Harraga, nuovi sbarchi vecchi problemi

•settembre 26, 2017 • Lascia un commento

Oltre 170 gli algerini arrivati in poche ore sulle coste meridionali sarde. Un dato che non sorprende, bensì risulta essere in linea con l’andamento del fenomeno della harga, migrazione illegale, dall’Algeria orientale verso l’Italia dall’inizio del 2017.
Secondo dati Ansa, da gennaio ad oggi sarebbero oltre 1000 i migranti giunti in Sardegna seguendo la rotta algerina, quasi tutti giovani uomini, eccettuati poche decine di donne e minori. Ad agosto, in controtendenza con quanto siamo stati abituati ad osservare dal 2006, anno di inaugurazione di questa direttrice migratoria, è giunto sull’isola un barchino con a bordo sole donne: una novità che dice poco ai comuni lettori di testate giornalistiche, ma assume significato per gli studiosi dei flussi dal continente africano verso l’Europa.
Quel che forse non sfugge al comune lettore e allo studioso, è invece l’inquietudine di fronte al fenomeno manifestata dalle autorità regionali, e concretizzatasi nella richiesta di intervento ministeriale. Anche i media algerini hanno dato notizia delle interpellanze sarde a Roma, non a caso parlando di “Sardaigne inquiète” (AlgerieFocus). In effetti, la harga verso la Sardegna non gode di notorietà se non sulla stampa regionale, e su scala nazionale è considerata marginale rispetto ai flussi che interessano il Canale di Sicilia.
La tentazione di partire dall’Algeria resta alta, sia ad Ovest che ad Est. Numerosi sono i casi di salvataggio in mare operati dalle guardie costiere spagnole, italiane e algerine. Numerosi anche i tentativi frenati di partenze illegali, persino durante il mese sacro di Ramadan. Persistono tragici annegamenti e denunce da parte degli harraga di racket subito in mare aperto dagli uomini della Guardia Costiera. Continuano a diffondersi certezze sull’esistenza di un’organizzazione criminale, senza tuttavia prove schiaccianti che cancellino le modalità fai da te di questi viaggi, cominciati quasi per sfida da gruppi di ragazzi di quartiere senza nulla da perdere in patria.
Già, dimentichiamo sempre, in preda ai numeri delle cronache e all’ansia che qualche harrag la faccia franca, che dietro questa emorragia di giovani vi è un Paese, il più grande d’Africa, secondo fornitore di energia all’Europa dopo la Russia.
Cosa avviene dall’altra parte del mare? La crisi petrolifera ha inciso sull’economia algerina. I prezzi sono aumentati, il potere d’acquisto è diminuito e tutto questo si va sedimentando su una disoccupazione endemica che soffoca le classi sociali medio-basse. Le elezioni legislative del maggio scorso hanno visto una debole affluenza attestatasi al 35% e due milioni di schede bianche, segno della disaffezione crescente verso il potere di cambiamento della realtà da parte della politica. I risultati hanno visto una vittoria non entusiastica del partito del Presidente Bouteflika (al potere dal 1999), che si è aggiudicato 164 seggi in Parlamento su 462, e un senso di déjà-vu.
Il Paese dal di fuori sembra una democrazia sana e funzionante. Cosa manca ad un paese ricco di giacimenti petroliferi e gas, baciato dal sole, con un’estensione tale da contenere al suo interno climi e paesaggi che vanno dal deserto alla montagna, dalle coste sabbiose o frastagliate alle fertili campagne? Per non tacere delle ricchezze di un patrimonio culturale sconosciuto ai più, per via di un settore turistico che stenta ad essere incoraggiato: Tipaza, Djamila, Timgad sono solo alcuni esempi di antiche città romane incantevoli da visitare.
Cosa blocca gli ingranaggi e costringe chi può a partire legalmente e chi è meno fortunato a farlo per vie illegali?
Un sistema di corruzione collaudato da troppo tempo, incancrenito oramai, difficile da immaginare per chi non lo respira quotidianamente, anche nelle piccole cose. Un harrag arrivato a luglio in Sardegna, è partito perché non è riuscito a ricevere adeguate cure dopo un incidente stradale. I diritti vanno di pari passo con lo status sociale, e non è facile accettare con rassegnazione le perenni disuguaglianze e le ingiustizie.
Così c’è chi ha sogni troppo grandi rispetto ad una vita così piccola di cui sente l’immane peso e fa di tutto per andarsene. E c’è chi non ha poi grandi sogni, e si unisce ai partenti perché la sua vita non ha peso e perciò, tanto vale giocarsi una carta, a costo di comprarsi, con quei mille euro utili alla traversata, la morte.

 

 

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“Ipazia”: spettacolo di danza orientale… e non solo

•luglio 26, 2017 • Lascia un commento

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Un palco che si affaccia sul mare, uno spettacolo che si fa viaggio nei meandri della storia e lungo le rotte carovaniere, dalla remota India fino alla Spagna, antica Al Andalus per gli Arabi. Le coreografie della maestra Nada Al Basha, eseguite dalla compagnia di danza orientale Karabà, e dalle allieve dei suoi corsi di Lucca e Livorno, hanno condotto gli spettatori alla scoperta della meravigliosa varietà di ritmi e danze del Raqs Sharqiyy, “danza orientale”. Dall’Egitto all’Iraq, dall’Algeria alla Spagna, lo spettacolo ha reso omaggio a riti sacri, rituali di guarigione, giochi di seduzione e all’eleganza di un’arte raffinata che mette al centro la donna, la sua energia, il suo spirito creativo, il suo ruolo di custode e trasmettitrice di saperi pratici e del sapere intellettuale.

Il titolo “Ipazia: donne vestali del Mediterraneo”, del resto, non lascia dubbio sul tributo alla donna, intesa non solo come perpetuatrice della specie, ma anche e soprattutto come coraggioso e consapevole motore dei cambiamenti sociali, oggi come ieri.

Ipazia, filosofa e astronoma alessandrina del IV sec., fu vittima del fanatismo religioso cristiano, ma all’origine del suo feroce assassinio vi fu molto probabilmente l’invidia per quel che rappresentava. Filistorgio, a vent’anni dalla sua morte ebbe a dire di lei che “insegnava ad entrare dentro di sé (l’intelletto) guardando fuori (la volta stellata), e mostrava come seguire il cammino con il rigore della geometria e dell’aritmetica”. Non solo studiosa, perciò, ma altresì valida insegnante e divulgatrice della scienza. Il monopolio della parresia, tuttavia, era di dominio maschile, e in ambito mediterraneo è facile constatare che le cose dal IV secolo ad oggi, non sono poi tanto mutate. Passando in rassegna i Paesi mediterranei, in effetti, non è difficile incorrere in organizzazioni sociali che relegano la donna ad uno status di inferiorità, o che pongono dei seri ostacoli alla sua piena espressione nella vita socio-professionale.

Ad un’attenta disamina, non si può negare che le donne meno fortunate, da questo punto di vista, siano le donne dei Paesi a maggioranza islamica, vuoi per il patriarcalismo prosperante vuoi per la strumentalizzazione della religione da parte di chi detiene il potere e ha interesse a che nulla cambi, al fine di mantenere saldamente lo status quo.

Lo spettacolo coreutico andato in scena, se letto con sguardo sociologico, assume allora un significato di difesa dei diritti della donna, in primis del diritto all’uguaglianza senza eccezioni o strappi, e del diritto a disporre del proprio corpo come sente, al di là dei dettami religiosi. Un invito alla catarsi e alla liberazione del sé che la danza ha il dono di rendere possibile.

Tornano alla mente numerose suggestioni della letteratura araba passata e recente, con rimandi alla situazione odierna della donna nell’universo arabo-islamico. Pensare a Shahrazad o alla schiava Tawaddud fa riflettere sull’importanza della parola e di chi la detiene. Al contempo fa pensare, con inquietudine, ai dati relativi all’analfabetismo delle donne egiziane o marocchine, alla scolarizzazione di tante siriane ed irachene interrotta per via della guerra. In “Creatura di sabbia”, romanzo di Tahar Ben Jelloun, una bambina è costretta a crescere come se fosse nata maschio, a causa della volontà paterna volta a non disperdere l’eredità. In un racconto di Zakariya Tamer, la figlia scappata di casa per i ripetuti maltrattamenti subiti dal padre, è oggetto d’odio e vergogna per la famiglia, che medita di ritrovarla per ucciderla e lavare così l’infamia. Già, perché l’eredità pende dal lato agnatizio, e l’onore è nascosto sotto gli abiti delle donne. Sopravvivenze tribali, verrebbe da sorridere se non fosse che queste tradizioni ancorate nelle mentalità e nel diritto, continuano a disseminare di ingiustizie le vite di molte donne.

Fatima Mernissi scriveva in “La terrazza proibita” che da piccola giocava a “al-masriya biljals”, ossia al gioco del passeggiare seduta. “Per giocare occorrono tre cose: la prima è starsene immobili da qualche parte; la seconda avere un posto per sedersi; la terza è trovare una posizione di umiltà tale da accettare l’idea che il proprio tempo non valga niente”. La donna dev’essere impercettibile nello spazio pubblico, dunque, e anche in quello domestico.

La danza fa sognare che questa imposizione di fissità di sentimenti e movimenti, e questa invisibilità nello spazio e nel tempo, non esistano. La danza come “art solution”, così come accadde nel febbraio 2013 per le strade di Tunisi quando, tra i gas lacrimogeni delle forze di polizia chiamate a reprimere la manifestazione pro Belaid, un ragazzo e una ragazza si misero a ballare, trascinando molti altri a far lo stesso.

Danza simbolo di resistenza e lotta. Danza simbolo di libertà e di vita.

A.O.

(Lo spettacolo ha avuto luogo presso la Rotonda d’Ardenza il 25/07/2017, ed è stato preceduto da una conferenza sui diritti della donna nell’islam organizzata dal CeSDI in collaborazione con OSIM)

Abd el-Kader. Ben più di un ribelle, savio pensatore

•aprile 11, 2017 • Lascia un commento

Si è tenuto sabato 8 aprile 2017, un incontro sul dialogo interreligioso presso l’Istituto Italiano di Cultura di Algeri. Hanno partecipato in qualità di relatori mons. Teissier, arcivescovo della città, il prof. Mohamed Talbi e l’islamologo italiano Paolo Branca. L’incontro si è dipanato attorno alla figura dell’emiro Abd el-Kader, figura quasi mitologica di filosofo guerriero.

Algerino dell’ovest, Abd el-Kader è noto per aver guidato la resistenza all’occupazione francese nel XIX secolo. Nato nel 1808 in seno ad una famiglia di ascendenza profetica, studiò le scienze, la letteratura e la religione islamica. Viaggiò nel mondo arabo in occasione del pellegrinaggio condotto con suo padre nel 1826 e, al suo ritorno, le tribù dell’Algeria dell’ovest lo investirono dell’autorità di sultano. Iniziarono in quel periodo gli scontri e i confronti con i Francesi che si erano frattanto lanciati nella colonizzazione del Paese, che si risolsero nell’improgionamento dell’emiro e nel suo esilio in Francia prima, a Damasco poi.

Fu proprio durante gli anni di reclusione che le sue meditazioni sufi e i suoi scritti si fecero più intensi. Intorno al 1860, infine, si rese protagonista in Siria della protezione di migliaia cristiani minacciati dalla follia di massacro dei musulmani. Questa forte presa di posizione gli valse la stima delle potenze europee e l’invito all’inaugurazione del Canale di Suez nel 1869.

Attualmente, e da oltre vent’anni, esiste una Fondazione algerina che cura la memoria dell’emiro con l’intento di pubblicarne l’opera omnia e di ricostruire una parte della storia d’Algeria dai contorni oscuri o segnata da interpretazioni contrastanti.

Durante l’incontro è emersa la volontà di promuovere Abd el-Kader quale personaggio simbolo del pensiero musulmano aperto alla conoscenza dell’altro e alla pacifica e rispettosa convivenza.

Di converso è emerso anche il bisogno, dal basso, di convergenza su una figura illuminata in cui tutti possano riconoscersi e rinvenire un senso di appartenenza sano e forte all’algerinità e ad un islam non infarcito di violenza e non ripiegato su se stesso.

Il cammino da seguire per realizzare questo progetto è un cammino di conoscenza e divulgazione seria che ricrei, passo dopo passo, una cultura della lettura, dell’ascolto, del pensiero.

Come ha sottolineato il prof. Branca, infatti, le informazioni grette derivateci dai media o da siti internet arraffazzonati, non risolvono il problema del vuoto culturale e dell’ignoranza che pervadono i nostri tempi. Non aiuta nenache l’analfabetismo religioso, sia esso cristiano, musulmano o di altra origine, che alimenta malintesi e chiusure aprioristiche che nuociono al bene comune delle nostre società, sempre più preda di una cecità che sfocia in odio e violenza.

Se dunque il pensiero e l’opera dell’emiro Abd el-Kader recano in sé i germogli di un insegnamento volto a costruire passerelle tra popoli e fedi, demolendo l’immagine aggressiva del rapporto islam-cristianesimo, ci auguriamo che la figura di questo nobile guerriero trovi un nuovo posto nella storia che ne metta in luce la saggezza e travalichi i confini nazionali per diventare un patrimonio di tutti.

A.O.

L’OSIM presenta il suo primo quaderno: “Mediterraneo. Popoli in movimento”

•aprile 2, 2017 • Lascia un commento

Si è svolta venerdì 31 marzo 2017, presso la libreria Erasmo a Livorno, la presentazione del volume “Mediterraneo. Popoli in movimento”, edito dalla TEP di Pisa e prodotto dall’Osservatorio Osim.

Si tratta del primo quaderno tematico pubblicato dagli studiosi membri dell’Osim, che ha visto la luce grazie al sostegno della Fondazione Memorie Cooperative, nonché alla volontà comune di promuovere e diffondere una cultura basata sulla conoscenza e l’analisi approfondita dei fenomeni sociali.

Viviamo una fase storica densa di incertezze eppure costellata di fondamentalismi depositari di verità, in ogni campo dello scibile e della vita quotidiana, e sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze di una cultura dominante che tenta l’omologazione della massa e la semplificazione in senso riduttivo della realtà.

Per questo la pubblicazione è rivolta in primis ai giovani studenti, affinché in essa trovino stimoli e strumenti per scomporre la complessità dei fenomeni e ricostruire una propria idea sulle cose corredata da dati, argomentazioni, interiorizzazione di punti di vista diversi e magari non condivisi. Il confronto, la lettura e l’ascolto sono i grandi assenti del momento. Una irrefrenabile fretta pervade gli spiriti e atrofizza gli spazi dedicati alla riflessione.

L’Osim ha cercato, sin dalla sua fondazione nel 2012, di proporsi alla cittadinanza come riattivatore di eventi culturali fondati sulla ricerca e lo studio, non sempre con risultati soddisfacenti. L’idea della pubblicazione nasce proprio dalla fiducia infusa da un convegno, realizzato nel mese di maggio 2016 presso la sala Ferretti della Fortezza Vecchia, molto partecipato ed apprezzato.

Gli interventi del gruppo di relatori sono stati pertanto incorniciati in un’idea editoriale che ha mantenuto lo stesso titolo del convegno “Mediterraneo. Popoli in movimento” e si è impreziosita di una prefazione scritta dall’ambasciatore del Marocco in Italia. Durante la presentazione, ogni autore ha sottolineato le peculiarità del proprio articolo interagendo con il vivace pubblico.

Il volume, curato da Arianna Obinu ed Ahmed Habouss, contiene contributi sul concetto di Mediterraneo e di identità dei popoli, e sulle migrazioni passate e presenti nel Mare Nostrum.

Un quaderno volutamente di scorrevole lettura che ha il merito di sollecitare pensiero senza volerlo dirigere.

A.O.

Dall’Algeria non solo ‘harraga’: a Cagliari cinque studenti con una borsa di studio

•febbraio 28, 2017 • Lascia un commento

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Di una settimana fa la notizia dell’arrivo di un centinaio di harraga sulla costa del Sulcis. Il fenomeno, dunque, continua, contando sul fronte arrivi 220 giovani sbarcati sull’isola nei primi due mesi del 2017. Di contro, sul fronte partenze dalla riva sud, il Ministero della Difesa algerino ha dichiarato che nel mese di gennaio sono avvenuti 164 fermi da parte delle autorità localilungo la costa, da est a ovest.Il dato conferma che la sete di Europa non è sopita e che quel che noi vediamo non è che la punta di un iceberg di un fenomeno di portata maggiore. La stessaLaddh, la Lega per i diritti umani in Algeria, ha parlato di 1.200 tentativi di harga dal Paese falliti nel corso del 2016, una cifra che si avvicina al numero di coloro che, invece, hanno portato a termine l’avventura raggiungendo la Sardegna. Il quotidiano “Le Soir”, inoltre, pochi giorni or sono raccontava della nuova clientela a bordo dei barchini che daCap Falcon si dirigono verso le coste spagnole: togolesi, camerunensi, beninesi e guineani, tra cui donne, tutti pronti a pagare mille euro per la traversata del Mediterraneo.

Nel bilancio di partenze e arrivi, si contano anche i viaggi degli harraga dalla Sardegna verso la penisola, per l’obbligo di abbandonare il suolo nazionale a seguito del decreto di espulsione ricevuto dalle autorità italiane. Purtroppo, ad accompagnare il viaggio di una cinquantina di harraga,lunedì 20 febbraio scorso, sono stati atti vandalici e molestie ai danni degli altri passeggeri del traghetto della Tirrenia su cui si erano imbarcati. Una rivolta che corrobora il senso di diffidenza nei confronti dei giovani harraga e rende una cattiva pubblicità all’Algeria, Paese da cui provengono e scappano.

Proprio quel giorno – il caso ha voluto – hanno fatto arrivo a Cagliari cinque algerini, ma su un volo Alitalia proveniente da Algeri, e con in tasca un regolare visto di soggiorno. Sonogiovani studenti universitaribeneficiari di una borsa di studio erogata da Sardegna ForMed nell’ambito della cooperazione internazionale, che permetterà loro di concludere la laurea magistrale presso laFacoltà di Lingue e Letterature Straniere di Cagliari. Da ottobre preparavano il proprio dossier, e finalmente hannocoronato il sogno di partire per l’Italia, dopo tre anni di studi presso ilDipartimento di Italianistica dell’Università di Algeri 2.

Ahmed è di Medea, cittadina a circa 70 km da Algeri. Ha le idee chiare, vuole fare l’insegnante di lingua italiana. Ha scelto di studiare l’italiano all’Università perché trova che la nostra sia una lingua dolce e facile da pronunciare, e perché ha intravisto delle oggettive opportunità lavorative legate all’apprendimento della lingua del Bel Paese. Sono infatti numerosi glistudenti di italiano in Algeria, circa 10.000 giovani, poiché l’italiano è entrato di diritto tra le lingue opzionali dell’ultimo biennio del liceo, a fianco allo spagnolo e al tedesco. È inoltreinsegnato, a livello universitario, adAnnaba, Algeri e Blida. Il fascino dell’Italia è innegabile: letteratura, arte e moda sono un richiamo irresistibile per i giovani algerini che si avvicinano alla cultura e all’idioma del nostro Paese.

“Cosa pensi degli harraga?” chiedo aAhmad. “Rischiano la vita per niente – dice – pensano che oltre il mare ci sia il paradiso, ma non è vero. Qua se lavori mangi, se non lavori non mangi. Ho visto una donna inginocchiata che chiedeva un euro. Nessuno gliel’ha dato. In Algeria non si muore di fame! Anche se non hai soldi, puoi mangiare. Questi harraga hanno danneggiato la nostra reputazione, per questo il governo algerino deve sorvegliare bene le coste… D’altra parte, però, dovrebbe facilitare un po’ l’ottenimento del visto per l’estero, che non è affatto semplice”.

Bedreddine, 22 anni, di Chlef, a ovest della Capitale, studia linguistica mediterranea e anche lui aspira ad essere insegnante. A proposito di harga, ha una storia in famiglia da raccontare:“Un mio parente ha provato la traversata, ma nessuno più sa dove sia. Inizialmente si seppe che si era salvato dalla morte per miracolo, poi che si trovava in carcere in Marocco e che avrebbe ritentato l’avventura. Dal 2013, però, non avendo più notizie di lui, è stato dichiarato morto”.

L’impatto con la Sardegna e l’università è stato positivo. Dopo la caotica Algeri,Cagliari sembra un’oasi di calma, pulizia e ordine. “L’Università mi è sembrata pulita e organizzata. Le differenze con l’Università di Algeri 2? Stanno in questi punti positivi: laboratori linguistici, aule, materiali e professori specializzati”. A fronte della certezza che questa esperienza apra loro amicizie, studi di livello superiore epossibilità di conoscere la Sardegna e le altre regioni d’Italia, Ahmad eBedreddin pensano all’Algeria costantemente: a chi manca il couscouse “quel caldo sorriso sulle facce della gente, quel mix di follia ed entusiasmo del popolo algerino”, a chi invece mancano i nipotinie le partite di calcio. Speriamo che lospirito d’accoglienza isolano lenisca presto la nostalgia e che questo progetto di cooperazione contribuisca ad aprire una finestra culturale sull’Algeria, terra dalla storia affascinante sepolta, purtroppo, sotto le sabbie della cronaca.

 

Pubblicato su sardegna.admaioramedia.it

Alger: Conférence sur les harragas

•gennaio 27, 2017 • Lascia un commento

In occasione della “Nuit des idées 2017”ad Algeri, manifestazione organizzata dagli Istituti di Cultura francese in oltre 40 Paesi al mondo, nell’incontro dal titolo“Un monde en commun” (Un mondo in comune) si è parlato di harraga e sono stata invitata a parlare di fenomeni migratori.

Parlare della rotta Algeria dell’Est–Sulcis di fronte ad un pubblico algerino, perciò informato e consapevole degli argomenti sviluppati, è stataun’occasione di confronto e disvelamento del punto di vista dell’altro. Dare conto della realtà al di là del mare, di quel che aspetta gli harraga una volta sbarcati, di quale siano le reazioni dei sardi e degli italiani ai flussi migratori dalla riva sud, ha permesso ai presenti di arricchire e completare le proprie conoscenze con nuovi elementi di riflessione.

Inoltre, la harga algerina (migrazione illegale) è stata contestualizzata nel più ampio movimento di popolazioni cheriguarda tutto il bacino mediterraneo, nostra area di analisi privilegiata. Laharga non è che la punta di un iceberg, un microfenomeno tra i tanti, tutti indissolubilmente legati fra loro. Studiando una particolare rotta, possiamo comprendere attraverso un’analisi comparativa con altre filiere migratorie, l’intero fenomeno. Soprattutto ci possiamo rendere conto dell’interdipendenza delle rotte migratorie, delle conseguenze delle dinamiche di controllo dei confini, della ricaduta in termini di flussi delle situazioni di instabilità politica o di guerra aperta.

Ogni fatto che accade nel nostro mondo mediterraneo e nelle zone che su di esso insistono è interconnesso, di qui l’esigenza di conoscere per prevenire o almeno intercettarne il senso. Perciò, ho allargato gli orizzonti alle migrazioni dall’Africa Occidentale, anch’esse connotate da movimenti di giovani uomini, apparentemente non in fuga da guerra a persecuzioni. L’instabilità in Libia potrebbe creare un nuovo punto di partenza verso l’Europa proprio in Algeria, nell’est. La rotta degli harraga potrebbe diventare una nuova rotta dei migranti subsahariani, la cui presenza inizia ad essere tangibile nel Paese. L’Algeria non è indenne dai cambiamenti epocali portati dalla globalizzazione: i Paesi che prima erano connotati da forti movimenti emigratori sono oggi al contempo Paesi d’arrivo, di transito e di partenza. Gli stessi problemi che rendono spinosa la materia immigrazione, iniziano a pesare anche sui Paesi del Maghreb. L’immigrazione comporta la messa in discussione del sistema di sicurezza, del sistema politico-sociale dei Paesi di partenza e d’arrivo; scardina equilibri preesistenti a livello culturale ed educativo, nonché a livello cultuale; l’immigrazione incide sull’identità, innescando talvolta processi di ripiegamento tanto delle minoranze quanto della popolazione locale ‘minacciata’ dalla presenza dell’altro, del diverso.

L’interesse sulla problematica manifestato dal pubblico in sala, un centinaio di persone, lascia sperare che vi sia sempre più spazio, in futuro, per questi momenti di scambio e relazione tra le due sponde, per abbattere tabù, per aprire finestre sulla realtà europea e locale. Per capire come vogliamo che sia, nell’interesse nostro e delle generazioni future, questo mondo in comune che è un dato di fatto e non un orizzonte fantascientifico.

“Voi siete il collo del pianeta, la testa pettinata,

il naso delicato, siete cime di sabbia dell’umanità.

Noi siamo i piedi in marcia per raggiungervi”.  (Erri De Luca, 2005)

Arianna Obinu– Ricercatrice ed autrice della monografia “Harraga, il sogno europeo passa dalla Sardegna”

Solidarietà ai terremotati da parte dei richiedenti asilo

•settembre 10, 2016 • Lascia un commento

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In settimana, un gruppo di richiedenti asilo ospitati in città dal CeSDI, Centro Servizi Donne Immigrate, si è presentato nella sede dell’associazione con un sacchetto in mano.

Con enorme sorpresa della presidente Shahrazad Al Basha, il sacchetto conteneva del denaro, frutto di una colletta effettuata spontaneamente dai giovani ragazzi e ragazze, per lo più africani e musulmani, che da tempo risiedono a Livorno e cercano faticosamente di creare un nuovo futuro per se stessi e per le proprie famiglie lontane.

Impressionati dalle immagini di devastazione viste in televisione, e forse anche consapevoli del tam tam mediatico finalizzato alla raccolta di solidarietà via sms o donazione bancaria, i richiedenti asilo hanno sentito il dovere di aiutare la popolazione colpita dal recente sisma, e si sono organizzati.

“In tutto un centinaio d’euro! – ha raccontato la Presidente. È un gesto che ci ha commosso profondamente, segno che la situazione personale di disagio non li rende sordi alle sofferenze degli altri. Noi cerchiamo di aiutarli ad inserirsi nel nuovo contesto europeo in cui vivono attraverso la scuola di italiano e l’educazione civica…ma i sentimenti non si possono insegnare.

Molti dei nostri ospiti scappano da situazioni terribili di conflitto o miseria. Sanno cosa significano distruzione e perdita dei propri cari”.

Di fronte al tema dell’accoglienza migranti, affrontato anche nel nostro Paese con toni sempre più accesi e polemici, vogliamo raccontare questa piccola storia che merita di essere resa nota proprio in virtù della sua spontaneità. È una storia di solidarietà umana, scevra di strumentalizzazioni politiche, che incoraggia a non perdere la fiducia negli altri e la speranza in un mondo migliore.

A.O.