battaglie. Ma la guerra ha sempre convissuto con i commerci e la cultura. Venezia ha mandato galere contro gli ottomani a lepanto, ma non ha mai dismesso il fondaco dei turchi e ha continuato a produrre cartografie per i sultani. Il cambiamento di oggi non sta dunque in un aumento di conflitti, ma in un tramonto della conoscenza reciproca, della memoria e soprattutto dello scambio.
Perché non è più scambio questo andirivieni di container sigillati, non è comunicazione questo traffico che non consente ai marinai di sbarcare nemmeno per mezza giornata. E nemmeno questo spadroneggiare di transatlantici con le eliche che rivoltano i fondali e non si fermano nemmeno nella laguna di San Marco. Il mio mare è un cimitero di annegati”.

Ci auguriamo, come sottolineato dalle mediatrici del CeSDI che hanno dato impulso all’evento, che nascano presto nuove occasioni di benefico confronto.

A.O.

Mediterraneo. Popoli in movimento

•aprile 17, 2018 • Lascia un commento

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Venerdì 20 aprile 2018, alle 17.30 presso la sala di Oltrefrontiera a Livorno, si terrà un incontro organizzato dal CeSDI. Ospiti dell’associazione, che si occupa di servizi agli stranieri, saranno gli autori di un volume edito nel 2017, dal titolo “Mediterraneo. Popoli in movimento”, che raccoglie articoli di docenti e ricercatori OSIM sui temi delle migrazioni e dell’identità nel Mare Nostrum.

Siete invitati a partecipare!

Arianna

Lezione di islamistica

•marzo 1, 2018 • Lascia un commento

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L’immigrazione classica e le migrazioni forzate degli ultimi anni di giovani provenienti da paesi per lo più a maggioranza islamica, rendono quanto mai necessarie per i cittadini italiani ed europei nuove conoscenze da inserire in quel bagaglio culturale che ciascuno di noi è chiamato a riempire nel proprio percorso di vita, onde non incappare in espressioni inopportune, sproloqui o offensive semplificazioni.

La conoscenza, si sa, richiede fatica. Non tanto per la mole di informazioni che siamo o saremmo chiamati a recepire, bensì per lo sforzo di comprensione e decriptazione di senso che sta dietro a queste acquisizioni. Se per comprendere occorre conoscere, per esprimersi su un soggetto di alta complessità che riunisce in sé approcci e temi sociologici, giuridici, storici, politici, antropologici, linguistici ed economici, occorrono non soltanto riflessione e comprensione ma, oserei dire, studi specialistici. Come tuttavia accade per le questioni che si toccano con mano nel quotidiano, di cui il binomio immigrazione e islam costituisce un acclarato esempio, a salire in cattedra sono in parecchi, e in buona parte accomunati da poca dimestichezza in materia o, peggio ancora, animati da secondi fini e pronti a strumentalizzare fatti, personaggi e libri sacri.

Così, mi è capitato di assistere ad una conferenza sull’islam in Europa, e di constatare che il relatore ha intrattenuto la platea con una lezione di islamistica invero simile nei dettagli e nell’eloquio preciso a quelle che seguii da matricola presso “L’Orientale” di Napoli.

Contestualizzare la nascita dell’islam, parlare del profeta e degli episodi salienti della sua vita personale, da un lato, e della sua carriera politica, dall’altra; parlare dell’Arabia preislamica e del culto politeista che vi ea invalso; introdurre vere e proprie questioni teologiche come quella relativa all’increatezza del Corano; mostrare il paradosso del multiculturalismo e del doppio binario giuridico. Parlar di veli, infine, e di temi solitamente velati.

Ho apprezzato l’impostazione scientifica del relatore e rispetto la sua linea espositiva, che con libertà e in nome della libertà evidenzia l’autocensura e la pavidità emergenti quando si parla di islam e problemi ad esso correlato.

Eppure i miei ragionamenti non vanno nella stessa direzione dei suoi, né sono contraddistinti dallo stesso spirito, né dunque il mio agire è improntato ai suoi pensieri.

Ma lo ringrazio, perché ascoltandolo e leggendo il suo “Maometto e il suo Allah”, avrò ulteriori strumenti per argomentare, arricchire, corroborare o ristrutturare le mie idee.

A.O.