Incontro sulle migrazioni

•ottobre 17, 2018 • Lascia un commento

Presso la sede di Oltrefrontiera, a Livorno, il 26 ottobre alle ore 17:30 l’Associazione e la Coop. CeSDI ospiteranno il ricercatore Filippo Furri. Un’occasione importante per conoscere attraverso il racconto di uno studioso una realtà complessa.

Arianna

atlas VOLANTINO

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Appunti e riflessioni dal corso “Diritti e Migrazioni. Strumenti per convivere in una società che cambia” (CISP Unipi & Cesvot)

•ottobre 14, 2018 • Lascia un commento

Log-book

12 ottobre 2018

Le lezioni di oggi hanno affrontato il tema della mobilità nello spazio europeo e nel continente africano, dal punto di vista di una giurista dell’Ateneo fiorentino e di un medico attivo nell’organizzazione umanitaria MEDU – Medici per i Diritti Umani.
La dott.ssa Daniela Vitiello ha impostato la sua relazione intorno al tema del diritto alla mobilità nell’UE. Esiste un diritto alla migrazione?
A giudicare dall’approccio contenitivo dell’UE nei confronti dei movimenti migratori provenienti dai continenti africano e asiatico, questo diritto non si configura come universale, e a ben vedere non esiste. L’art. 13 della DUDU del 1948 afferma il diritto alla libertà di movimento entro i confini di uno Stato, e anche il diritto di lasciare il proprio Paese e poi farvi rientro. Questo principio è però sottoposto a restrizioni previste dalle leggi dei singoli Stati dovute a ragioni di sicurezza, ordine pubblico, sanità o moralità pubblica.
Una persona ha dunque sulla carta il diritto di migrare, ossia di lasciare il proprio Paese, ma non il diritto di entrare in un altro. Anzi, gli Stati si sono dotati di normative selettive per controllare gli ingressi, e l’UE persegue la stessa politica.
Per evitare l’ingresso nei propri confini, infatti, gli Stati membri hanno pensato bene di spostare questi confini presso Stati terzi, esterni al territorio europeo.
Com’è stato possibile?
Anzitutto, l’UE è un’unione di Stati, ma non ha propri confini, essendo i confini appannaggio dei singoli Stati. Pertanto, i confini dell’UE risultano un’imposizione fittizia e hanno carattere mobile. L’esternalizzazione dei confini in atto da almeno un decennio, ha portato la frontiera sud dell’Europa in Maghreb, e la frontiera orientale in Turchia.
Nel 2009 il Trattato di Lisbona sullo SLSG (Spazio di Libertà Sicurezza e Giustizia) ha previsto all’art. 3 accordi di riammissione dei migranti in questi Stati filtro. Si tratta di Stati da tempo nel mirino delle associazioni per i diritti umani. La parola d’ordine, però, sembra essere l’esclusione di chi preme sui confini UE, perciò i diritti umani passano in secondo piano. Paradossalmente, escludere gli altri rende liberi noi che viviamo entro quegli stessi confini. Lasciarli all’esterno, inoltre, evita diversi problemi legati all’accoglienza.
A titolo d’esempio, basti ricordare che, una volta che i mifranti varcano il confine del vecchio continente, si attiva il principio internazionale del non-refoulement. Il divieto di respingimento, sancito dalla Convenzione di Ginevra del ’51 all’art. 33, diffida dall’espellere o respingere un rifugiato verso Paesi in cui la sua vita potrebbe essere minacciata per motivi di razza, religione, cittadinanza, gruppo sociale o idee politiche. La soluzione esperita è dunque quella di non farli arrivare sulla soglia, così da evitare prese in carico di responsabilità e delocalizzare altrove l’intero iter del vaglio delle richieste d’asilo.
Gli Stati europei, in barba al “burden and responsability sharing” nella gestione dei migranti e delle crisi migratorie del 2011 e 2014, sembrano ignorare da un lato, l’art. 67 del Trattato di Lisbona che parla di solidarietà ed equità verso i cittadini dei Paesi terzi, dall’altro, il principio di solidarietà su cui poggia l’azione esterna dell’UE. Come troviamo scritto nel Trattato dell’UE (Titolo V, Art. 11 par.1) in politica estera gli Stati membri si impegnano ad agire con spirito di lealtà e di solidarietà reciproca.
Abbiamo assistito al fallimento della collaborazione tra Stati. Il Trattato di Dublino è stato a più riprese calpestato. È emersa la sfiducia reciproca (e non la solidarietà, sic) degli Stati europei nei confronti gli uni degli altri. Secondo il Trattato di Dublino, il primo Paese UE in cui arrivano migranti ha l’obbligo di identificarli (sistema EURODAC) e accogliere la loro istanza di asilo. Durante l’emergenza migratoria delle primavere arabe, prima, e della guerra in Siria, poi, questo principio è stato messo in discussione. Così è nato il sistema delle quote, proposto per trasferire dei migranti dai Paesi frontalieri (Italia, Grecia, Spagna) agli Stati dell’Europa centrale. Anche in questo caso, il fallimento è stato evidente.
L’azione congiunta dell’UE in materia di migrazioni è affiancata anche dall’operato di Frontex, Agenzia preposta al controllo e alla gestione delle frontiere esterne dello spazio Shengen e dell’UE, e dalle iniziative dei singoli Stati attraverso accordi bilaterali con i Paesi d’origine dei migranti.
Frontex ha di recente stipulato accordi di cooperazione operativa con gli Stati frontalieri balcanici di Macedonia, Albania e Serbia. Si tratta di ammettere l’intervento di squadre della guardia di frontiera e costiera europea entro i confini statali, per proteggere i confini e garantire la sicurezza dell’UE.
Siamo lontani dal garantire il diritto al movimento, e ci allontaniamo anche dalla garanzia dei diritti umani delegando a Paesi come la Turchia o la Libia i doveri di ricevimento dei migranti. Il Consiglio europeo il 28 giugno scorso ha introdotto il concetto di Piattaforme di sbarco per le persone salvate in mare. Queste piattaforme, proposte da UNHCR e OIM, servirebbero a effettuare una selezione tra migranti economici e richiedenti asilo. Servirebbero ad arginare le migrazioni illegali, quindi, e rientrano nel paradigma europeo di gestione esternalizzata del problema migratorio.
Ad ora, il solo risultato ottenuto (e realmente desiderato, forse) dalle politiche UE, è stata la temporanea riduzione degli arrivi.
Da un grafico reperibile sul sito del Consiglio europeo, si può notare come le politiche di contrasto alle migrazioni illegali e al traffico di esseri umani, abbiano effettivamente diminuito i flussi. E anche i morti nel Mediterraneo sono diminuiti, di conseguenza. I dati parlano di 20.885 arrivi al 30 settembre 2018; nel solo 2016 erano stati 180.000. I dati dell’anno in corso sono addirittura inferiori a quelli registrati in Spagna (sui 40.000) e Grecia (circa 23.000).
Di questo ha preso atto il dott. Alberto Barbieri. Eppure il rischio di morte per i migranti che affrontano il mare, in questo 2018 di calo delle partenze è più alto, in virtù dei minori presidi di ONG pronte a salvare dal naufragio migliaia di persone. L’intervento del rappresentante di MeDU ha avuto il grande pregio di non perdere mai di vista la complessità del fenomeno. Non vi sono risposte uniche e incontrovertibili a quesiti quali “Perché partono?”, così come non è imputabile al solo colonialismo europeo l’esodo dal Sahel. È difficile appropriarsi degli strumenti d’analisi utili a leggere il fenomeno migratorio, occorrono anni di studi e competenze interdisciplinari. Occhi profani inciampano ora nella lente dell’ideologia, ora in quella del moralismo, oppure sono ciechi di fronte all’intersecarsi di concause macro e micro che spingono migliaia di persone a migrare. In fondo, siamo culturalmente ammaestrati a catalogare tutto e tutti, e vorremmo farlo anche con i migranti: economici di qua, rifugiati di là, irregolari, illegali. Ma come si fa a stabilire che un migrante in fuga dalla desertificazione abbia meno diritto di un profugo di guerra ai diritti che l’asilo garantisce? La nostra mente, inoltre, stenta ad accettare che in ogni migrante si sommino diversi fattori di spinta all’uscita dal proprio Paese: ragioni economiche e timore di persecuzione possono, insomma, coesistere.
Il fenomeno migrazione ha dimensioni inedite. Siamo passati dagli 80 milioni di migranti censiti nelgli anni ’70, ai 258 milioni attuali. Lo sviluppo demografico africano fa presagire che la crescita dei flussi sia costante e dirompente: l’Africa aveva 150 milioni di abitanti nel 1930; oggi sono 1 milione e 300mila; nel 2050 saranno 2 milioni e mezzo.
Veniamo a MEDU e al lavoro sul campo con e per i migranti. I medici MEDU incontrano migliaia di migranti e si attivano per le cure ed il sostegno psicologico. Più traumi interpersonali sono vissuti durante il viaggio dai migranti. Quasi nessuno esce indenne da violenze, esercitate ai fini estorsivi da trafficanti, passatori o poliziotti corrotti nei diversi Paesi di transito delle rotte africane. Se le torture lasciano segni sul corpo facilmente rinvenibili, come nel caso della “falaka”, tortura consistente nel battere con un bastone le piante dei piedi, o dell’elettroshock, più difficile è l’individuazione di depressioni e PTSD (Post Traumatic Stress Disorder). Un gran numero di migranti ha subito la reclusione nei magazzini (mezra) libici in attesa di essere imbarcato. Ammassati in condizioni umilianti e sottoposti a ricatti sessuali o economici. Molti hanno assistito alla morte di compagni di viaggio. Quasi tutti, nel deserto, hanno visto i cadaveri di chi non ce l’ha fatta. Ci sono migranti che raccontano di essere stati costretti dai carcerieri a usare violenza su altri migranti. Le inchieste hanno rivelato traffici d’organi e mercati degli schiavi.
I flussi migratori degli ultimi anni hanno sollevato nuove paure e diffidenze della popolazione europea verso i migranti e gli immigrati. In termini di salute pubblica, si sono diffusi timori sull’importazione di nuove malattie pericolose e oramai estinte nella civile Europa. La Sindrome di Salgari, così detta in virtù dei racconti esotici del noto scrittore, attribuisce ai migranti il ruolo di untori, portatori di malattie indicibili. In realtà, studi sociologici ci aiutano a comprendere i meccanismi delle migrazioni: chi parte è il soggetto sano, giovane e forte. La migrazione di uno è l’investimento di molti, e come ogni investimento è studiato nei dettagli. Tra gli immigrati, in realtà, è sempre stata la gastrite dovuta ai cambiamenti alimentari e allo stress il male più comune!
Oggi, riflette il dott. Barbieri, siamo giunti invece alla Sindrome del migrante esausto. I migranti, in principio sani, a causa dei lavori usuranti, della precarietà e della solitudine, ha buone probabilità di cadere ammalato.

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L’organizzazione MEDU, per far conoscere le violenze che si celano dietro i viaggi dall’Africa verso il vecchio continente, ha progettato un sito, esodi.mediciperidirittiumani.org, davvero interessante e fruibile. L’immediatezza è dovuta ad una strategia comunicativa basata su mappe interattive e su messaggi di testo spot, adatta a raggiungere anche un pubblico più giovane e meno orientato a letture più strutturate.
Altro aspetto da sottolineare, sono state le testimonianze di oltre 3000 migranti incontrati sul campo a fornire i dati descrittivi delle mappe.
MEDU ha rintracciato 5 rotte principali dall’Africa subsahariana ai porti delle coste maghrebine.
Via occidentale ovest (passa via Niger e poi si dirama o verso Orano o verso la Libia)
Via occidentale est (più battuta: da Dirkou si passa per la temuta Sabha, e si sale verso la costa libica)
Via orientale ovest (poco battuta)
Via orientale centro (dal Corno d’Africa la più seguita, attraverso il Sudan, poi in Libia)
Via orientale est (passava dall’Egitto, dal porto di Alessandria, ma Al Sisi ha sicurizzato i confini)
Attraversare il Sudan, per somali, eritrei e etiopi in fuga da instabilità e leva obbligatoria a vita, significa entrare in contatto con la tribù rashaida di trafficanti, e significa il carcere, poiché esiste il reato di immigrazione illegale.
Attraversare la Libia equivale a mettere a repentaglio la propria integrità fisica.
Il deserto del Sinai costituisce un’altra alternativa mortale.
L’Algeria, respinge nel deserto i migranti: 12.000 nel solo 2018, 34.000 dal 2014. Il Paese, sotto accusa da parte di Felipe Gonzalez Morales del Consiglio ONU dei diritti dell’uomo, ha rigettato le accuse, dichiarando di agire nella legalità contro persone illegalmente entrate nei confini del Paese.
Ogni rotta ha i suoi rischi, ogni migrante delle ragioni che vanno oltre questi rischi. Mi domando, problematizzando senza mettere in discussione le fughe delle persone da situazioni di morte sociale o biologica, riallacciandomi anche ad accuse di responsabilità degli Stati per le vittime dei “viaggi della speranza” esternate da Amnesty e altre organizzazioni, e valutando il tema sociologico delle migrazioni a catena, quali informazioni passino tra immigrati e futuri migranti restati nel Paese d’origine. Un tema spinoso, certamente, ma importante per comprendere l’immagine deformata che alimenta la decisione di partire ad ogni costo.
Più si va in profondità, più appare in modo immanente la complessità del tema. Qui sta il busillis.

Arianna

Appunti e riflessioni dal corso “Diritti e Migrazioni. Strumenti per convivere in una società che cambia” (CISP-Unipi & Cesvot)

•ottobre 8, 2018 • Lascia un commento

Log-book

6 ottobre 2018

Si parla di migrazioni, e fondamentale è capire come guardare al fenomeno.
Servono uno sguardo largo e uno sguardo lungo, capaci di tener conto dei vari problemi connessi con il tema e di comprenderne gli sviluppi a breve, medio e lungo termine.
Quando si pensano le migrazioni, lo si fa in termini di minaccia, di risorsa o con spirito caritatevole. Si tratta di approcci funzionali a noi stessi: chi le teme è perché ne ha paura; chi le considera una risorsa è perché vede in esse degli interessi realizzabili; chi considera i migranti unicamente come vittime da soccorrere soddisfa la propria indole generosa.
Indubbiamente, le responsabilità del cosiddetto Occidente, passate e presenti, sono una concausa dei movimenti di persone da Africa e Asia verso l’Europa. E le responsabilità sono in parte storiche e in parte a noi contemporanee: abbiamo parte nelle guerre, che alimentiamo con la vendita di armi o con il sostegno economico ai belligeranti; contribuiamo all’inquinamento con attività estrattive o scarichi industriali che danneggiano irrimediabilmente i corsi d’acqua e i terreni; imponiamo il debito da decenni, vero e proprio giogo per le economie di numerosi Stati; chiudiamo gli occhi di fronte alla corruzione o ce ne serviamo per raggiungere i nostri scopi.

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La lettura del fenomeno richiede, dunque, conoscenze, capacità critica e realismo.
Un’osservazione è d’obbligo: sul tema esistono immagini stereotipate difficili da scardinare, e una diffusa disinformazione che complica un sano confronto. Vi è, infatti, un significativo scarto tra la realtà e le percezioni personali.
Secondo un’indagine di Eurobarometer (istituto di indagine della Commissione Europea) gli italiani ritengono che gli stranieri in Italia rappresentino il 20% della popolazione totale. Il dato reale si attesta all’8%.
Lo stesso vale per i musulmani: gli intervistati credono che siano oramai il 20% degli italiani, ed invece sono appena il 6%.
Gli esempi sono numerosi e sono indice della confusione che impera.
Siamo portati a tacciare di becera ignoranza intere popolazioni dopo la lettura dei dati di simili sondaggi, ma non teniamo conto della loro natura ingannevole: “verificare se le persone hanno una corretta percezione della realtà sociale chiedendo dati precisi è di per sé ingannevole”, commenta il giornalista inglese David Randall sul n. 1274 di Internazionale. Insomma, a domanda precisa risponderebbero male in molti, eccetto gli studiosi. E vi è una differenza non trascurabile tra persone pur informate e studiosi. Perciò, senza giudicare chi sbaglia e allarmarci sullo status quo dell’intelligenza degli italiani, proviamo a lavorare per diffondere dati corretti e offrire validi strumenti di valutazione delle migrazioni, così come delle altre realtà sociali.
All’ordine del giorno, al corso pisano, un intervento introduttivo su migrazioni, conflitti e diritti di Filippo Furri.
Il ricercatore italiano Filippo Furri, in qualità di antropologo, studia le migrazioni ed è fondatore della rete Migreurope di Parigi. Ha presentato l’Atlas des migrants en Europe, opera dalla grafica brillante, costruita da un gruppo di studiosi di diverse discipline e avente per tema i viaggi, le rotte migratorie, gli ostacoli, i racconti dei migranti che arrivano nel continente europeo. Parliamo del folto numero di richiedenti asilo e profughi giunti dopo viaggi drammatici e talvolta grotteschi per le direttrici seguite e la lunghezza spropositata. Già, perché nessuno immaginerebbe mai che un marocchino, che a occhio nudo da Tangeri vede la costa spagnola ed i monti costellati di pale eoliche, per fare ingresso in Europa scelga la rotta balcanica, ossia passi dalla Turchia, dalla Grecia e risalga i Balcani fino al Tarvisio. Ricordo anche la storia di una famiglia siriana fuggita in Mauritania e di lì passata in Mali, speranzosa di risalire verso il Mediterraneo attraverso l’Algeria e di lì affrontare poi il viaggio per mare in direzione Spagna.
Nessun timore di veder vanificati gli investimenti economici di una vita, nessuna idea che il Mediterraneo sia tanto presidiato da rischiare di essere intercettati a poche miglia dalla riva libica, tunisina, marocchina, egiziana o algerina. Nessuna remora di fronte alla possibilità di morire. In una mappa dell’Atlas, i pattugliamenti delle varie missioni dell’agenzia Frontex sono tratteggiate insieme alle rotte percorse da Ulisse nel suo nostos. Nemmeno l’eroe greco, navigatore eccellente e polumethis, sarebbe passato indenne ai controlli!
Tra le mappe, impressa rimane quella che descrive il mare più mortifero del mondo, il nostro Mediterraneo. Record di naufragi e tragedie. Dal 1993 a oggi sono 34.361 i migranti e i profughi morti in viaggio.
Sui numeri e i pregiudizi che falsano le nostre percezioni, prendiamo il caso dei profughi in fuga dalla guerra. Sentiamo lamentele insistenti sull’invasione del vecchio continente da parte dei migranti. Ebbene, sappiamo dove vanno realmente? E in quanto effettivamente sono arrivati?
In Libano sono oltre 1 milione, su una popolazione di 6 milioni.
In Ukraina sono 1,9 milioni su 4,5 milioni di abitanti.
In Turchia 3,1 milioni, su 79,5 milioni di persone.
Nell’UE (comprensiva di Svezia e Norvegia) sono 3,6 milioni su 500 milioni di abitanti. Certo, le cifre non fanno conto della capacità (intesa in senso qualitativo) di accoglienza, ma bisogna imparare a procedere argomento per argomento, e non a sovrapporre infiniti piani per creare ad arte il caos della mala informazione.

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Che dire invece dei Siriani? Sono tutti arrivati in Germania o passati dall’Italia per risalire nei paesi scandinavi, come nel docufilm “Io sto con la sposa”? Turchia, Libano (non senza problemi di equilibri religioso-demografici), Iraq, Giordania, Egitto e Arabia Saudita hanno accolto il numero maggiore, ed è pacifico, sono tutti Paesi vicini.
Come spiegarsi poi, che i flussi (o movimenti, come suggerisce Furri) sono diminuiti a seguito dell’inasprimento dei controlli e dello smantellamento delle reti di ONG, ma la mortalità in mare è aumentata? Purtroppo i viaggi sono giocoforza più tortuosi, diventando, inesorabilmente, più pericolosi.

A.O.

Danza Orientale: esprimere se stessi partendo da un’altra cultura

•giugno 27, 2018 • Lascia un commento

Il Festival Meya Meya ha regalato uno spettacolo inedito a Livorno, la cui bellezza ed importanza in ottica socio-culturale sono sfuggite ad un pubblico più ampio che mi auguro sarà conquistato l’anno prossimo in occasione della seconda edizione dell’evento.

Una riflessione è d’obbligo. Le danzatrici che si sono avvicendate nelle coreografie di stimati maestri e maestre, hanno tutte in comune una passione, l’arte della danza orientale.

Affascinante e seducente, è indubbio, ma soprattutto capace di far dialogare chi la pratica con il proprio corpo.

Il vero beneficio è di natura psicologica. L’accettazione di sé, il superamento di incertezze dovute al proprio aspetto, la comprensione di essere portatrici di unicità e bellezza, di grazia e femminilità.

Trovare lo spazio per esprimersi, e farlo in pubblico, con grande determinazione, senza paura, accompagnate dagli applausi delle altre danzatrici.

Esprimere è un verbo che ha radice Latina, ex premere, cioè spingere fuori. E l’azione parte da un dentro, l’interiorità, ed è diretta all’esterno, verso l’altro, alla ricerca di dialogo e scambio, di condivisione emozionale.

Questa magia dell’incontro con se stessi e con gli altri nasce dalla pratica di una disciplina antica, le cui radici affondano nell’India e nel Medio Oriente. La danza era protagonista nei riti di fertilità, ed il ventre è culla della vita.

È dunque attraverso un’arte giunta da un’altra cultura che possiamo raggiungere un equilibrio con noi stessi ed ottenere un riconoscimento dagli altri.

La stessa dinamica si dipana nel nostro quotidiano, è attraverso l’altro che è  diverso da noi che ci mettiamo in discussione e conosciamo meglio noi stessi. Senza l’altro ci saremmo mai interrogati, avremmo mai dialogato?

Ecco un messaggio che nobilita ancor più la danza orientale e lo spettacolo offerto dal Meya Meya, fatto di luci colori ritmi gestualità, ma anche di miti storia attualità…vita!

MEYA MEYA FESTIVAL, la danza orientale ricetta per il dialogo interculturale

•giugno 21, 2018 • Lascia un commento

Livorno, Nuovo Teatro delle Commedie
22-23-24 giugno 2018
MEYA MEYA ORIENTAL DANCE FESTIVAL

Livorno – Si svolgerà il 22-23-24 giugno prossimi, presso il Nuovo Teatro delle Commedie in via G.M. Terreni a Livorno la prima edizione del “MEYA MEYA ORIENTAL DANCE FESTIVAL”, una tre giorni interamente dedicata alla danza orientale organizzata dalla danzatrice e coreografa italo-egiziana Nada Al Basha, in cui interverranno artisti internazionali tra cui Ibrahim Elsuezi (Egitto), Hana Elganainy (Egitto-Giappone), Al Escandar Alex (Italia-Tunisia) e la campionessa mondiale ed europea italiana di danza orientale Simona Minisini.
Nelle tre giornate si alterneranno, dal mattino al pomeriggio, workshop di danza orientale ai quali prenderanno parte oltre 40 danzatrici provenienti da tutta Italia.
In ognuna delle tre serate invece, a partire dalle 21.30, andranno in scena spettacoli basati sulle performance delle allieve di Nada Al Basha proveniente dalle scuole di Livorno, Lucca e Cecina (venerdì), danzatrici provenienti da tutta Italia (sabato) ed infine, domenica, avrà luogo il “Gala Show” finale con le esibizioni di tutti i maestri intervenuti alla tre giorni.
“Il Meya Meya Oriental Dance Festival si propone l’intento di divulgare la danza orientale come veicolo di comprensione della cultura mediorientale, oltre che come elemento di comunicazione immediato che possa favorire lo scambio tra culture e l’arricchimento reciproco”. Così Nada Al Basha, che aggiunge: “In un mondo sempre più globalizzato, dove i fenomeni migratori sono sempre più frequenti, stabilire dei ponti di scambio e comunicazione è necessario ed utile al fine di favorire l’integrazione e una coesione sinergica tra culture diverse. La danza, come ogni forma d’arte, rappresenta in questo senso un canale immediato”.

Sono lieta di essere la presentatrice dell’evento, e spero d dare un valido contributo perché queste tre serate risultino oltre che piacevoli, arricchenti.

Arianna Obinu

locandina Meya Meya festival Livorno

L’arte della condivisione in Galleria

•maggio 14, 2018 • Lascia un commento

L’evento “In cammino. Il fenomeno dei richiedenti asilo tra prospettive di vita, percezioni, appartenenze e identità culturali” svoltosi ieri pomeriggio a Firenze presso il Teatrino Machiavelli, si è rivelato una preziosa occasione di riflessione e scambio.
Organizzato nell’ambito del Festival delle culture di Pisa, questo momento di confronto sui richiedenti asilo ha visto la partecipazione della Coop. CeSDI Livorno, nella persona della vice presidente Shahrazad Al Basha, di Osim, associazione che riunisce accademici e studiosi del Mediterraneo rappresentata dalla moderatrice Arianna Obinu e dalle professoresse Barbara Bonciani e Serena Gianfaldoni, e di un ragazzo richiedente asilo proveniente dal Burkina Faso, Abdulaziz Bonkongou, ospite della Coop. CeSDi.
Il convegno, ospitato in una galleria d’arte dall’atmosfera raccolta e immaginosa, ha accompagnato la mostra fotografica “Ri-Scatti”, di recente proposta a Livorno, e frutto del percorso formativo-culturale condotto dal CeSDI con cinque richiedenti asilo. Le foto, adagiate sul pavimento al centro della sala, circondate da oggetti d’arte e luci soffuse, sono state il filo conduttore dell’incontro. Attraverso la narrazione del progetto svolto, infatti, è stato possibile ricostruire il lavoro degli operatori e dei mediatori che quotidianamente si confrontano con i richiedenti asilo, il quadro socio-politico del fenomeno a livello nazionale, le aspettative e l’intimo sentire di questi giovani.
Ogni foto racchiude un’identità ben precisa e delineata, una storia unica e privata, talvolta inenarrabile anche a se stessi. Abdulaziz ha raccontato il suo percorso in Italia con estrema dolcezza e intelligenza. Ha sottolineato le difficoltà di entrare in relazione con gli autoctoni, talvolta percepiti come oppositivi, l’urgenza di apprendere la lingua italiana per avere la chance di farsi capire ed apprezzare, la necessità di sentirsi utile a se stesso e agli altri. Abdulaziz ha di recente vinto le selezioni per il servizio civile presso l’associazione SVS di Livorno. Il progetto prevede delle ore sull’ambulanza per il soccorso e l’accompagnamento di malati, altre dedicate all’assistenza ai meno abbienti. Questa esperienza, ha detto, gli ha fatto capire che nella vita bisogna dare agli altri un po’ di noi, senza chiuderci in un egoismo dettato dall’istinto di sopravvivenza.
Shahrazad Al Basha ha accompagnato l’uditorio nella quotidianità degli addetti ai lavori del mondo migrazione. Nello specifico, ha affrontato con professionalità le criticità del sistema accoglienza, caratterizzato dall’urgenza e non ancora dalla strutturazione. Strutturare un fenomeno che ha preso piede, con le dimensioni ben note, oramai sette anni fa, significherebbe dare un senso compiuto al lavoro degli operatori che si trovano, invece, ostacolati dalla burocrazia (vedasi l’annosa questione del codice fiscale numerico assegnato ai richiedenti asilo che impedisce loro l’iscrizione al centro per l’impiego o l’accesso ad altri servizi) e dai tempi dilatati delle Commissioni.
Il lavoro in rete si rivela, a fronte dei tanti problemi, una strategia salvifica per associazioni del terzo settore e cooperative, poiché permette il sostegno reciproco nell’attività di inclusione sociale dei giovani ospiti. Purtroppo, però, non è sempre agevole instaurare simili rapporti di collaborazione, stanti gli interessi contrastanti delle organizzazioni.
La prof.ssa Bonciani ha proposto un’analisi dei processi migratori partendo dai dati. Il suo intervento ha messo in luce la macchinosità del sistema di valutazione delle pratiche di riconoscimento dello status di asilo politico o protezione sussidiaria – 170mila lo scorso anno), evidenziandone le conseguenze. Il rischio, ha affermato, è quello che una buona parte di questi soggetti vada ad alimentare la nebulosa delle presenze irregolari e finisca vittima della schiavitù che ruota intorno all’irregolarità. In effetti, nel momento in cui il parere negativo della Commissione diventa definitivo (dopo in media due anni), i ragazzi non hanno né la volontà né i mezzi per far rientro nel Paese d’origine. La sola alternativa è quella di permanere sul territorio italiano senza documenti. Questa debolezza giuridica li rende privi di diritti e facili prede di organizzazioni che sfruttano i migranti nel lavoro agricolo o in attività criminali.
Il problema, ha proseguito la Bonciani, è riconoscere che questo è uno scenario già esistente e non potrà che peggiorare se non si affrontano le sfide del nostro tempo con onestà intellettuale, senza rinvii o patetici teatrini politici.
Serena Gianfaldoni, organizzatrice del Festival delle Culture pisano, ha incentrato il suo intervento sull’interculturalità, non trascurando la condivisione di momenti della sua vita privata contrassegnati dal piacere – ma anche dalla necessità – di interagire con persone portatrici di diversi modi di pensare, comunicare e vivere.
Arianna Obinu, ideatrice della mostra “Ri-scatti”, ha raccontato la genesi del progetto, i punti deboli e i punti di forza dell’arte visuale come strada da seguire per l’autostima, la presa di coscienza personale e l’inclusione sociale. Ha portato a testimonianza della validità di simili attività un progetto europeo in corso, REHAC, che coinvolge partner norvegesi, sloveni, svedesi, italiani e greci nella sperimentazione di percorsi di inclusione dei rifugiati e richiedenti asilo attraverso l’arte, la letteratura e la cultura dei paesi ospitanti.
Infine, ha provato a tessere insieme gli interventi disegnando una tela organica dai disegni comprensibili sul fenomeno richiedenti asilo.
Nella piccola galleria d’arte, complice la bolla empatica venutasi a creare, le parole non sono svanite, ma hanno conferito alla tela nitidezza di colore.

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Ri-scatti. La mostra a Firenze per un giorno

•maggio 11, 2018 • Lascia un commento

Domenica 13 maggio, presso il Teatrino Machiavelli a Firenze, alle ore 16 si terrà il convegno “In cammino”, avente per tema i richiedenti asilo.

Sara l’occasione per inaugurare la mostra di pannelli fotografici Ri-Scatti, opera di un gruppo di giovani africani ospiti a Livorno della Coop. CESDI.