Albania, storia di partenze

•febbraio 13, 2020 • Lascia un commento

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Al secondo posto per numero di presenze, gli albanesi in Italia sono 430.000. Il Nord Italia rappresenta la prima meta di destinazione, con in testa la Lombardia e l’Emilia Romagna, e a seguire la Toscana. Quasi il 30% degli occupati lavora nel settore edile, e sono 31.773 i titolari di imprese individuali. La comunità albanese è radicata in Italia, e lo testimonia il fatto che ben il 71% dei suoi membri sia in possesso di un permesso di lungo periodo. Il percorso di inserimento nella società italiana è stato lungo e per lungo tempo segnato da pregiudizi, ma oggi secondo gli studiosi del Dossier Caritas, gli albanesi costituiscono un esempio di integrazione riuscita.

Tutti ricordiamo i primi arrivi di massa, nel 1991: le immagini delle navi stracolme della disperazione di un popolo sono impresse nei ricordi anche di chi, come me, aveva appena dieci anni. Decenni di impietoso regime comunista hanno pesato sulla prima ondata di partenze. Agli albanesi dell’epoca di Enver Hoxa era proibito lasciare il Paese, poiché considerato una vergogna. Prima di questa data, però, spinti dalla disperazione, alcune migliaia di albanesi cercarono rifugio nelle ambasciate straniere presenti a Tirana. Questo accadeva nel luglio del 1990, e la situazione fu risolta con il trasferimento di circa cinquemila profughi a Brindisi, e di lì in Germania, Francia e in altri luoghi. Fu una scossa per il regime. Seguirono mesi di giochi politici per la leadership e nel marzo del 1991 erano attese le elezioni, le prime pluraliste e libere dell’Albania indipendente. La voglia di fuggire da uno Stato prigione, però, era forte quanto la convinzione di non potere nulla contro i poteri sedimentati da tempo: fu così che ebbe inizio l’esodo verso le coste pugliesi.

Gli italiani reagirono con trasporto e solidarietà. Il governo, benché la Legge Martelli non considerasse perseguitati politici gli albanesi, di fronte all’emergenza rilasciò dei permessi di soggiorno straordinari. Nell’analisi del fenomeno, entrano in gioco, come sempre avviene nell’ambito delle migrazioni, fattori cosiddetti di spinta e fattori di attrazione: da un lato la miseria, la mancanza di libertà, l’oppressione dei servizi segreti, lo stallo nella possibilità di ascesa socio-economica, spingevano a prendere il mare; dall’altro l’esempio di chi era giunto sulla sponda italica, l’immagine paradisiaca dell’Italia diffusa attraverso i canali televisivi, l’idea di facile arricchimento, il godimento di diritti mai nemmeno sognati in patria, affascinavano migliaia di persone. Furono circa ventiseimila gli albanesi che sbarcarono in Italia. E altri continuarono ad arrivare, nonostante la formazione del nuovo governo socialista ed i tentativi di riforme.

Durante l’estate, sulla sola nave Vlora si contarono ventimila passeggeri: lo sbarco più grande di sempre, in Italia. A questa seconda ondata di migranti, tuttavia, fu riservato un trattamento diverso.

Accompagnati all’interno dello stadio di Bari, gli albanesi furono lì trattenuti per una settimana, in attesa che i rimpatri fossero organizzati. Purtroppo per l’Albania, il cammino di sviluppo democratico ed economico ha conosciuto altri periodi critici, in corrispondenza dei quali, nuove ondate migratorie si sono prodotte. La guerra in Kosovo del 1998 è il caso emblematico. Popolato in maggioranza da etnia albanese, il territorio del Kosovo dalla seconda guerra mondiale faceva parte della Serbia di Milošević. Gli interessi politici alimentarono l’odio interetnico e interreligioso, portando morte, fosse comuni, stupri e distruzione. Oltre quattordicimila vittime nel cuore d’Europa, e nuovi profughi albanofoni entro e fuori i confini balcanici.

Oggi, benché la situazione si sia normalizzata e siano in corso trattative per l’ingresso dell’Albania nell’UE, le statistiche del Barometro Balcani evidenziano tra i problemi da fronteggiare, in Albania come in Kosovo, la corruzione, la povertà e la disoccupazione. Un quadro che preoccupa soprattutto i più giovani – anche altamente qualificati – che, privi di speranza, cercano opportunità lontano da casa.

Arianna Obinu

Cinesi in Italia

•febbraio 6, 2020 • Lascia un commento

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È successo durante le vacanze di Natale. Avevo bisogno di sistemare i tacchi di un paio di scarpe e, come mio solito, mi sono incamminata verso il mio calzolaio, cinese. La sorpresa è stata grande, considerato che spesso l’ho visto lavorare anche di domenica: il negozio era chiuso per ferie fino a febbraio 2020. Sicuramente, ho pensato, è partito per la Cina con la famiglia, in occasione del Capodanno cinese. È una festa importantissima, che non coincide con il primo gennaio, ma dipende dal calendario lunare, perciò di anno in anno varia cadendo nel periodo compreso tra il 21 gennaio e il 19 febbraio. Quest’anno la festa, nota come Festa di Primavera, ad indicare simbolicamente la rinascita, è ancora più sentita, poiché il 2020 è l’anno del topo, il primo segno zodiacale cinese, che inaugura il nuovo ciclo di dodici anni. Chi non riesce a tornare in patria, invece, seguirà le millenarie tradizioni culinarie, culturali e religiose da lontano, cercando di trasmetterle ai figli: il culto degli antenati, i ravioli, le poesie, il colore rosso simbolo di felicità e ricchezza, non a caso colore delle bustine porta soldi regalate per la festa con i migliori auspici. Ogni gesto ha un significato, dall’ordine delle portate della cena della vigilia, alle danze dei draghi, benevoli animali forieri di piogge e unità familiare, dalle pulizie di casa alle lanterne, rosse anch’esse, liberate nel cielo. La comunità cinese in Italia conta circa 300mila persone, è la quarta numericamente dietro a albanesi, romeni e marocchini. È la comunità che presenta il maggior tasso di occupazione e, come forse noto e discernibile ad occhio nudo, i settori di precipuo inserimento lavorativo sono il commercio e la ristorazione. Negli ultimi anni, la diversificazione degli investimenti ha fatto sì che, oltre al settore dell’abbigliamento e dell’impor-export, imprenditori cinesi rilevassero saloni di parruccheria, sartorie e bar, aumentando la percezione della loro presenza e ponendoli a contatto con i nativi. Ha influito in questo cambiamento l’ingresso nel mondo del lavoro delle seconde generazioni, ma anche una caratteristica dei cinesi, ossia quella di essere dei buoni osservatori e pertanto investire laddove riscontrano possibilità di guadagno. Il sinologo Daniele Cologna, tanti anni fa, mi appassionò alle leggende metropolitane sui cinesi in Italia. Molti di voi avranno sentito almeno una volta una battuta sul fatto che non muoiono mai o che finanziano i propri affari con il riciclaggio dei proventi delle attività mafiose. E chissà cosa mettono nel piatto, nei loro ristoranti! Tanti pregiudizi sono sorti poiché la cultura cinese resta difficile da penetrare, essendo così varia e longeva, e i cinesi nel nostro Paese sono ripiegati nel lavoro e nella famiglia, perciò poco propensi a mostrare qualcosa che attiene alla loro intimità. Occorre tener conto anche dello scoglio linguistico: difficile trovare un cinese con un italiano fluente. Le cose, però, sono in continuo mutamento, e le nuove generazioni cinesi sono animate dalla voglia di riuscire nella vita, sommando allo spirito di sacrificio appreso dai familiari le competenze acquisite negli anni di studio nel nostro Paese, che è sempre più anche il loro. Del resto, la storia dell’emigrazione cinese in Italia ha origini lontane nel tempo, un secolo è trascorso dall’Expo di Milano del 1906, quando i primi cinesi si affacciarono nel capoluogo meneghino. Fu negli anni ’20, però, che iniziarono i viaggi dal sud della Cina (il 90% degli immigrati proviene dalla regione dello Zhejiang) e gli arrivi dalla Francia dei venditori di perle. A seguire il primo matrimonio misto, nel 1934, la prima donna, nel 1960, il primo ristorante, nel 1962. Una storia di insediamento a forte connotazione etnica, in cui intere aree urbane sono contraddistinte da negozi e abitazioni di cinesi, a Milano come a Prato, a Torino come a Roma. C’è una parentesi, di questa storia immigratoria, che forse non è molto noto. Centinaia di cinesi, durante la seconda guerra mondiale, furono internati nei campi di concentramento di Isola del Gran Sasso, in Abruzzo, in ragione dell’alleanza del nazi-fascismo con il Giappone. Un concentrato di memorie che potrebbe aiutarci a pensare plurale, o quantomeno a pensare.

Arianna Obinu

NB. Gli articoli recenti su cinesi, capoverdiane, senegalesi e marocchini, sono parte di un progetto editoriale condotto sul settimanale diocesano L’Arborense alla scoperta di alcune tra le più numerose e storiche comunità di stranieri nel nostro Paese. I dati sono estrapolati dai report ministeriali 2018-2019.

Vento di cambiamento?

•gennaio 24, 2020 • Lascia un commento

cedroIl Libano è in fermento. Il piccolo Paese dei cedri, martoriato da invasioni e guerre fratricide, sin dalla sua indipendenza avvenuta nel 1943, ha dovuto fare i conti con la propria frammentazione interna: una frammentazione al contempo politica, religiosa e sociale. In Libano convivono, sotto la benedizione di una Costituzione pluralista, musulmani, cristiani ed ebrei. Sono diciotto le confessioni riconosciute, e gli equilibri si sono rivelati difficili da mantenere, soprattutto per l’influenza spirituale e politica sui gruppi etnico-religiosi esercitata oltre confine dalle potenze regionali, Iran e Siria su tutte. Sulla base dei dati del censimento del 1932 (l’ultimo effettuato!), fu stabilita la norma secondo la quale il presidente della Repubblica è un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e il presidente del parlamento un musulmano sciita. All’epoca, la demografia evidenziava una maggioranza cristiana nel Paese, pari al 56%. Oggi la situazione è mutata ed è la presenza musulmana ad essere maggioritaria, sia in virtù della forte emigrazione di cristiani all’estero, sia per gli apporti sempre nuovi di profughi arabi, dalla Palestina prima, dalla Siria, negli ultimi anni. Merita una riflessione sapere che, su circa quattro milioni e mezzo di abitanti, il Libano ospita un milione e mezzo di rifugiati siriani e duecentocinquantamila palestinesi (secondo altre fonti quattrocentocinquantamila), configurandosi come una tendopoli – polveriera esposta a rischi sanitari e a disordini sociali.

I dati economici confermano una crisi che va avanti da decenni: il debito pubblico è tra i più alti al mondo, la disoccupazione riguarda quasi il 40% dei giovani, la solita oligarchia detiene un quarto delle ricchezze del Paese, a fronte dello stipendio minimo che raggiunge a stento l’equivalente di 300 euro. Se si aggiunge l’elevato grado di corruzione, il carovita e l’aria di rivolta che ha investito il mondo arabo negli ultimi anni, ecco spiegata l’unione di tutti i libanesi contro i governanti.

A far traboccare il vaso, a ottobre, è stata la proposta di tassare di 20 centesimi le telefonate su WhatsApp e altre applicazioni online, nonché benzina e tabacco. La rivolta scaturita ha costretto il primo ministro Saad Hariri alle dimissioni, e all’approvazione del dimezzamento degli stipendi dei parlamentari. I libanesi non si sono fermati nella rivendicazione del ricambio dell’intera classe politica: sabato 18 gennaio gli scontri con le forze dell’ordine hanno causato il ferimento di 377 persone. A sfogliare i quotidiani o i libri di storia del Libano, non ci stupiamo di imbatterci in uomini politici con identici cognomi: il potere, da queste parti, è proprietà di famiglia. Di poche famiglie.

Il potere resiste alle recriminazioni dei cittadini, cercando di restare in sella, ma secondo alcuni analisti, è l’ordinamento confessionale a scricchiolare. Nemmeno i francesi all’epoca del mandato erano riusciti a laicizzare il sistema etnico-religioso libanese, finendo poi per avvalorarlo. Un importante uomo politico del Libano indipendente, affermò che “per abolire il confessionalismo c’è bisogno della volontà di Dio”, a sottolineare l’impossibilità di prendere una direzione diversa.

Nella pratica, il basamento confessionale dello Stato, oltre al naturale sconfinamento nel politico e nel clientelismo di parte, implica per esempio una forte ingerenza del religioso nella vita dei libanesi, l’inesistenza dei matrimoni civili, l’incasellamento dovuto di ogni individuo in uno dei gruppi di fede, le differenze di statuto personale (diritto di famiglia) tra un cittadino e un altro, soprattutto visibile nelle differenze di condizione delle donne.

I giovani inneggiano alla laicità, dunque, e alla giustizia. Parlano di rivoluzione, in arabo thawra. È il momento di agire, scrivono, di diventare responsabili del destino della nostra patria.

Immagine da http://www.lorientlejour.com

I senegalesi: due chiacchiere con Abbas

•gennaio 13, 2020 • Lascia un commento

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I senegalesi sono la più importante comunità subsahariana in Italia, con 110mila presenze al 1° gennaio 2019 (dati Istat). Gli uomini sono il 74% e l’età media è di 34 anni. Luogo d’elezione della migrazione senegalese sono le regioni del Nord come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. In Sardegna, dato significativo, abitano 4925 senegalesi, pari al 9% degli stranieri sull’isola.

La mobilità fa parte del patrimonio genetico dei senegalesi, inseriti in Africa Occidentale nella complessa rete di spostamenti tra Paesi vicini dovuti al dinamismo commerciale e alle sue logiche transnazionali, elementi che connotano anche l’emigrazione verso l’Italia, in cui la maggioranza dei senegalesi è impiegato nel commercio autonomo e spesso fa spola tra i due Paesi.

La memoria collettiva ricorda il primo approccio con gli ambulanti senegalesi, definiti con il termine sconveniente di vu cumprà, lungo le spiagge delle coste italiane, nei primi anni ’80.

Negli ultimi anni, a causa della quasi impossibilità di fare ingresso in Europa con modalità legali, migliaia di senegalesi hanno scelto altre vie per raggiungere l’Eldorado europeo: taluni provano la traversata atlantica verso le Canarie, altri scelgono di mettersi in marcia attraverso il Sahara, per imbarcarsi dalle coste libiche. Colpisce che nel biennio 2015-2016, le richieste d’asilo da parte di senegalesi sono state rispettivamente 6386 e 7723 (dati Viminale), al quarto posto dopo quelle presentate da nigeriani, pachistani e gambiani. Un forte incremento degli arrivi sui barconi si era giù registrato nel 2013 e nel 2014, anni in cui da 1020 arrivi si era passati a 4678. È in questa cornice che è approdato a Livorno uno dei miei studenti, Abbas, giovanissimo ragazzo di etnia pular, proveniente dalla regione di Tambakunda, da un villaggio a quasi 500 km da Dakar.

Quando hai deciso di partire?

Volevo partire già nel dicembre 2013, ero anche andato dal marabutto della Tijaniyya1 perché mi aiutasse con le sue preghiere. La mia famiglia però non era d’accordo, così ho lasciato stare. A luglio, però, mi sono convinto e così ho cominciato il viaggio.

Sei tornato dal marabutto (chiedo ridendo, perché so che sarebbe stata una nuova spesa)2?

No, no…non ho avuto tempo!

La preparazione del viaggio ha richiesto tempo?

Sì, perché devi avere dei soldi da parte per affrontare il deserto e passare i check point.

Conoscevi qualcuno che già era emigrato in Europa?

Sì, dei ragazzi del villaggio. Uno in Francia e uno in Spagna.

Durante il viaggio hai trovato solidarietà o diffidenza?

Ho incontrato un maliano e un senegalese, fino in Libia siamo stati insieme, ma senza darci troppa confidenza.

Sei anche un ragazzo riservato, lo so. Puoi dirmi qualcosa sul tuo primo periodo a Livorno?

È vero, sono riservato, però anche curioso. E senza conoscere l’italiano non potevo esprimermi e nemmeno trovare un lavoro. Ero concentrato sullo studio e qualche informazione e suggerimento su come comportarmi me la dava il mediatore culturale, anche lui senegalese. Poi ho provato a fare un lavoro bruttissimo per me, andavo a vendere contratti della luce porta a porta, ma non faceva per me…

So che per inserirti e superare la timidezza hai fatto un percorso teatrale…

Ho fatto teatro con i disabili. È stato importante e ho potuto aiutare chi era in difficoltà e fare delle amicizie.

Amicizie che si sono rivelate solide, in un periodo difficile di salute.

Quando sono stato all’ospedale, ricoverato per la leucemia, gli amici mi hanno sostenuto e io mi sono sentito come a casa. Anche i medici e le infermiere mi hanno dato coraggio e speranza. Oggi continuo a fare i controlli a Pisa, mi sento meglio.

E stare a contatto con infermieri e dottori ti ha ispirato, vero?

Sì, deh3…Adesso frequento l’istituto Professionale Socio-sanitario perché vorrei diventare OS.

Abbas ha ottenuto il permesso di soggiorno e prosegue il suo cammino in Italia, con la nostalgia (yeewnende in lingua pular) che tutti gli emigranti portano nel cuore. Poco prima di Natale ha firmato per uscire dal sistema di accoglienza, e dovrà cercare una nuova sistemazione, iniziare la sua vita senza mediazione della cooperativa che lo ha sostenuto in questi cinque anni. Si sente sereno e fiducioso nella vita, nonostante la malattia e le tante disavventure. Una fede adamantina lo sostiene, e sa che con quella potrebbe spostare le montagne!

Arianna Obinu

1 Confraternita islamica sufi che ha per luogo santo, in Senegal, la città di Tivaouane. Deve il suo nome allo shaykh algerino Al-Tijàni (1737.1815). Le confraternite svolgono un ruolo chiave in Senegal. Attorno alla figura “santa” del marabutto si stringe l’intera comunità di fede, sempre pronta ad aiutare con generosità un confratello in difficoltà.

2 Dai racconti dei miei studenti di origine senegalese e gambiana, ho avuto conferma che affidarsi al marabutto per la sua intercessione presso Allah, comporta un prezzo, da corrispondere in denaro o dietro conferimento di beni in natura. 

3 Tipico intercalare livornese.

Marocchini in Italia: comunità e identità

•dicembre 22, 2019 • Lascia un commento

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I marocchini in Italia sono la terza comunità per numero di presenze dopo romeni e albanesi. I dati
del Ministero del Lavoro relativi al 2018, evidenziano che il 70% dei marocchini è in possesso di un
permesso di lungo soggiorno, e che il tasso di ricongiungimenti familiari è del 64%. Cosa significa?
Possiamo dedurre l’anzianità migratoria dei marocchini e avere conferma del loro radicamento nel
Paese. La migrazione di marocchini in Italia ha conosciuto una crescita costante. I primi giunsero
negli anni ’70: erano uomini soli provenienti dalle aree rurali povere messe in crisi da siccità e carenza
d’investimenti. Negli anni ’80 il profilo mutò: a migrare erano anche giovani delle città, con studi alle
spalle, attratti dall’opportunità di guadagnare e far rientro a casa dopo qualche anno. Il mito del ritorno,
però, fece spazio all’idea di rimanere stabilmente in Italia, e così cominciarono i ricongiungimenti dei
familiari. Dai 2768 marocchini censiti nel 1980, nel 2001 siamo passati a 180mila, fino al dato odierno
di 422.980 persone sui 5 milioni totali di stranieri.
L’Italia e la Spagna hanno rappresentato un’opzione sostitutiva a mete classiche della diaspora
marocchina come Francia, Belgio e Olanda, in ragione della facilità d’ingresso e della flessibilità
legislativa. Dal sud Italia, prima terra d’approdo, i marocchini si sono spostati poi preferenzialmente
nelle regioni del Nord, soprattutto in Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Torino, tra le città, è quella
che ne ospita di più, la maggior parte provenienti da Khourigba e Beni Mellal. L’effetto chiamata ha
influito su questa omogeneità d’origine geografica. Il costume della qaràba, la prossimità che lega i
vicini di casa ergendoli quasi a rango di parenti, è stata replicata in terra d’emigrazione. Spesso, infatti,
i migranti marocchini si trovano ad abitare negli stessi quartieri d’insediamento di altri connazionali,
con cui condividono la medesima identità culturale e religiosa.
A livello lavorativo, il 72% dei marocchini in Italia è titolare di imprese commerciali o di trasporti.
Altri sono impiegati nel settore dei servizi (alberghi e ristoranti) e in agricoltura. L’occupazione
femminile, invece, è molto bassa (22%), dato che risente indubbiamente di fattori socio-culturali quali,
tra gli altri, una visione tradizionale della famiglia in cui la donna ha un ruolo ancorato alla casa e
alla cura della prole. Con le seconde generazioni, invece, si nota un maggiore dinamismo: giovani
laureati e laureate che si fanno largo in ogni ambito, avvalendosi anche delle risorse plurilinguistiche
e pluriculturali che l’esperienza migratoria diretta o ereditata dalla famiglia, ha trasmesso loro. È
questo il caso di Asma, oggi brillante studentessa universitaria, arrivata in Italia all’età di dieci anni.
Guardando a ritroso il suo cammino di inserimento nella nuova realtà di vita, mi racconta però di
come la costruzione della sua identità abbia risentito di momenti critici in cui le sembrava impossibile
conciliare la cultura marocchina e le tradizioni familiari islamiche con la cultura italiana. Da un lato,
le pressioni familiari la spingevano ad abbracciare i costumi marocchini, senza lasciarsi influenzare
dall’ambiente esterno; dall’altro, pur nutrendo una forte aspirazione – quella di tutte le adolescenti -,
ad essere come le altre ragazze, senza doversi far carico di portati culturali alieni o inibizioni dettate dalla religione, non si sentiva pienamente italiana. Sono percorsi di crescita individuale da
maneggiare con cura. Vivere tra due culture non è una passeggiata, questo è il messaggio di Asma,
soprattutto perché gli altri hanno delle aspettative su di noi e hanno paura di essere traditi. Un passo
verso la condivisione di una moda giovanile italiana può essere un segnale di abbandono della cultura
d’origine che crea scompiglio e sofferenza nei genitori. Al contempo, vivere in Italia come se si fosse
in Marocco, preclude l’apertura alla società di cui fai parte, costringendoti ad un’emarginazione
dolorosa. Sono parole piene d’emozione quelle di Asma: “Mi ripetevo spesso che non potevo ereditare
per forza le tradizioni dei miei genitori, la cultura dei miei genitori e la religione dei miei genitori,
specialmente perché loro sono cresciuti in un paese ed io in un altro. Un tempo invidiavo chi poteva
identificarsi in qualcosa di definito…Ma credo che sia impossibile impuntarsi a voler essere solo una
cosa: o marocchina o italiana. Io, ad oggi che ho fatto pace con le turbolenze dell’adolescenza, mi
sento un misto di cose: fanno parte di me un po’ l’Italia e un po’ il Marocco. Delle volte però, quando
mi guardo dentro, a prevalere è una sensazione strana di sradicamento”. Forse perché qui lo sguardo
degli altri, la tua lingua madre, il tuo cognome e i tuoi tratti fenotipici ti ricorderanno sempre di non
essere pienamente italiana, e lì la tua padronanza dell’italiano, il tuo stile di vita, le tue aspirazioni, i
tuoi trascorsi all’estero ti renderanno estranea al contesto, ossia non pienamente marocchina.
Un’oscillazione tra due mondi che in certe fasi dell’esistenza può anche essere percepita come una
non-appartenenza.
Le migrazioni sono complesse anche per questo: sono esperienze uniche e speciali, in cui i processi
di inserimento e di costruzione o ricostruzione identitaria variano da soggetto a soggetto, per cause
interne ed esterne ad esso. Così, la storia di Asma rispecchia la sua sensibilità, le sue relazioni
familiari, la storia della sua famiglia e il contesto di immigrazione in cui è vissuta. Un animo delicato
e coraggioso, Asma, cui auguro di trovare ed affermare se stessa nella vita.

Arianna Obinu

2020: 2° Corso di Arabo al Musmed

•dicembre 16, 2019 • Lascia un commento

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Lingua e cultura araba (30 ore)

Museo di Storia Naturale, Livorno

inizio: gennaio 2020 

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Finalità

L’Osim è un’associazione culturale nata per studiare i Paesi mediterranei e le dinamiche socio-economiche e culturali che li riguardano, e attenta ad una corretta divulgazione e inquadramento della realtà. La lingua, con il suo portato culturale e identitario, è alla base della conoscenza e dell’interazione con l’altro, per questo l’Osim propone un corso di Lingua Araba.

Il corso permetterà il raggiungimento del livello A1 del QCER, con la possibilità di sostenere l’esame di certificazione presso il centro ILA di Milano (clicca sul link)

http://www.certificazionearabo.com/svolgimento_esame_livello_a1_certificazione_ila_arabo/

Destinatari

Il corso è preferenzialmente rivolto a chi ha già un’infarinatura della lingua nella sua forma scritta

Modalità realizzative

Un appuntamento settimanale di due ore, il venerdì pomeriggio o il sabato mattina (da concordare), presso il MUSMED.

Programma in sintesi

  • Ripasso dell’alfabeto e dei suoni. I casi. Genere di nomi e aggettivi (concordanza). L’articolo. I saluti e le frasi di cortesia.
  • Aggettivi di relazione
  • Presentarsi. Descrizione fisica. Professioni

  • Stato costrutto

  • I plurali

  • Aggettivi possessivi

  • Numeri arabi

  • I giorni della settimana, i mesi, le 4 stagioni…;

  • Paesi e capitali del mondo arabo

  • Colori, segni zodiacali, passatempi
  • Frasi verbali: presente dei verbi regolari
  • Cenni di imperativo: muoversi nello spazio
  • Negazione
  • Interrogativi
  • Dimostrativi
  • Preposizioni
  • Attività quotidiane
  • Aspetti culturali
  • Prova d’esame di certificazione ILA

Per informazioni su costi e contenuti:

OSIM

osimlivorno@gmail.com, Arianna 320/2136798

Osim 2020: Corso di cultura araba al Museo di Storia

•dicembre 16, 2019 • Lascia un commento

 

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Otto ore per immergersi nel mondo arabo, in un percorso che ci porterà a conoscere in modo più approfondito storia, letteratura, arte e aspetti della vita quotidiana del mondo arabo.

Il corso si svolgerà di sabato mattina.

Aperto ad un pubblico variegato, il corso offrirà degli strumenti di conoscenza e d’analisi, unitamente a materiali selezionati.

Strutturato come un workshop interattivo, ricco di immagini e suggerimenti, il corso sarà tenuto da Arianna Obinu, già docente di Arabic language and culture presso l’Università di Siena.

L’appuntamento è per febbraio 2020, al Museo di Storia Naturale del Mediterraneo!

Se interessati, contattare per info e costi l’OSIM:  osimlivorno@gmail.com