TIME FOR AFRICA UDINE. “CINEMA IN BORGO. RELIGIONE, INTEGRAZIONE E SCUOLA”

Time for Africa e UNESCO Udine propongono una serie di film sull’integrazione, con speciale attenzione alla convivenza di fedi diverse in Italia e in Europa.

“Integrazione è una parola che va letta in duplice senso: essa, infatti, racchiude lo sforzo reciproco auspicabile tra persone di diversa origine culturale, religiosa e linguistica per andare oltre gli stereotipi e tentare la strada di una convivenza che si fondi sui valori condivisi del rispetto e del senso civico, ispirati alla centralità dell’individuo e alla democrazia.
Questa convivenza non può tradursi in mera
giustapposizione di identità o comunità, né in gerarchizzazione o esclusione delle diversità. Integrazione è dunque un processo faticoso e lento al centro del quale sta la scuola, vero e proprio laboratorio sociale per i più giovani e vettore di cambiamento positivo”.

Arianna Obinu

Programma

  1. La prima pietra (30/09/22)
  2. Pitza e datteri (14/10/22) *
  3. L’età giovane (21/10/22)
  4. Cosa dirà la gente (28/10/22) *
    H 16.30, via Battistig 48
    *H 16.30, Via Cividale 285

Sarò io a presentare i film, tutti a tema religione e integrazione, con focus sull’islam

QUI TROVATE LE 4 LOCANDINE CON UNA SINTESI SCRITTA DA ME!

Mozambico: decenni di familismo politico hanno generato tensioni antigovernative e pericolose infiltrazioni islamiste

Intervista al Prof. Luca Bussotti, docente presso l’Università Tecnica del Mozambico

Foto del Corriere Veneto, Valigia blu e Analisi Difesa.

In Mozambico si muore, mentre ai vertici politici si pensa a come modificare la Costituzione per aggirare il limite di mandati presidenziali fissato a due consecutivi e dare modo al presidente Filipe Nyusi di restare saldamente al potere.

Suor Maria De Coppi, missionaria comboniana d’origine veneta, è tra le vittime di una violenza che a intermittenza scuote il Paese, soprattutto nella sua parte settentrionale a sud della Tanzania.

Ripercorriamo la storia di questo grande Paese africano con il prof. Luca Bussotti, docente universitario presso l’Università Federale di Pernambuco, Brasile, e presso l’Università Tecnica del Mozambico, ricercatore in studi africani e conoscitore del Mozambico e dell’Africa lusitana, ovvero dei Paesi africani ex colonie del Portogallo che mantengono in uso la lingua portoghese.

Abbiamo letto nell’ultimo anno di attacchi jihadisti in Mozambico, di tensioni che si ripetono a cadenza irregolare. Cosa succede?

Ero in Mozambico due settimane fa e, come ho scritto su un articolo per la rivista Nigrizia, il 2 settembre c’è stato un attacco da parte di terroristi, seguito da una più energica e distruttiva azione che ha visto coinvolta la missionaria italiana, che risiedeva nel Paese da quasi 60 anni. Nell’attacco sono stati presi di mira un ospedale, una scuola, una chiesa cattolica e abitazioni di civili. Questi gruppi colpiscono le infrastrutture governative, talvolta le stesse moschee. Nell’ultimo attentato due suore spagnole si sono messe in salvo con dodici alunne, mentre suor Maria, pare a seguito delle urla e della sua reazione, è stata colpita e freddata.

Possiamo parlare di terrorismo islamico nel Paese?

Certamente esiste questa piaga ed è pericolosamente in crescita. Le statistiche, in generale, ci raccontano che il 48% degli attacchi jihadisti nel mondo hanno luogo in Africa. La Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico (ISIS) ha rivendicato questo attentato, come ha rivendicato altri attentati e decapitazioni di cristiani a giugno, contrariato dal proselitismo cattolico. I gruppi di musulmani che hanno abbracciato le armi sono concentrati a Cabo Delgado una regione del nord del Paese. Purtroppo hanno esteso il loro raggio d’azione anche più a sud, nella confinante regione di Nampula. Per troppi musulmani del distretto di Cabo Delgado, costretti a una vita di disagio e privazioni, l’adesione ai gruppi islamici estremisti si rivela il solo modo per sopravvivere o vendicarsi dello stato di emarginazione in cui da sempre sono stati relegati dal potere centrale.

Eppure questa zona settentrionale, che si affaccia anche sull’Oceano Indiano, è una zona ricca di risorse…

A Montepuez (Cabo Delgado) c’è la più grande miniera di rubini al mondo, per non parlare dei giacimenti di gas. Il problema è che non sono i locali a beneficiare di queste ricchezze. I mozambicani del nord non possono neppure lavorare in questi settori, perché le politiche governative hanno trascurato la loro formazione e la loro crescita culturale, così vengono impiegati gli stranieri e i locali, ma provenienti da altre aree del Paese e scolarizzati, soprattutto dalla capitale Maputo.

Com’è possibile che all’interno di uno stesso Paese vi sia un gap culturale simile tra un’area ed un’altra?

Tutto è riconducibile alla storia etnica e politica del Mozambico, e in parte anche all’instabilità nel Paese. Tra il 1976 ed il 1992 c’è stata la guerra civile, ripresa tra il 2013 ed il 2018. I governi succedutisi dopo l’indipendenza sono stati dispotici e autoritari, ma la questione etnica è sempre stata tenuta celata. Tuttavia, dal 2014, con l’avvento di Nyusi, non si è più tenuto conto del mosaico etnico mozambicano. Nyusi ha favorito il proprio gruppo etnico, attuando aperte politiche di esclusione e violazione dei diritti umani contro altri gruppi.

Dunque i makonde sono solo il 2% della popolazione e sono al potere. Gli altri mozambicani non saranno propriamente soddisfatti di questo stato di cose…

Se leggiamo la realtà composita del Mozambico con i nostri parametri rischiamo di essere sviati. Certo si tratta di una minoranza netta, a fronte per esempio dell’etnia makhuwa, la più presente nel Paese, stanziata soprattutto nelle regioni del nord che abbiamo citato per l’esplosione degli attentati jihadisti. Eppure, sebbene esistano pregiudizi tra gruppi etnici e differenze linguistiche o religiose, non sono queste differenze ad alimentare le tensioni e le guerre. Negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, il socialismo del partito Frelimo aveva cercato addirittura di cancellarle queste specificità, e di operare un processo di accelerata nazionalizzazione delle masse che è riuscito soltanto in parte.

I conflitti e le chiusure etniche nascono per ragioni economiche, per guadagnarsi l’accesso alle risorse. Lo Stato è sempre stato escludente, con questo Presidente ancor di più. Quel che mi preoccupa è che i gruppi jihadisti – e continuo a dire che la religione è strumento, non motivo alla base della guerriglia in corso – reclutano senza obbligare con la violenza: ci si avvicina ai terroristi di propria sponte.

Lo Stato come risponde alla proliferazione jihadistica?

Le truppe interne non si sono dimostrate determinate nell’affrontare il problema, vuoi per corruzione, vuoi per impreparazione. Così ci sono soldati rwandesi e della SADC (Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale) a proteggere luoghi sensibili e di interesse strategico come i giacimenti di gas, grazie anche al finanziamento dell’Unione Europea. Sono stati i rwandesi a liberare la città di Mocimboa da Praia, per un anno nelle mani dell’ISIS. Purtroppo, però, altre zone sono ancora fuori controllo, fra cui alcuni distretti makonde (come Nangade) e, adesso il sud della provincia di Cabo Delgado e il nord della provincia di Nampula, dove è stato sferzato l’attacco in cui anche suor Maria de Coppi è morta.

Dal 5 ottobre 2017 c’è la guerra nel nord del Paese: quasi un milione di profughi e cinquemila morti. Ma il Presidente ha una lotta più importante attualmente a cui dedicarsi: intervenire sulla Costituzione ed eliminare l’articolo che ne ostacola la candidatura ad un terzo mandato a capo del Paese.

A.O.

Una condanna senza fine: estremisti islamici Vs Salman Rushdie

Al telegiornale RAI lo hanno definito “un ragazzo come gli altri”. A leggere le interviste rilasciate dalla madre non è proprio così. Hadi Matar, il ventiquattrenne che ha aggredito lo scrittore anglo-indiano Salman Rushdie, conviveva con la madre e le sorelle senza praticamente mai incrociarle. Pare, inoltre, che un viaggio nel 2018 in Libano, nella cittadina paterna di Yarmou, lo abbia molto cambiato, avvicinandolo all’estremismo sciita e introducendolo nel tunnel della radicalizzazione religiosa. Tant’è, l’aggressore, che per tentato omicidio rischia fino a 25 anni di reclusione, ha dichiarato di non sentirsi copevole e di aver accoltellato Rushdie perché quest’ultimo “ha attaccato l’islam quindi non è una brava persona”. Il presunto attacco all’islam rimonterebbe al 1988, anno di pubblicazione de “I versetti satanici”, romanzo appartenente al realismo magico, stile che mescola fantasia e realtà confondendole l’una nell’altra e che si ispira ad episodi della vita del profeta Muhammad. All’epoca Khomeiny, massima autorità dell’Iran sciita, tuonò contro Rushdie proclamando per radio una fatwà, ossia un responso giuridico – non un’affermazione lanciata ai quattro venti per capirci, ma un parere giuridico e religioso vincolante per i fedeli tutti. Rushdie da allora ha vissuto sotto scorta e persone del suo entourage hanno rischiato la vita o sono morte per la loro vicinanza allo scrittore: è questo il caso del traduttore italiano dei Versetti, Ettore Caprioli, pugnalato nel 1991 in casa da un iraniano ma per fortuna sopravvissuto. Destino più truce è toccato a Hitoshi Igarashi, traduttore giapponese dell’opera, accoltellato a morte nel 1991. Secondo la BBC sono state 59 ad oggi le vittime della furia fanatica alimentata da quella fatwà.

Lo scrittore Salman Rushdie

A distanza di oltre trent’anni, l’attacco a Rushdie durante un Festival letterario gremito di persone ci avvisa che quel responso è sempreverde, anzi, rinvigorito da due richiami ad opera del leader politico-religioso Ali Khamenei risalenti al 2017 e al 2019.

L’accanimento contro Salman Rushdie ha a che vedere con la popolarità raggiunta dal suo romanzo giudicato blasfemo e anche con il suo essere un apostata, ovvero un musulmano di nascita poi apertamente dichiaratosi ateo.

Ci chiediamo: “Esiste dunque un reato di apostasia, cioè di abbandono della fede islamica?”

Il reato di apostasia, ovvero l’abbandono della propria religione, e la conseguente sanzione con la morte del murtadd (apostata), sono radicati da secoli nell’islam, sebbene il libro sacro del Corano non sia così esplicito in merito. All’interno dell’islam due scuole dibattono sul castigo degli apostati: secondo la prima, il castigo è doveroso in questo mondo, perciò gli apostati devono essere puniti con la morte se non vi è pronto pentimento o, come nel caso delle donne, con la prgionia e le fustigazioni; secondo i musulmani di orientamento liberale, invece, la punizione interverrà semmai ad opera di Allah, nell’aldilà, fermo restando che nel Corano si afferma nella sura denominata “La vacca”, che “non vi è costrizione nella fede” (Cor. II, 256), e nella sura della Caverna “Dì, la verità viene dal vostro Signore: chi vuole creda, chi non vuole non creda” (Cor. XVIII, 29).

Due aHàdìth, racconti riguardanti il Profeta Muhammad che costituiscono fonte del diritto islamico, rivelano invece che l’apostasia va punita con la morte: “Chi cambia religione, uccidetelo”, recita uno dei due testi. Sono questi i riferimenti cui si appoggiano i musulmani che sostengono la condanna a morte di chi si allontana dalla religione di Allah.

Sono questi i testi – per altro giudicati poco attendibili da esimi islamologi – da cui emana la pena capitale per gli apostati che riscontriamo tra gli altri in Afghanistan, Iran, Mauritania, Nigeria, Arabia Saudita, Somalia, Yemen, Qatar, Emirati Arabi Uniti.

Ci chiediamo, poi, cosa significhi radicalizzazione religiosa, in contesto islamico. Si tratta di un processo durante il quale persone di fede islamica fanno proprie delle idee che potrebbero condurle all’utilizzo della violenza. I giovani sono per la loro intrinseca vulnerabilità dei soggetti che possono cadere nelle trame del radicalismo. La sensazione di non appartenere pienamente al Paese in cui vivono, la marginalità socio-economica che li circonda, un desiderio di riscatto di fronte alle ingiustizie subite dai confratelli musulmani in diversi Paesi possono avvicinarli a gruppi organizzati o, come anche accade, ad una radicalizzazione autonoma.

In una serie di lezioni rivolte agli insegnanti, affinché anch’essi entrino in possesso di strumenti atti a individuare dei casi limite tra i giovani musulmani di seconda e terza generazione, la dott.ssa Cristina Caparesi, psicologa pedagogista esperta in prevenzione della radicalizzazione violenta in Italia, ha evidenziato degli aspetti importanti, su cui innestare sagge riflessioni:

  • non esiste un unico profilo di terrorista (non è solo il barbuto, non è unicamente l’escluso sociale)
  • la radicalizzazione è un processo graduale e complesso
  • la povertà non è causa diretta della radicalizzazione
  • le reti sociali giocano un ruolo determinante nell’attirare giovani vulnerabili a idee radicali
  • il processo di deradicalizzazione è lungo e si innesta sui valori della cittadinanza e della democrazia, sul riorientamento educativo e/o professionale sul territorio, su un percorso psicologico incentrato sull’individuo ed il suo nucleo familiare e sull’utilizzo consapevole del web

Ci chiediamo, infine, com’è la situazione in Italia. Da noi, i casi di giovani radicalizzati passati all’azione violenta sono fortunatamente pochi, segno che occorre proseguire sulla strada della prevenzione e dell’individuazione precoce del cambiamento comportamentale dei ragazzi.

Anche la scuola, come ingranaggio fondamentale della società, deve fare con competenza la sua parte: saper accogliere, trasmettere e osservare.

Arianna Obinu

Osservatorio di settembre. Cinema e incontri

L’OSIM, a quasi 10 anni dalla sua fondazione, propone una serie di eventi settembrini che hanno per focus l’integrazione tra persone e comunità nel passato come nel presente e, ancor più importante, con uno sguardo puntato al futuro.

Sono 4 gli appuntamenti programmati, sostenuti dal CESVOT regionale e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Livorno: una tavola rotonda a tema storico, due film su integrazione e religione – uno belga e l’altro italiano – ed infine la presentazione di un volume “Donne e potere in Nord Africa e Medio Oriente” (Tep, 2021). Faranno da cornice a questi eventi due luoghi di cultura cittadini: la Biblioteca dei Bottini dell’Olio e Villa Fabbricotti. Date e orari sono rinvenibili sul volantino!

Livorno ha una storia molto interessante dal punto di vista dell’eterogeneità della sua popolazione, essendosi sviluppata demograficamente e culturalmente grazie all’apporto socio-economico di “nazioni” diverse, provenienti dal nord Europa, dal Levante e da altre aree mediterranee.

Con il fine di conoscere più a fondo una storia corale e di siffatta esemplarità, l’OSIM ha coinvolto la comunità ebraica e due studiosi d’archivio livornesi, per dar vita ad una tavola rotonda capace di far emergere aneddoti e frammenti d’archivio forse poco noti ai più.

Per stimolare una riflessione sull’importanza della religione per gli individui in migrazione, e sulla necessità di promuovere una corretta e civile convivenza tra culti, abbiamo selezionato due film. Uno dà conto di una realtà delicata e critica, quella della radicalizzazione islamica, l’altro, commedia italiana, affronta il tema della differenza di credo e dei problemi che possono verificarsi all’interno di una scuola.

Infine, per valorizzare il lavoro di un anno di studi e seminari sul tema dei diritti delle donne sotto i cieli d’Africa e Medio Oriente, presenteremo finalmente in presenza, il secondo quaderno dell’Osim, nato intorno a queste tematiche e frutto del lavoro di membri dell’associazione e di amici esterni.

Il fil rouge che collega gli eventi è indicato nel sottotitolo della proposta culturale “Osservatorio di settembre. Cinema e incontri”, che è per l’appunto “Integrazione ieri, oggi e domani”.

Tutti gli eventi sono gratuiti, speriamo in un’ampia partecipazione e divulgazione.

Arianna Obinu – vicepresidente Osim

Torri costiere e invasioni saracene e barbaresche: la resilienza dei Sardi

Capo Mannu (San Vero Milis) e Torre dei Corsari (Arbus). Foto dell’autrice, luglio 2022

Gli Spagnoli ne costruirono un centinaio lungo la costa occidentale sarda. Sto parlando delle torri di avvistamento, solitamente a pianta circolare, strumenti indispensabili per salvarsi in tempo o per lo meno per ridurre i danni di fronte alle incursioni saracene. In realtà gli attacchi dal Nord Africa sull’isola erano iniziati ben prima del 1500, già nell’VIII secolo.

Chi erano i Saraceni? Si tratta si una parola entrata nel dizionario italiano nel XIII secolo, e la sua etimologia rimonterebbe all’arabo sharqì, ossia “orientale” (è la stessa radice di scirocco, vento che soffia da sud-est). Con questo termine si definivano gli Arabi provenienti dall’Africa Settentrionale dediti a spedizioni volte a far bottino lungo tutta l’Italia meridionale, Sardegna compresa.

Gli Arabi, infatti, sono fuoriusciti dalla penisola arabica nel VII secolo, conquistando e islamizzando a occidente i territori dell’attuale Egitto, attraversando la Libia, fondando città come Qayrawan in Tunisia e raggiungendo l’Oceano Atlantico. La foga espansionistica arabo-berbera non si placò di fronte all’estremo ovest, ma si diresse in Spagna e Francia, e continuò attraverso le spietate razzie (parola di origine araba).

Si racconta che i Mori, altro nome con cui venivano designati i Saraceni, attaccarono l’isola la prima volta nel 703: fu Sant’Antioco (denominata allora Sulki) ad essere la vittima predestinata. Altri attacchi sono ricordati dalle fonti storiche arabe nel 705, 710, 721 e ancora, con cadenza ravvicinata nei secoli seguenti, con un periodo di relativa pace tra l’828 e il 934 ed un calo negli sbarchi fino al 1400.

Proprio per timore delle devastazioni moresche, il re longobardo Liutprando inviò a Cagliari degli intermediari che acquistarono le spoglie di Sant’Agostino, custodite nella chiesetta omonima, e le portarono a Pavia, al sicuro. I musulmani non si limitarono a depredare e scappar via, ma imposero anche dei tributi e resero schiavi i sardi catturati.

L’instaurazione del califfato arabo in Spagna (929-961) rinforzò le idee di espansione verso la Sardegna. Protagonista degli arrembaggi a partire dal 1015 fu Musetto, latinizzazione di Mujahib, principe delle Baleari. Presa Cagliari, riuscì ad occupare buona parte del Campidano ma fu respinto secondo gli storici dall’intervento congiunto delle repubbliche marinare di Genova e Pisa, che poi avrebbero approfittato per insediarsi in alcune località sarde. Secondo lo storico Raimondo Carta Raspi (1893-1965), invece, non fu determinante l’intervento di difesa esterno: i Sardi furono degli ossi duri e seppero opporre una fiera ed efficace resistenza agli invasori.

Di fatto, però, nel 1070 Tharros fu abbandonata e la popolazione si spostò ad Oristano, luogo meno esposto alle visite indesiderate dei Saraceni. Così come accadde al villaggio di Magomadas, distrutto nel 1226 e ricostruito più distante dal mare.

Due grandi viaggiatori arabi medievali ricordano la tempra dei Sardi. Ibn Jubayr, partito nel 1183 dalla Spagna islamica per recarsi a Mecca in pellegrinaggio, giunse davanti a capo San Marco. I suoi informatori gli riportarono che nella città antica (Tharros) vivevano dei Giudei, e che a terra avevano visto un mercato di schiavi in cui 80 musulmani, uomini e donne, erano in vendita. Ripartì ringraziando Allah, poiché la Sardegna era considerata la tappa più pericolosa del viaggio. Del resto era l’unica regione del suo itinerario estranea alla dàr al-islam, ovvero ai territori governati da musulmani. Ibn Battuta, partito dal Marocco due secoli dopo, nel 1324, e giunto presumibilmente a Cagliari, racconta: “Feci voto all’Altissimo che avrei digiunato per due mesi consecutivi se ci avesse fatto ripartire sani e salvi, perché avevamo saputo che gli abitanti dell’isola avevano intenzione di inseguirci per farci prigionieri. Comunque ne venimmo fuori vivi e dopo dieci giorni giungemmo a Tanas (Algeria)”.

I Sardi resistevano, sì, ma con difficoltà. I barbareschi, corsari musulmani affiliati agli Ottomani di Istanbul, ripresero di buona lena a frequentare la Sardegna nel XVI secolo, con speciali attenzioni rivolte alla costa occidentale, ma non disdegnando l’Ogliastra, Orosei, Siniscola, la Gallura, Porto Torres e l’Asinara. Il corsaro Khayr al-Dìn – noto Barbarossa – seminò il panico nel Mediterraneo, tanto che l’imperatore Carlo V organizzò delle spedizioni contro Tunisi (1535) e Algeri (1541), che sebbene non definitive negli esiti, servirono a riportare in libertà oltre mille schiavi sardi cristiani.

Altri corsari turbarono il sonno degli abitanti costieri, uno dei quali sardo rinnegato, cioè convertito all’islam: Hazan Haga, che da pastore della Nurra sarebbe diventato re di Algeri.

Ogni anno Cabras era vessata dai pirati turchi, scrive lo storico Pietro Martini (1800-1866) nella sua Storia delle invasioni degli Arabi e delle piraterie dei barbareschi in Sardegna (1861). Fu distrutta nel 1509 e la sua popolazione era costretta a stare sempre in guardia. Nel 1520 fu la volta di Uras e Terralba. Uras nel 1546 fu di nuovo assalita, ed una targa marmorea rinvenuta in una chiesetta del suo territorio reca scritto: “A 5 de Arpili 1546 esti istada isfatta sa villa de Uras de manus de Turcus e Morus effusi capitanu de Morus Barbarossa”.

A partire dal 1572 gli Spagnoli costruiscono o restaurano le torri costiere, si è appena svolta la battaglia di Lepanto e la pressione barbaresca si è allentata, benché proprio al rientro dal Levante Miguel de Cervantes fu catturato e condotto prigioniero ad Algeri, dove trascorse cinque anni prima di essere liberato (1580) e potersi dedicare alla letteratura e al suo Don Chisciotte.

Ai Sardi resterà un senso di insicurezza relativo al mare e le coste subiranno un generale abbandono, con conseguenti perdite economiche e culturali. Ancora nel 1684 i barbareschi saccheggiarono Magomadas ma gli abitanti di Tresnuraghes reagirono inseguendoli e recuperando il bottino. Nel 1772 un altro rinnegato sardo, Ciuffo, attaccò Cagliari, ma finì per consegnarsi ai nemici e abiurare l’islam, ponendosi poi con ardore a servizio della cristianità nella lotta contro i predoni musulmani. All’inizio dell’800 altri tentativi di invasione furono respinti o contenuti fino alla stipula dell’agognata pace tra Algeri e Regno di Sardegna che liberò i mari dalla piaga barbaresca e separò in modo netto la storia del Nord Africa da quella sarda. Qualche strascico linguistico resta a testimoniare le pur labili relazioni passate: bottarga (dall’arabo batàrikh, uova di pesce), gaurro o grezzo/sporco (dall’ar. kàfir, infedele, attraverso il turco gàvur), matracas (dall’ar. Taraqa, battere, pestare), busa (dall’ar. bùSa, il gambo dell’ampelodesmo usato per lavorare la pasta bucata che oggi si fa con l’ausilio di un ferretto), inchiberare, in logudorese gonfiarsi (dalla radice araba kabura, essere grande, vanagloriarsi), cabillo nel senso di cafone (dall’ar. qabìlì, abitante berbero della Cabilia, regione montuosa algerina).

Arianna Obinu

Per la cronologia delle incursioni ho consultato: https://truncare.myblog.it/2013/09/07/le-incursioni-barbaresche-in-sardegna-700-1800-5671049/