Diritti in Arabia Saudita. Il monitoraggio di Amnesty International Italia

Parliamo di Diritti Umani in Arabia Saudita, e ne parliamo con Viviana Isernia, vice Presidente di Amnesty International Italia, mia collega ai tempi dell’Università L’Orientale di Napoli nonché cara amica oramai da tanti anni.

Viviana, rivesti un ruolo importante in Amnesty International, organizzazione universalmente nota, ma di cui in fondo sappiamo poco. Vuoi dire due parole in proposito?

Credo importante ricordare che Amnesty International è stata fondata nel 1961, cioè sessant’anni fa. Ed è nata dietro l’impulso di un avvocato britannico, Peter Benenson, che proprio nel 1961 lesse in metropolitana un articolo riguardante l’arresto di due portoghesi che avevano brindato alla libertà. Il Portogallo di allora era una dittatura, e quel brindisi valse ai due studenti la condanna a sette anni di carcere. Benenson non credette ai suoi occhi e scrisse un articolo, uno pseudo-appello a solidarizzare con quegli studenti e a richiederne l’amnistia. In migliaia aderirono all’appello, e nacque l’organizzazione, oggi presente in 150 Paesi con 3 milioni di sostenitori.

Ci racconti invece l’origine del tuo interesse per l’Arabia Saudita?

L’Arabia Saudita è un caso particolarmente delicato per chi si occupa di diritti poiché in questo Paese i diritti umani vengono violati quotidianamente. Tra l’altro l’ingresso in Arabia Saudita è impedito ad Amnesty International, cosa che avviene in rari casi nel mondo, e rende più difficile il nostro operato.

Scusa l’interruzione, citeresti altri Paesi in cui Amnesty International non è gradita?

Iran e Cina, per esempio.

Raccontava di come si è avvicinata al caso dell’Arabia Saudita…

Seguo la situazione nel Paese dal 2014 e la seguo anche perché provengo da studi universitari in arabistica ed islamistica, perciò concilio le mie competenze linguistiche e culturali con la necessità di informare sulla situazione dei diritti nel Paese.

Qual è stato il primo caso che hai trattato?

Proprio nel 2014 il blogger Raif Badawi è stato incarcerato per aver fondato un forum su internet in cui invitava alla libera espressione. La condanna è stata dura, sette anni di carcere e mille frustate, di cui 50 subite ed eseguite nella pubblica piazza. A Roma, di fronte all’ambasciata dell’Arabia Saudita, ci riunivamo ogni giovedì per un sit-in di protesta, sapendo che il venerdì sarebbe avvenuta la fustigazione di Raif. Sua moglie è riuscita ad ottenere l’asilo politico in Canada ed è fuggita lì con i tre figli, ha creato una Fondazione e lotta per il rilascio del marito. Il quadro si fa ancor più nero se si pensa che l’avvocato che ha difeso Raif, Waleed Abu al-Khayr, è anch’egli in prigione, condannato a 15 anni e a centinaia di frustate, anche perché ha osato difendere il paladino saudita dei diritti umani.

Dunque si trovano ancora in carcere?

Esatto, e Raif non ha più un avvocato difensore perché tutti temono di fare la fine di Abu al-Khayr. La moglie di Raif, Ensaf Haidar, nel 2015 ha partecipato da remoto all’Assemblea Generale di Amnesty Italia e ha raccontato di sentire raramente il marito.

Quel che racconti è toccante, perché la libertà d’espressione è un caposaldo delle democrazie occidentali e forse non ci rendiamo bene conto di cosa significhi. Tra l’altro l’Arabia Saudita è più citata per i suoi petrodollari e per l’importanza di ospitare entro i suoi confini i luoghi santi dell’islam. Se dovessi fare un breve identikit del Paese cosa diresti?

Basta leggere il sito internet dell’ambasciata dell’Arabia Saudita per trovare le due facce della medaglia. C’è un’introduzione che recita più o meno “L’Arabia Saudita è una monarchia sunnita che cerca di garantire i diritti umani dei propri cittadini”. Da una parte il Paese si mostra come alleato dell’Occidente contro il terrorismo e l’integralismo religioso, definendosi genericamente sunnita, dall’altro i segni tangibili dell’intolleranza sono visibili al suo interno. Parlo di intolleranza intrareligiosa, contro gli sciiti, e di intolleranza interreligiosa, verso le altri fedi. Per gli sciiti, in minoranza nel Paese, scatta la pena di morte anche solo affermando pubblicamente di essere dei fedeli sciiti, e guai a festeggiare pubblicamente delle ricorrenze religiose loro proprie. In Arabia Saudita c’è spazio solo per lo wahhabismo, corrente che si erge ad unica vera via islamica, la via rigida vicino al salafismo di gruppi come Boko Haram o Isis.

Eppure l’Arabia Saudita è comparsa in prima pagina per le recenti aperture che l’erede al trono Salman ha promosso. Mi riferisco alla possibilità per le donne di accedere agli stadi o di guidare. Sono meri specchietti per le allodole o segnano l’inizio di un percorso di liberalizzazione e riconoscimento dei diritti?

Sì, ci sono state l’apertura al turismo dall’estero e le cose che hai segnalato. Ma la concessione della guida alle donne rimane vincolata al permesso concesso loro dai tutori uomini della famiglia: mariti, genitori, zii o fratelli. Tra l’altro nessuno lo dice, ma il movimento femminile per la guida ha avuto inizio già nel 1990, quindi le saudite non vivono passivamente le privazioni, anzi, forse sono poco sostenute fuori dal Paese. Salman poi fa di tutto per mostrarsi benevolo nei riguardi delle donne, spesso si fa fotografare in veste ufficiale con donne al suo fianco. Le proteste al femminile per reclamare i diritti ci sono state anche in occasione delle primavere arabe e fino al giugno 2018, anno in cui il divieto di guida per le donne è stato revocato. Molte sono state incarcerate per aver guidato lo stesso, come Lujain Al-Hathlul, attivista condannata a 5 anni di reclusione poco prima della revoca del divieto di guida. In carcere ha subito abusi sessuali e torture, come l’elettroshock, per poi essere rilasciata su pressioni americane, fermo restando enormi limitazioni alla sua libertà personale.

Grazie per questa finestra sull’Arabia Saudita. Vogliamo ricordare come è possibile informarsi sui casi seguiti da Amnesty?

Sul sito http://www.amnesty.it si trovano tutte le informazioni sulle nostre campagne.

Arianna

DRAMMA IN ALTO MARE. Circa 50 migranti algerini dati per morti o dispersi


Articolo di Said Oussad (27/09/2021) sul quotidiano algerino Liberté (traduzione di A.Obinu)

Quattro barche partite da Orano, Algeri e Boumerdès sono naufragate davanti alla costa spagnola causando la morte o la scomparsa di una cinquantina di harraga algerini. Una nuova tragedia che deve assolutamente interpellare le coscienze.

L’allerta è stata diramata da  Francisco José Clemente Martin, membro del Centro internazionale per l’identificazione dei migranti scomparsi, che ha annunciato la morte o la scomparsa di una cinquantina di harraha algerini nelle acque territoriali spagnole dopo l’arrivo in massa di oltre 1000 migranti clandestini principalmente nell’arcipelago delle Baleari. Tra le vittime, uomini ma anche donne e bambini, aggiunge la stessa fonte.

Questo bilancio sarebbe uno dei più pesanti mai registrato dal servizio marittimo della Guardia Civile, le guardie costiere spagnole. Un dramma in alto mare, forse prevedibile a giudicare dalle incessanti partenze di imbarcazioni di fortuna dalle coste algerine da qualche settimana a questa parte.

José Clemente Martin, diventato colui che dà voce al dramma migratorio sulla sponda spagnola, ha riportato il naufragio di quattro barche. A suo avviso, due erano partite da Orano, una da Algeri e una dalle spiagge di Boumerdès.

“Donne, bambini e uomini hanno perso il bene più prezioso, la vita. Per ognuno di loro restano solo la famiglia e gli amici, e nulla potrà consolarli” ha scritto l’operatore umanitario spagnolo in omaggio alle vittime. Appena diffusa, la notizia di questo naufragio ha avuto un effetto disastroso in Algeria. Molte famiglie di giovani harraga hannoprovato una grande angoscia pensando che un loro caro fosse una delle vittime.

Questo è accaduto alle famiglie delle province di Seddouk, Bouandas e Béjaïa. Dai loro figli nessuna notizia dopo la partenza.
Ricordiamo che la settimana scorsa la stampa spagnola aveva annunciato il ritrovamento in mare davanti ad Almeria di otto corpi di harraga – tra i quali due donne e un bambino – probabilmente di nazionalità algerina o marocchina.

Il portavoce della Guardia costiera di Almeria aveva precisato che i cadaveri ritrovati non erano ancora stati identificati. Eppure, negli ultimi giorni era stato annunciato brutto tempo su tutta la Spagna, con venti forti e marosi intensi. Erano previsti anche forti temporali sul Paese al termine delle intemperie nel sud-est.

Malgrado il meteo sfavorevole, le barche degli harraga continuavano a prendere il largo dirette ad Almeria, Murcia, Alicante e alle Baleari. Giovedì scorso, 3 barchini che trasportavano una quarantina di persone sono partiti da Orano in tarda mattinata, mentre altre partenze avvenivano un po’ ovunque dalle spiagge e dalle baie algerine.

Settembre è stato un mese segnato dalle partenze di harraga: dal 1° al 23 ne sono partiti più di 2200 che sono sbarcati sulle coste spagnole su 150 imbarcazioni. E queste cifre comprendono solamente i clandestini soccorsi o intercettati dal servizio marittimo della Guardia Civile.

Francisco José Clemente Martin piange la perdita di vite umane ma al tempo stesso deplora l’attitudine di molti giovani che prendono il mare senza essere realmente dei disperati.

“Dico che nessuno obbliga questi giovani a lasciare l’Algeria e dico anche che sono giovani che pagano delle grosse somme di denaro per la traversata. Sottolineo che alcuni vengono in Spagna solo per provare un’esperienza e divertirsi senza preoccuparsi del pericolo che corrono. In molti non hanno bisogno di partire così”, ha scritto sulla sua pagina Facebook. 

Questa nuova tragedia mediterranea non può lasciarci impassibili. Fino a quando si lascerà che algerini e algerine rischino la loro vita in mare? E soprattutto, fino a quando continueremo a negare la crisi profonda che il fenomeno della harga rivela?
 

Senegal: una società al bivio? Venti di wahhabismo in Africa Occidentale

Mettiamo insieme i pezzi. Ho comprato un libro di un autore senegalese di nome Abasse Ndione, acquistato tanto per il titolo “Vita a spirale” quanto per la copertina, una profusione di colori tra l’ocra e il verde militare con sullo sfondo quello che mi è sembrato un baobab in mezzo al deserto. La trama è presto detta, un giovane spacciatore di etnia lebou e il suo gruppetto di amici alle prese con tante avventure e scontri generazionali tra giovani e anziani capi villaggio. Datato 1998, il romanzo è diventato un bestseller letto addirittura nelle scuole del Senegal. Esprime, fatto incredibile nella cornice di una società conservatrice seppure intrisa di gioia di vivere e tolleranza, una ribellione contro un sistema politico-sociale che non credevo possibile. In effetti, i senegalesi della diaspora sono reticenti nelle descrizioni del loro mondo d’origine, ed è difficile cogliere elementi di malcontento. Di solito, si accontentano per quieto vivere di uniformarsi in silenzio agli altri connazionali: va sempre tutto bene grazie ad Allah!

Nello stesso periodo mi sono imbattuta in un reportage sulla rivista Africa che descriveva il Vaticano senegalese, sarebbe meglio dire la Mecca senegalese, ossia Touba, la città santa dei fedeli della confraternita islamica dei muridi, dove vige assoluta aderenza ai principi dello Shaykh Ahmadou Bamba1. Sostanzialmente in questa sorta di città-stato si prega e si lavora senza che le distrazioni (e le distorsioni) del mondo turbino l’equilibrio della comunità. “Le scuole sono esclusivamente coraniche e l’insegnamento in arabo e wolof. Le succursali delle banche occidentali non hanno diritto di stare nei pressi della grande moschea”2. L’obbedienza e lo stare sulla retta via sembrano costituire l’habitus degli abitanti di Touba e dei loro confratelli. Questa religiosità è in contrasto con la vita dallo spirito laico che si respira a Dakar, ma non è decontestualizzata, anzi sono molto stretti i rapporti tra muridiyya e politica. Il sistema delle confraternite – in Senegal se ne contano almeno quattro – ha intrecciato la sua storia con la politica del Paese e in passato si parlava apertamente di ndigel, ossia dell’indicazione di voto data dai capi religiosi ai fedeli. Non c’è aspetto della vita che non passi al setaccio del marabutto. La maggior parte dei migranti senegalesi con cui ho lavorato ha richiesto la benedizione per il viaggio al marabutto dietro elargizione di cospicui doni in denaro o in natura. La loro autorità è radicata e solida. Più di una volta, dai racconti frammentati dei miei studenti d’Africa Occidentale, ho avuto l’impressione che fossero partiti anche per fuggire da questo sistema sociale così inscalfibile e statico che li incasella alla nascita e li obbliga ad assolvere una lunga lista di doveri: dovere filiale, dovere religioso, dovere di marito e di padre, dovere nei confronti del clan, doveri morali, dovere politico. Nel viaggio, duro e umiliante, hanno raggiunto una nuova dimensione che non li ha salvati dai doveri verso i propri familiari (le tecnologie non lasciano scampo a chi vorrebbe fuggire da tutto e tutti) ma ha regalato loro uno spazio di libertà individuale mai assaporato prima. Il viaggio ha anche insegnato loro la diversità nella fede islamica: durante il periodo del digiuno di Ramadan, in una classe in cui insegnavo l’italiano avevo oltre a senegalesi di etnie diverse, gambiani, maliani, burkinabé, ghanesi, beninesi, guineani, pakistani e nigerini. Avevo elaborato un quiz sul mese sacro islamico e sulle tradizioni ad esso collegate. Si era aperta una diatriba multilingue sulla possibilità o meno di lavarsi i denti. Il problema per taluni consisteva nel pericolo di ingerire delle gocce d’acqua, e come ben noto i musulmani osservanti il digiuno, non possono bere né mangiare e fumare fino al crepuscolo. La questione era diventata una patata bollente che ha surriscaldato gli animi. Imparare la convivenza è difficile anche tra fedeli di uno stesso credo quando non si è educati a rispettare le diversità e ad accoglierle benevolmente. Tuttavia, il sorriso era l’arma bianca dei senegalesi, che non hanno mai dato in escandescenza, dimostrando spirito di apertura e adattamento, al contrario di qualche studente del Sahel che pretendeva che le insegnanti non indossassero maglie sbracciate o che si rifiutava di sedersi vicino ai nigeriani cristiani o ai pakistani, sciiti o sunniti che fossero.

Spinta dal desiderio di capire meglio un Paese che non conosco in profondità pur conoscendone da anni un buon numero di immigrati ben integrati in Italia, ho seguito la recente querelle che ha avuto per protagonisti i membri della ONG Jamra, organizzazione di ispirazione wahabita3, e i sostenitori di alcune produzioni televisive senegalesi accusate dai primi di inaudita rilassatezza dei costumi e oscenità all’occidentale maniera. Nelle soap opera locali Cirque Noir (Circo nero)4, Les Infidèles (Infedeli) e Maitresse d’un homme marié (Amante di un uomo sposato), emergono a quanto pare temi scottanti ma reali: amore, poligamia, relazioni extraconiugali, inganni, alcolismo, violenza coniugale, matrimoni forzati. Senza tralasciare delle sparute scene osé che hanno urtato le sensibilità di alcuni e sollevato conseguenti richieste di censura. In Senegal queste serie tv sono molto seguite, proprio perché rispecchiano la società, l’emancipazione femminile e al contempo le difficoltà che le donne incontrano in una società dominata da un islam tollerante ma anche da tradizioni ferme e implacabili. Le lamentele di Jamra, è innegabile, hanno scosso i senegalesi: da che parte stare?

Sul forum di un canale televisivo senegalese ho raccolto e tradotto questa testimonianza contro l’ONG islamica, sebbene le lamentele di Jamra sfiorino le corde dell’animo di molti sengalesi:

“Non abbiamo certo respinto la colonizzazione dei toubàb (i bianchi, ossia i Francesi) per venderci adesso agli Arabi! Jamra e i salafiti fondamentalisti del Paese vogliono cambiare la nostra società per trasformarci in Sauditi o Iraniani. Noi non lo saremo mai, siamo e restiamo neri africani! Vogliono fare del nostro Paese una Somalia o un Mali di turno, distruggendo ogni traccia delle nostre confraternite e dei nostri santi… I veri problemi non sono l’omosessualità bandita dai fondamentalisti, ma la pigrizia, la cretinizzazione dei giovani, la corruzione, il rifiuto di istruirsi, gli stupri e la violenza sulle donne, l’indisciplina collettiva, le daara (scuole coraniche) che molestano i talibé (i giovanissimi studenti) la strumentalizzazione che marabutti, imam e maestri fanno della religione per fini personali. I veri temi non mancano, ma Jamra di questo non parla”.

Non mi accingo a una scoperta epocale, ma forse la società senegalese è meno monolitica di quel che non voglia apparire all’esterno. Ritengo un bene l’esistenza di più animi all’interno di una società, ma vi è chi si sente depositario della verità unica e ricerca l’omologazione come sola opzione giusta per i senegalesi (leggi musulmani senegalesi). E questa opzione guarda verso la qibla, ossia verso Mecca, e punta sull’identità islamica e sulla contrapposizione tra valori islamici e valori occidentali. L’ondata di islamismo dal Golfo ha portato con sé nel Sahel un modello di islam rigorista e anche la distruzione dei santuari legati a santi uomini e donne sentiti vicini dalla popolazione locale, persone dotate di baraka, cioè di carisma.

Come avviene il radicamento dei gruppi salafiti?

“Ogni quartiere di Dakar comprende una cellula o sezione di base, in cui si riuniscono i fedeli. Lì si recano due volte a settimana, per il rito del giovedì sera e per svolgere varie attività (apprendimento del Corano, canto, corsi di cucito, di falegnameria, di controllo delle nascite, ecc.). I seguaci si ritrovano per qualche ora, fuori dal mondo, per vivere pienamente la loro fede. Vi si incontrano altri giovani che condividono un comune sistema di valori. I discepoli si definiscono in funzione di un esterno, di una diversità respinta, quale è per loro la vita nella società civile e cercano in questi movimenti altri modi di vivere. Entrare in questi gruppi significa abbandonare abitudini di vita devianti come il consumo d’alcol, di sigarette, la frequentazione di luoghi ricreativi e accettare di conformarsi alle regole della comunità. Imparano come vestirsi (di preferenza di bianco, quale segno di purezza), come camminare per strada senza voltarsi, senza sputare, come salutare, come parlare a un primogenito, come comportarsi nel proprio ambiente familiare … L’obiettivo dei leader è di inglobare completamente la vita degli adepti per farli uscire dall’ambiente urbano familiare e trasformarli in nuovi individui, per i quali gli insegnamenti del movimento costituiscono il solo riferimento. Luoghi di socializzazione urbana per giovani di qualunque origine e alla ricerca di valori, i movimenti offrono un sentimento di rinascita ai loro discepoli che spesso dicono di vivere l’appartenenza religiosa come un appello divino e molti sono persuasi di essere stati scelti personalmente per aderirvi. Questa “vocazione” li convince di essere sulla vera Via che conduce a Dio e che la loro guida spirituale sia in grado di dare il giusto insegnamento”.5 Il sistema di proselitismo poggia su ampie disponibilità economiche che consentono a questi movimenti fondamentalisti di sostituirsi allo Stato nel sostegno agli emarginati e agli ultimi con asssitenza e servizi:

“Decisi a soppiantare un governo che, secondo loro, lascia la società senegalese in una condizione dannosa per l’islam, organizzano separatamente attività cittadine di pulizia delle strade, degli ospedali, delle scuole, ecc. In diversi momenti dell’anno chiamano i loro adepti a lavorare in massa in un cantiere definito (dissodamento di un cimitero, bonifica di un corso d’acqua, restauro di aule scolastiche, ecc.). Questa opera, molto mediatizzata, consente di far parlare di loro, rivelandosi benefattori per l’intera società”.6

L’islam africano si è innestato, sin dagli albori, su un sostrato di tradizioni che si sono amalgamate alla fede nel Dio unico, ma che di fatto hanno contribuito a disegnare un islam “africano” per l’appunto, che si discosta dall’islam della penisola arabica o dell’Indonesia. Il Senegal ha abbracciato l’islam ma lo ha tinto dei suoi colori: spiritualità (confraternite sufi) e tolleranza (circa il 10% della popolazione è cristiana), credenze e laicità7.

I fondamentalisti salafiti nel Paese rappresentano l’1% ma sono organizzati in associazioni e agguerriti. Sanno bene che la battaglia per la vera fede che portano avanti, si combatte sul piano dell’Educazione nazionale, e dai primi anni Duemila perorano la causa della lingua araba nelle scuole, quando le lingue autoctone o impiegate per l’insegnamento sono altre: wolof e francese. Inoltre, l’insegnamento della religione islamica è stato introdotto nel 2002, e pullulano le scuole coraniche informali che ospitano soprattutto poveri, data la loro gratuità.

Alla luce del diffondersi di compagini fondamentaliste nel Maghreb e nei Paesi subsahariani, viene spontaneo chiedersi se il Senegal reggerà l’onda d’urto o se cambierà il suo DNA. Alla mente ritornano delle conversazioni occorse all’Università di Algeri, dove ho insegnato, e dove l’occhio attento era capace di notare che le studentesse velate seguivano nuove mode nell’uso del velo non ascrivibili alle tradizioni nordafricane, bensì a quelle saudite. Durante l’analisi di un testo sulla storia dei tatuaggi, numerose furono le voci sapientemente pronte a ripetere a memoria che “le anziane donne arabe o berbere (le loro nonne, per esempio) che si tatuavano il volto, le braccia e le mani non hanno e non avevano colpa, poiché non conoscevano la vera religione a causa dell’ignoranza diffusa. “Fortunatamente oggi” – ripetevano quasi all’unisono – “conosciamo la vera religione e sappiamo che è proibito tatuarsi il corpo perché apparteniamo a Dio e siamo una sua creazione immodificabile. Inoltre, quei tatuaggi hanno fini superstiziosi che mal si conciliano con la vera fede, ma sono parte di vetuste tradizioni da accantonare”.

In Senegal intanto non sono mancati gli scontri aperti e le manifestazioni contro i salafiti che mettono in discussione l’islam di casa, la devozione nei confronti dei marabutti, l’atteggiamento verso l’omosessualità o le questioni di genere. Lo Stato è chiamato a gestire questa bomba a orologeria, non resta che monitorare la situazione augurandosi che gli anticorpi a questo insidioso virus siano sufficienti.

Arianna O.

1Shaykh A. Bamba (1850-1927) è stato un mistico, leader fondatore della confraternita Muridiyya cui aderisce un terzo della popolazione senegalese. Il motto dei muridi è “Prega come se dovessi morire domani e lavora come se vivessi per sempre”: la comunità è preminente sul singolo, e il maestro è la figura chiave che guida i confratelli. Bamba iniziò con l’organizzare campi di lavoro e preghiera. I Francesi si insospettirono temendo una rivolta ed esiliarono lo shaykh in Gabon (1895-1902) e in Mauritania (1903-1907). Questo esilio provocò un forte attaccamento alla fede islamica nel Paese, in funzione identitaria e anticoloniale. Alla sua morte, nel 1927, il potere si trasmise per via ereditaria. La sua figura viene ricordata annualmente in occasione della festa del Gran Magal, che prevede il pellegrinaggio alla grande moschea a Touba, la visita alla tomba del santo e altri festeggiamenti.

2Ragusa, S.: “Senegal. La Mecca dell’islam senegalese” in Africa, n.6 novembre-dicembre 2020, (pp.80-85).

3Lo wahabismo è una corrente riformista dell’islam che deve il suo nome al teologo arabo chiamato Muhammad Ibn ‘Abd al-Wahhāb (1702-1792) che affermò con intransigenza la contrarietà dell’islam verso usanze popolari come la visita alle tombe dei santi e la richiesta di una loro intercessione. In nome della dottrina sull’unicità di Allah (at-tawhìd) professata nella shahada islamica, ai seguaci wahhabiti, maggioritari in Arabia Saudita, appare chiaro che queste usanze erano e sono da considerarsi pura idolatria da combattere. Di qui gli attacchi di gruppi salafiti alle tombe di santi in Marocco e in tutto il Sahel. Cfr. Commins, D.: “Il Wahhabismo e il suo sviluppo” (www.oasiscenter.eu).2019

4Notizia del 16 agosto 2021 è l’arresto del regista, dello scenografo e di dieci attori della serie Cirque Noir, a seguito della messa in onda del trailer della serie tv e della denuncia da parte di Mame Mactar Gueye, dell’ONG Jamra, che ha definito “pornografica” questa produzione. L’accusa formulata è quella di “diffusione di immagini contrarie al buon costume e oltraggio al pudore”.

5Samson, F. e Baldo F. (trad.): “Fondamentalismi in concorrenza: nuovi movimenti musulmani e cristiani a Dakar”, Afriche e Orienti, (3-4), 44-56.

6Ibidem.

7Cfr. Pellegrino, C.: “L’islam inclusivo del Senegal” (www.oasiscenter.eu).

Donne e potere, presto il libro!!!

Il progetto “Donne e potere. Africa e Medio Oriente” si concluderà con una pubblicazione che le associazioni partner auspicano di diffondere soprattutto fra i giovani liceali e universitari.

Intanto, ieri pomeriggio la Tavola rotonda (qui la registrazione completa: https://it-it.facebook.com/Time4Africa/videos/601592677635949) non è stata un successo di pubblico ma ha espresso temi importanti e ben esposti dai relatori e dalle relatrici.

Il professor Habouss ha parlato del potere e delle strategie di resistenza al potere elaborate in Nord Africa; Serena Gianfaldoni ha intervistato Ana Maria Mengue mettendo in risalto il ruolo delle donne guineane nella società e raccontando l’esperienza della ONG Mbengono; Benedetta Panchetti ha delineato i passi avanti che le donne libanesi stanno compiendo nel cammino dei diritti e del riconoscimento dei reati contro le donne; Viviana Isernia ha fatto luce su una serie di donne attiviste saudite che lottano contro un regime che lascia poco spazio alle libertà civili; Said Talbi ha ripercorso la storia dell’ultimo decennio in Tunisia, dopo le speranze destate dalla Rivoluzione dei Gelsomini e gli ostacoli all’emancipazione femminile posti dai partiti religiosi che avevano guadagnato i vertici del potere; Daniela Cuomo ha stilato un elenco di caratteristiche delle donne africane che lavorano nella cooperazione, dalla competenza al coraggio, dalla responsabilità alla passione; Umberto Marin ha parlato di donne che contano in Africa, affrontando il tema del colonialismo e della decolonizzazione; personalmente ho cercato di legare tre realtà: patriarcato, islam e migrazioni, invitando ad una riflessione sulle responsabilità della religione (e delle religioni) di fronte a tradizioni che condizionano pesantemente le relazioni uomo donna penalizzando il genere femminile.

La pubblicazione darà modo di approfondire i temi presentati in brevi interventi di dieci minuti, e chiuderà una stagione dell’OSIM dedicata alle donne.

Grazie a chi ha sostenuto la nostra proposta culturale, e un grazie a chi ha lavorato per rendere possibile il progetto.

Arianna Obinu

Donne al centro. Tavola rotonda ‘Donne e potere. Africa e Medio Oriente’

L’Osim – Osservatorio di Studi Internazionali sul Mediterraneo e l’associazione Time for Africa organizzano venerdì 24 settembre p.v. una tavola rotonda on line sul tema ‘Donne e potere. Africa e Medio Oriente’. L’evento è stato finanziato dal Cesvot Toscana e vede la collaborazione di studiosi e studiose, attori della cooperazione internazionale e membri di associazioni pronti a raccontare la condizione delle donne e dei loro diritti in alcuni contesti africani e mediorientali.

Un’occasione per riflettere che lascerà spazio alle domande del gentile pubblico. Vi aspettiamo!

Arianna Obinu

Accedi con Zoom
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