Abd el-Kader. Ben più di un ribelle, savio pensatore

•aprile 11, 2017 • Lascia un commento

Si è tenuto sabato 8 aprile 2017, un incontro sul dialogo interreligioso presso l’Istituto Italiano di Cultura di Algeri. Hanno partecipato in qualità di relatori mons. Teissier, arcivescovo della città, il prof. Mohamed Talbi e l’islamologo italiano Paolo Branca. L’incontro si è dipanato attorno alla figura dell’emiro Abd el-Kader, figura quasi mitologica di filosofo guerriero.

Algerino dell’ovest, Abd el-Kader è noto per aver guidato la resistenza all’occupazione francese nel XIX secolo. Nato nel 1808 in seno ad una famiglia di ascendenza profetica, studiò le scienze, la letteratura e la religione islamica. Viaggiò nel mondo arabo in occasione del pellegrinaggio condotto con suo padre nel 1826 e, al suo ritorno, le tribù dell’Algeria dell’ovest lo investirono dell’autorità di sultano. Iniziarono in quel periodo gli scontri e i confronti con i Francesi che si erano frattanto lanciati nella colonizzazione del Paese, che si risolsero nell’improgionamento dell’emiro e nel suo esilio in Francia prima, a Damasco poi.

Fu proprio durante gli anni di reclusione che le sue meditazioni sufi e i suoi scritti si fecero più intensi. Intorno al 1860, infine, si rese protagonista in Siria della protezione di migliaia cristiani minacciati dalla follia di massacro dei musulmani. Questa forte presa di posizione gli valse la stima delle potenze europee e l’invito all’inaugurazione del Canale di Suez nel 1869.

Attualmente, e da oltre vent’anni, esiste una Fondazione algerina che cura la memoria dell’emiro con l’intento di pubblicarne l’opera omnia e di ricostruire una parte della storia d’Algeria dai contorni oscuri o segnata da interpretazioni contrastanti.

Durante l’incontro è emersa la volontà di promuovere Abd el-Kader quale personaggio simbolo del pensiero musulmano aperto alla conoscenza dell’altro e alla pacifica e rispettosa convivenza.

Di converso è emerso anche il bisogno, dal basso, di convergenza su una figura illuminata in cui tutti possano riconoscersi e rinvenire un senso di appartenenza sano e forte all’algerinità e ad un islam non infarcito di violenza e non ripiegato su se stesso.

Il cammino da seguire per realizzare questo progetto è un cammino di conoscenza e divulgazione seria che ricrei, passo dopo passo, una cultura della lettura, dell’ascolto, del pensiero.

Come ha sottolineato il prof. Branca, infatti, le informazioni grette derivateci dai media o da siti internet arraffazzonati, non risolvono il problema del vuoto culturale e dell’ignoranza che pervadono i nostri tempi. Non aiuta nenache l’analfabetismo religioso, sia esso cristiano, musulmano o di altra origine, che alimenta malintesi e chiusure aprioristiche che nuociono al bene comune delle nostre società, sempre più preda di una cecità che sfocia in odio e violenza.

Se dunque il pensiero e l’opera dell’emiro Abd el-Kader recano in sé i germogli di un insegnamento volto a costruire passerelle tra popoli e fedi, demolendo l’immagine aggressiva del rapporto islam-cristianesimo, ci auguriamo che la figura di questo nobile guerriero trovi un nuovo posto nella storia che ne metta in luce la saggezza e travalichi i confini nazionali per diventare un patrimonio di tutti.

A.O.

L’OSIM presenta il suo primo quaderno: “Mediterraneo. Popoli in movimento”

•aprile 2, 2017 • Lascia un commento

Si è svolta venerdì 31 marzo 2017, presso la libreria Erasmo a Livorno, la presentazione del volume “Mediterraneo. Popoli in movimento”, edito dalla TEP di Pisa e prodotto dall’Osservatorio Osim.

Si tratta del primo quaderno tematico pubblicato dagli studiosi membri dell’Osim, che ha visto la luce grazie al sostegno della Fondazione Memorie Cooperative, nonché alla volontà comune di promuovere e diffondere una cultura basata sulla conoscenza e l’analisi approfondita dei fenomeni sociali.

Viviamo una fase storica densa di incertezze eppure costellata di fondamentalismi depositari di verità, in ogni campo dello scibile e della vita quotidiana, e sono soprattutto i giovani a subire le conseguenze di una cultura dominante che tenta l’omologazione della massa e la semplificazione in senso riduttivo della realtà.

Per questo la pubblicazione è rivolta in primis ai giovani studenti, affinché in essa trovino stimoli e strumenti per scomporre la complessità dei fenomeni e ricostruire una propria idea sulle cose corredata da dati, argomentazioni, interiorizzazione di punti di vista diversi e magari non condivisi. Il confronto, la lettura e l’ascolto sono i grandi assenti del momento. Una irrefrenabile fretta pervade gli spiriti e atrofizza gli spazi dedicati alla riflessione.

L’Osim ha cercato, sin dalla sua fondazione nel 2012, di proporsi alla cittadinanza come riattivatore di eventi culturali fondati sulla ricerca e lo studio, non sempre con risultati soddisfacenti. L’idea della pubblicazione nasce proprio dalla fiducia infusa da un convegno, realizzato nel mese di maggio 2016 presso la sala Ferretti della Fortezza Vecchia, molto partecipato ed apprezzato.

Gli interventi del gruppo di relatori sono stati pertanto incorniciati in un’idea editoriale che ha mantenuto lo stesso titolo del convegno “Mediterraneo. Popoli in movimento” e si è impreziosita di una prefazione scritta dall’ambasciatore del Marocco in Italia. Durante la presentazione, ogni autore ha sottolineato le peculiarità del proprio articolo interagendo con il vivace pubblico.

Il volume, curato da Arianna Obinu ed Ahmed Habouss, contiene contributi sul concetto di Mediterraneo e di identità dei popoli, e sulle migrazioni passate e presenti nel Mare Nostrum.

Un quaderno volutamente di scorrevole lettura che ha il merito di sollecitare pensiero senza volerlo dirigere.

A.O.

Dall’Algeria non solo ‘harraga’: a Cagliari cinque studenti con una borsa di studio

•febbraio 28, 2017 • Lascia un commento

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Di una settimana fa la notizia dell’arrivo di un centinaio di harraga sulla costa del Sulcis. Il fenomeno, dunque, continua, contando sul fronte arrivi 220 giovani sbarcati sull’isola nei primi due mesi del 2017. Di contro, sul fronte partenze dalla riva sud, il Ministero della Difesa algerino ha dichiarato che nel mese di gennaio sono avvenuti 164 fermi da parte delle autorità localilungo la costa, da est a ovest.Il dato conferma che la sete di Europa non è sopita e che quel che noi vediamo non è che la punta di un iceberg di un fenomeno di portata maggiore. La stessaLaddh, la Lega per i diritti umani in Algeria, ha parlato di 1.200 tentativi di harga dal Paese falliti nel corso del 2016, una cifra che si avvicina al numero di coloro che, invece, hanno portato a termine l’avventura raggiungendo la Sardegna. Il quotidiano “Le Soir”, inoltre, pochi giorni or sono raccontava della nuova clientela a bordo dei barchini che daCap Falcon si dirigono verso le coste spagnole: togolesi, camerunensi, beninesi e guineani, tra cui donne, tutti pronti a pagare mille euro per la traversata del Mediterraneo.

Nel bilancio di partenze e arrivi, si contano anche i viaggi degli harraga dalla Sardegna verso la penisola, per l’obbligo di abbandonare il suolo nazionale a seguito del decreto di espulsione ricevuto dalle autorità italiane. Purtroppo, ad accompagnare il viaggio di una cinquantina di harraga,lunedì 20 febbraio scorso, sono stati atti vandalici e molestie ai danni degli altri passeggeri del traghetto della Tirrenia su cui si erano imbarcati. Una rivolta che corrobora il senso di diffidenza nei confronti dei giovani harraga e rende una cattiva pubblicità all’Algeria, Paese da cui provengono e scappano.

Proprio quel giorno – il caso ha voluto – hanno fatto arrivo a Cagliari cinque algerini, ma su un volo Alitalia proveniente da Algeri, e con in tasca un regolare visto di soggiorno. Sonogiovani studenti universitaribeneficiari di una borsa di studio erogata da Sardegna ForMed nell’ambito della cooperazione internazionale, che permetterà loro di concludere la laurea magistrale presso laFacoltà di Lingue e Letterature Straniere di Cagliari. Da ottobre preparavano il proprio dossier, e finalmente hannocoronato il sogno di partire per l’Italia, dopo tre anni di studi presso ilDipartimento di Italianistica dell’Università di Algeri 2.

Ahmed è di Medea, cittadina a circa 70 km da Algeri. Ha le idee chiare, vuole fare l’insegnante di lingua italiana. Ha scelto di studiare l’italiano all’Università perché trova che la nostra sia una lingua dolce e facile da pronunciare, e perché ha intravisto delle oggettive opportunità lavorative legate all’apprendimento della lingua del Bel Paese. Sono infatti numerosi glistudenti di italiano in Algeria, circa 10.000 giovani, poiché l’italiano è entrato di diritto tra le lingue opzionali dell’ultimo biennio del liceo, a fianco allo spagnolo e al tedesco. È inoltreinsegnato, a livello universitario, adAnnaba, Algeri e Blida. Il fascino dell’Italia è innegabile: letteratura, arte e moda sono un richiamo irresistibile per i giovani algerini che si avvicinano alla cultura e all’idioma del nostro Paese.

“Cosa pensi degli harraga?” chiedo aAhmad. “Rischiano la vita per niente – dice – pensano che oltre il mare ci sia il paradiso, ma non è vero. Qua se lavori mangi, se non lavori non mangi. Ho visto una donna inginocchiata che chiedeva un euro. Nessuno gliel’ha dato. In Algeria non si muore di fame! Anche se non hai soldi, puoi mangiare. Questi harraga hanno danneggiato la nostra reputazione, per questo il governo algerino deve sorvegliare bene le coste… D’altra parte, però, dovrebbe facilitare un po’ l’ottenimento del visto per l’estero, che non è affatto semplice”.

Bedreddine, 22 anni, di Chlef, a ovest della Capitale, studia linguistica mediterranea e anche lui aspira ad essere insegnante. A proposito di harga, ha una storia in famiglia da raccontare:“Un mio parente ha provato la traversata, ma nessuno più sa dove sia. Inizialmente si seppe che si era salvato dalla morte per miracolo, poi che si trovava in carcere in Marocco e che avrebbe ritentato l’avventura. Dal 2013, però, non avendo più notizie di lui, è stato dichiarato morto”.

L’impatto con la Sardegna e l’università è stato positivo. Dopo la caotica Algeri,Cagliari sembra un’oasi di calma, pulizia e ordine. “L’Università mi è sembrata pulita e organizzata. Le differenze con l’Università di Algeri 2? Stanno in questi punti positivi: laboratori linguistici, aule, materiali e professori specializzati”. A fronte della certezza che questa esperienza apra loro amicizie, studi di livello superiore epossibilità di conoscere la Sardegna e le altre regioni d’Italia, Ahmad eBedreddin pensano all’Algeria costantemente: a chi manca il couscouse “quel caldo sorriso sulle facce della gente, quel mix di follia ed entusiasmo del popolo algerino”, a chi invece mancano i nipotinie le partite di calcio. Speriamo che lospirito d’accoglienza isolano lenisca presto la nostalgia e che questo progetto di cooperazione contribuisca ad aprire una finestra culturale sull’Algeria, terra dalla storia affascinante sepolta, purtroppo, sotto le sabbie della cronaca.

 

Pubblicato su sardegna.admaioramedia.it

Alger: Conférence sur les harragas

•gennaio 27, 2017 • Lascia un commento

In occasione della “Nuit des idées 2017”ad Algeri, manifestazione organizzata dagli Istituti di Cultura francese in oltre 40 Paesi al mondo, nell’incontro dal titolo“Un monde en commun” (Un mondo in comune) si è parlato di harraga e sono stata invitata a parlare di fenomeni migratori.

Parlare della rotta Algeria dell’Est–Sulcis di fronte ad un pubblico algerino, perciò informato e consapevole degli argomenti sviluppati, è stataun’occasione di confronto e disvelamento del punto di vista dell’altro. Dare conto della realtà al di là del mare, di quel che aspetta gli harraga una volta sbarcati, di quale siano le reazioni dei sardi e degli italiani ai flussi migratori dalla riva sud, ha permesso ai presenti di arricchire e completare le proprie conoscenze con nuovi elementi di riflessione.

Inoltre, la harga algerina (migrazione illegale) è stata contestualizzata nel più ampio movimento di popolazioni cheriguarda tutto il bacino mediterraneo, nostra area di analisi privilegiata. Laharga non è che la punta di un iceberg, un microfenomeno tra i tanti, tutti indissolubilmente legati fra loro. Studiando una particolare rotta, possiamo comprendere attraverso un’analisi comparativa con altre filiere migratorie, l’intero fenomeno. Soprattutto ci possiamo rendere conto dell’interdipendenza delle rotte migratorie, delle conseguenze delle dinamiche di controllo dei confini, della ricaduta in termini di flussi delle situazioni di instabilità politica o di guerra aperta.

Ogni fatto che accade nel nostro mondo mediterraneo e nelle zone che su di esso insistono è interconnesso, di qui l’esigenza di conoscere per prevenire o almeno intercettarne il senso. Perciò, ho allargato gli orizzonti alle migrazioni dall’Africa Occidentale, anch’esse connotate da movimenti di giovani uomini, apparentemente non in fuga da guerra a persecuzioni. L’instabilità in Libia potrebbe creare un nuovo punto di partenza verso l’Europa proprio in Algeria, nell’est. La rotta degli harraga potrebbe diventare una nuova rotta dei migranti subsahariani, la cui presenza inizia ad essere tangibile nel Paese. L’Algeria non è indenne dai cambiamenti epocali portati dalla globalizzazione: i Paesi che prima erano connotati da forti movimenti emigratori sono oggi al contempo Paesi d’arrivo, di transito e di partenza. Gli stessi problemi che rendono spinosa la materia immigrazione, iniziano a pesare anche sui Paesi del Maghreb. L’immigrazione comporta la messa in discussione del sistema di sicurezza, del sistema politico-sociale dei Paesi di partenza e d’arrivo; scardina equilibri preesistenti a livello culturale ed educativo, nonché a livello cultuale; l’immigrazione incide sull’identità, innescando talvolta processi di ripiegamento tanto delle minoranze quanto della popolazione locale ‘minacciata’ dalla presenza dell’altro, del diverso.

L’interesse sulla problematica manifestato dal pubblico in sala, un centinaio di persone, lascia sperare che vi sia sempre più spazio, in futuro, per questi momenti di scambio e relazione tra le due sponde, per abbattere tabù, per aprire finestre sulla realtà europea e locale. Per capire come vogliamo che sia, nell’interesse nostro e delle generazioni future, questo mondo in comune che è un dato di fatto e non un orizzonte fantascientifico.

“Voi siete il collo del pianeta, la testa pettinata,

il naso delicato, siete cime di sabbia dell’umanità.

Noi siamo i piedi in marcia per raggiungervi”.  (Erri De Luca, 2005)

Arianna Obinu– Ricercatrice ed autrice della monografia “Harraga, il sogno europeo passa dalla Sardegna”

Solidarietà ai terremotati da parte dei richiedenti asilo

•settembre 10, 2016 • Lascia un commento

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In settimana, un gruppo di richiedenti asilo ospitati in città dal CeSDI, Centro Servizi Donne Immigrate, si è presentato nella sede dell’associazione con un sacchetto in mano.

Con enorme sorpresa della presidente Shahrazad Al Basha, il sacchetto conteneva del denaro, frutto di una colletta effettuata spontaneamente dai giovani ragazzi e ragazze, per lo più africani e musulmani, che da tempo risiedono a Livorno e cercano faticosamente di creare un nuovo futuro per se stessi e per le proprie famiglie lontane.

Impressionati dalle immagini di devastazione viste in televisione, e forse anche consapevoli del tam tam mediatico finalizzato alla raccolta di solidarietà via sms o donazione bancaria, i richiedenti asilo hanno sentito il dovere di aiutare la popolazione colpita dal recente sisma, e si sono organizzati.

“In tutto un centinaio d’euro! – ha raccontato la Presidente. È un gesto che ci ha commosso profondamente, segno che la situazione personale di disagio non li rende sordi alle sofferenze degli altri. Noi cerchiamo di aiutarli ad inserirsi nel nuovo contesto europeo in cui vivono attraverso la scuola di italiano e l’educazione civica…ma i sentimenti non si possono insegnare.

Molti dei nostri ospiti scappano da situazioni terribili di conflitto o miseria. Sanno cosa significano distruzione e perdita dei propri cari”.

Di fronte al tema dell’accoglienza migranti, affrontato anche nel nostro Paese con toni sempre più accesi e polemici, vogliamo raccontare questa piccola storia che merita di essere resa nota proprio in virtù della sua spontaneità. È una storia di solidarietà umana, scevra di strumentalizzazioni politiche, che incoraggia a non perdere la fiducia negli altri e la speranza in un mondo migliore.

A.O.

Estate, tempo di riflessioni: migrazioni e storie migranti

•luglio 23, 2016 • Lascia un commento

Si è svolto nel cortile del Centro Servizi Culturali di Oristano, in via Carpaccio, il settimo appuntamento del programma Migrazioni, nell’ambito del Festival “Il giardino del centro”. Alla serata di venerdì 22 luglio hanno preso parte come ospiti Arianna Obinu, specialista in tematiche migratorie, Lila Place regista documentarista americana, e la famiglia Eromosei, composta di madre, padre e figlio adolescente.

Il direttore del Centro Servizi Culturali, Marcello Marras, ha introdotto e moderato l’incontro cui ha assistito un folto pubblico, dato quest’ultimo, da non sottovalutare. Per quanto né i problemi del mondo, né gli scafisti di mare e di terra, né i professionisti delle guerre vadano in vacanza, infatti, è da ritenersi coraggioso affrontare temi tanto delicati e gravosi in occasione di un festival culturale estivo. Il coraggio è stato premiato e la soddisfazione generale.

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L’intervento di Arianna Obinu, avente per titolo “Dentro le migrazioni. Il Mediterraneo negli ultimi 20 anni”, è iniziato con la lettura di un brano di Leonardo Sciascia, tratto dal racconto “Il lungo viaggio”. Ne riportiamo alcuni stralci:

Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva
il peso. E faceva spavento, respiro di quella belva che era il mondo, il suono del mare: un respiro che veniva a spegnersi ai loro piedi. Stavano, con le loro valigie di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata; vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversarlo tutto, da quella deserta spiaggia
[…].Io di notte vi imbarco – aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto – e di notte vi sbarco […]. Certo, il giorno preciso non posso assicurarvelo: mettiamo che c’è mare grosso, mettiamo che la guardia costiera stia a vigilare… Un giorno più o un giorno meno, non vi fa niente: l’importante è sbarcare in America”.

Si narra di un viaggio, uno di quei viaggi via mare che i nostri connazionali intrapresero copiosi per raggiungere Novaiorche. E si narra di grande sofferenza durante la navigazione, di diffidenza e di sacrifici fatti per pagare quel viaggio che rappresentava l’investimento della vita, il mezzo per cambiare un destino fino ad allora poco favorevole.

Il brano si conclude con un inganno terribile. I partenti, tutti siciliani, saranno infatti sbarcati dopo undici notti nei pressi di Scoglitti, con amara consapevolezza del tiro mancino perpetrato loro dall’intermediario Melfa.

Questo racconto richiama alla memoria il racconto di un altro viaggio, dei nostri tempi però, dall’Egitto in direzione dell’Italia. A narrarne difficoltà e crudo cinismo è il giornalista egiziano Ezzat El Kamhawi in “Vergogna tra le due sponde”, lavoro di inchiesta e denuncia sulle moderne schiavitù. Tra i due viaggi presi in esame, le analogie sono molte: anzitutto le motivazioni che hanno spinto i partenti al viaggio, la determinazione ed il cinismo nel condurre a termine la rischiosa avventura, la figura dell’intermediario o scafista, i sacrifici per racimolare la cifra pattuita per la traversata.

Sembravano scene relegate nel passato, invece oggi ci confrontiamo con la loro riproposizione quotidiana: ci confrontiamo di nuovo con la povertà e con la disperazione, con le tragedie del mare e il traffico di esseri umani.

Il Mediterraneo, pur essendo un piccolo mare, è “la strada più mortale” del mondo secondo le Nazioni Unite: 3500 morti nel 2015, oltre 2900 fino al luglio di quest’anno.

I flussi sono inarrestabili e le sommosse del 2011 nel Nord Africa e Medio Oriente hanno aperto varchi più ampi  per il passaggio di migliaia di persone in fuga: fuga da guerre e conflitti, fuga dalla povertà e dall’immobilismo sociale.

Nel 2008 i migranti sbarcati in Italia erano stati 37000. L’anno dopo, la firma del Trattato di amicizia e cooperazione tra Gheddafi e Berlusconi, il dato si era ridimensionato a 9600, per scendere a quota 4400 nel 2010, anno in cui anche in Sardegna non si registrò alcuno sbarco, facendo propendere i più ottimisti per l’esaurimento della rotta degli harraga.

Il 2011 ha rappresentato per Lampedusa un anno significativo: dei 28000 migranti approdati, ben 26000 sono arrivati sulla piccola isola siciliana. L’emergenza Nord Africa ha tenuto con il fiato sospeso l’UE e ha creato attriti tra Stati membri a proposito del dovere di condivisione degli oneri delle frontiere esterne.

Nel 2013 Frontex ha dato vita all’operazione Mare Nostrum e la Libia non ha superato il rischio di implosione, penalizzata dalla contestuale diffusione al suo interno delle armate del DAISH. Sono stati oltre 42000 i migranti recuperati in mare, e 366 i morti del terribile affondamento nella acque di Lampedusa di un barcone libico.

Dopo il picco di 170000 migranti del 2014, per lo più siriani, l’anno in corso si propone come anno record per gli arrivi: si contano già 69000 arrivi in Italia. Le nazionalità più rappresentate sono la Nigeria, il Gambia, la Somalia, la Guinea, la Costa d’Avorio e il Senegal.

Cos’è cambiato in quest’ultimo ventennio nelle migrazioni?

Se ci rifiutiamo per disinteresse o pigrizia di analizzare il fenomeno a 360°, forse non vediamo grossi cambiamenti. Ma a ben vedere cambiano le rotte, le nazionalità, cambia la geografia dei conflitti, cambia la tipologia del migrante, cambiano i costi del viaggio.

Cambiano e si mescolano anche le categorie migranti. La stessa UNHCR ci abitua a distinguere tra migranti economici, richiedenti asilo e rifugiati, per non parlare dei nuovi concetti di survivals migrants e seeking migrants. In accordo con la filosofa Seyla Benhabib, occorre porre l’accento sulla inadeguatezza di questi termini contenitore applicati oggi ai migranti. Le motivazioni si sovrappongono, ed è davvero difficile stabilire se un richiedente silo è scappato solo (sic!) per la guerra o anche con in mente di migliorare la propria vita e il proprio status economico.

Inoltre, tutti chiedono asilo politico: algerini, bengalesi, pachistani, senegalesi. I tempi d’attesa sono lunghi, capire cosa attende questi giovani e come progettare le nostre società spinoso. I trafficanti sono sempre aggiornati sulle normative dei Paesi UE o vendono notizie false alle vittime dei loro affari. Di fatto, nessun migrante si aspettava di dover attendere anni per l’ottenimento di un documento. Tanto meno di non trovare lavoro o di non poter lavorare nei primi mesi di accoglienza, così come previsto dalla legge.

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Anche gli ospiti della serata, i nigeriani Sunny e Titilayo, non credevano che l’attesa sarebbe stata così lunga. Entrambi si dicono grati all’Italia per averli accolti e per avergli restituito la serenità che in patria prima, in Libia poi, avevano perduto. Un amore tra una donna musulmana e un cristiano. Questa la ragione della loro fuga. Impossibile restare in Nigeria. Un figlio lascito dai nonni paterni, perché troppo piccolo per affrontare il viaggio, il più grande costretto in Libia ad una vita di reclusione per via dei pericoli esterni. Sono loro i protagonisti di un corto d’animazione cui la regista Lila Place sta lavorando in collaborazione con un’artista danese.

Alla platea la fortuna di godere della fase creativa di questo lavoro, delle prime bozze a colori e della spiegazione dei momenti d’ispirazione da parte della realizzatrice, che ha a più riprese incontrato la famiglia Eromosei per cercare insieme a loro di dar vita ad  una fedele rappresentazione delle emozioni vissute durante il lungo viaggio verso una nuova vita.

 

A.O.

 

“Al di là del sacro”. Cultura e spettacolo in Fortezza

•luglio 3, 2016 • Lascia un commento

Ogni qualvolta si parla di situazione femminile nel mondo arabo-islamico, di danza orientale o di mutilazioni genitali femminili, si cade nella trappola culturale di attribuire all’islam tutte le questioni aperte sulle discriminazioni femminili, sulla violenza di talune pratiche e sulla presunta immoralità della danza.

Questo perché l’islam è una religione olistica che abbraccia ogni aspetto della vita religiosa e socio-politica dei fedeli nei Paesi in cui è maggioritario.

In questo modo, paradossalmente, avvalliamo l’idea che tutto dipenda o sia dipeso dal fenomeno religioso. Ci dobbiamo però chiedere cosa vi fosse, prima dell’islam, nelle terre che a partire dal VII secolo sono finite sotto la sua sfera d’influenza. Quel sostrato culturale preesistente incontrato dai musulmani in Africa o Medio Oriente, era fatto di riti e tradizioni tollerati ed inglobati dalla religione, ma che non trovano ragion d’essere nel testo sacro islamico, rappresentando piuttosto irrinunciabili riti sociali di matrice patriarcale, tesi a reiterare un modello di società in cui l’uomo ha posizione preminente rispetto alla donna.

Nel caso delle mutilazioni genitali femminili, ad esempio, la violenza del rito è estranea al religioso, sebbene la mappatura del fenomeno mostri che Egitto, Somalia, Gambia e gli altri Paesi in cui essa viene praticata, sono musulmani. L’origine va rintracciata in riti ancestrali volti al controllo sociale della donna all’interno dei gruppi tribali.

Le danze orientali, dal canto loro, vivono una fase storica infelice: le guerre, la modernità e il veto religioso impongono il restringimento del loro campo di manifestazione. La danza con i suoi ritmi e le sue regole, ha da sempre accompagnato ogni momento della vita sociale dei popoli mediterranei e mediorientali, conservando traccia degli elementi rituali propri a ogni popolazione indipendentemente dal fattore sacro.

Gli occidentali stereotipizzano l’infinita varietà di danze di gruppo orientali nella sola danza del ventre, disconoscendone la natura culturale e artistica, e svilendola a mera voluttuosa attività spesso connessa con pratiche di lascività femminile se non vera prostituzione.

Anche in questo caso, occorre andare al di là dei veti della sfera sacra, recuperando lo spirito delle danze orientali, che testimoniano di riti di passaggio, rituali di guarigione, tradizioni antiche da preservare, e non da demolire. Tradizioni, per di più, che accomunano popoli mediterranei e possono costituire un fil rouge di fratellanza e nuova prossimità.

L’impegno decennale dell’associazione CeSDI nel contrasto alle mutilazioni genitali femminili, pratica che riguarda oltre cento milioni di bambine e donne al mondo, ha suggerito l’organizzazione di un evento, venerdì 1 luglio presso la Fortezza Vecchia di Livorno, che si discosta da quelli che precedentemente hanno avuto luogo a Livorno, connotati da discussioni o seminari sul fenomeno delle MGF relegati alla sola data del 7 febbraio, giornata mondiale indetta contro questa violenta pratica.

Il CeSDI ha scelto, infatti, di collegare l’evento divulgativo strutturato come incontro informale tra donne e uomini di diverse esperienze, ad uno spettacolo di danze orientali accompagnato da una narrazione che ne ponga in risalto le caratteristiche simbolico-rituali. Il fil rouge che lega i due temi è quello delle tradizioni culturali dei popoli, preesistenti ai sistemi religiosi monoteisti e da essi assimilati o, al contrario, emarginati.

Alle 20:00, l’incontro sulle modificazioni genitali femminili. Alla presenza dell’assessore al sociale del Comune di Livorno, della consigliera di parità della Provincia, di referenti di associazioni di stranieri e di Amnesty International Toscana, il delicato discorso sulle pratiche MGF si è dipanato facendo il punto sui temi irrisolti: chi è che vuole imporle, gli uomini o le donne? Le leggi punitive verso chi impone le mgf che valenza hanno se poi vengono ignorate? La sensibilizzazione nei Paesi interessati dalla pratica, deve essere rivolta alle sole donne? Che dire infine degli intrventi estetici vaginali tanto in voga in Occidente?

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Grazie al prezioso contributo delle testimonianze di quattro richiedenti asilo, che hanno descritto il qiàn e i rituali ad esso connessi, il dibattito è subito entrato in medias res.

Ad emergere, ancora una volta, la necessità di dare continuità alle azioni di divulgazione e alle occasioni di confronto, affinché si crei opinione e conoscenza su temi che oramai, con le migrazioni, fanno parte anche del nostro universo culturale.

 

Alle 21:30 ha avuto inizio lo spettacolo di danze orientali, presentato da Arianna Obinu e realizzato dalle danzatrici della Compagnia Karabà sotto la guida della maestra Nada Al Basha. La voce narrante ha esaltato le doti tecniche ed espressive delle danzatrici, accompagnate dal vivo dai percussionisti Bartorelli, De Pera e Ulivieri. A ritmo di danza, il pubblico ha potuto apprezzare stili differenti di danze orientali, dalla muwashahat allo zar, dallo stile ghazawat alla debka mediorientale. Una varietà che va preservata ed è fonte di vita, contrariamente ai venti di cupa uniformizzazione che tirano.20160701_223319

Al di là del sacro”, dunque, è stato un evento coraggioso, teso a scardinare gli stereotipi. Il lavoro è faticoso, la strada è quella giusta. Quella della conoscenza e della cultura.

A.O.