“I poveri non ci lasciano dormire”

•Marzo 10, 2009 • Lascia un Commento

 unicef

Da tre settimane ha preso avvio a Cagliari il corso di Educazione allo Sviluppo “Un impegno visibile per i bambini invisibili”, organizzato dall’Unicef e rivolto a studenti, educatori e operatori sociali. Il programma dell’edizione 2009 verterà sui diritti del fanciullo e sulle esperienze Unicef nel mondo, e i relatori chiamati a intervenire si confronteranno su diverse tematiche: dalla drammatica situazione dei bambini soldato al problematico inserimento dei bambini di etnia rom in Italia, dalla condizione dei minori stranieri non accompagnati nel nostro Paese al traffico dei bambini nell’Africa Occidentale, dall’impegno dell’Unicef nella lotta contro l’HIV alla dissertazione sulla nonviolenza come scelta morale di vita tesa al rifiuto attivo del male e non ad una sua accettazione passiva. Ospite dell’Unicef al secondo appuntamento è stato padre Franco Moretti, direttore del mensile dei missionari comboniani Nigrizia.

La congregazione dei comboniani svolge dal XIX secolo attività di evangelizzazione e sostegno ai poveri e alle fasce deboli della popolazione, promuove la pace e la giustizia sull’esempio del suo fondatore, Daniele Comboni, attivo in Sudan contro la schiavitù europea a metà del 1800, poi canonizzato santo, nel 2003, da Papa Wojtyla. Convinto che “L’Africa si deve salvare con l’Africa”, ovvero che gli africani dovessero avere l’opportunità di formazione educativa e professionale atta alla gestione autonoma di se stessi, Comboni portò “la sua croce” fino a morire a seguito di un’epidemia di vaiolo e tifo fulminante che fece strage di sudanesi e missionari. Eppure, il seme era germogliato. Dall’Italia i comboniani furono invano richiamati, il loro lavoro era tra gli africani, la missione doveva andare avanti. E di missioni ne sono nate altre in tutta l’Africa nera, che ancora oggi affrontano le fatiche di Paesi e popoli dilaniati da guerre fratricide, carestie e sofferenze.

Padre Moretti ha raccontato la sua vita in Kenya tra i kenioti. Partito la prima volta sulla fine degli anni ‘70, ha vissuto un decennio tra i kikuyu, il gruppo etnico dell’uomo simbolo della lotta coloniale keniota contro gli inglesi, Jomo Kenyatta, e vi ha fatto ritorno nel 1994, aprendo la missione nel Distretto Turkana (nord-est del Kenya) abitato da gruppi di nomadi.

Padre Moretti ha raccontato soprattutto di questa seconda lunga esperienza tra i turkana, tragica al punto da farlo commuovere, così partecipata da liberare intense emozioni anche nei presenti. Paese povero dicevo, ma forse dir questo non è preciso. Il Kenya è diventato povero, per lo sfruttamento coloniale subito e per le guerre che lo hanno lacerato. E la fame è diventata una malattia difficile da combattere, si è fatta emergenza cronica. Ma un’emergenza non può per definizione essere permanente. E se lo diventa, il povero diventa “carnefice” di chi lo aiuta, sia perché pretenderà quell’aiuto per sempre e quando verrà a mancare sarai tu il “responsabile” dell’ineluttabile destino che lo attende, sia perché, stretto da un rapporto di dipendenza, il povero non avrà mai più in mano le redini della sua vita, non sarà più capace di sollevarsi dall’apatia originata, paradossalmente, dal prolungarsi degli aiuti. Parliamo di una particolare categoria di poveri: circa un milione di persone a rischio vita per la povertà. E il pensiero che dall’oggi al domani non ci siano più, come può farci dormire sogni tranquilli? Certamente il problema è così grande da non poter essere risolto con i sensi di colpa. Dimezzare entro il 2015 la proporzione della popolazione mondiale il cui reddito è inferiore ad un dollaro al giorno e di coloro che soffrono la fame, del resto, è un obiettivo (tra i noti Obiettivi del Millennio sottoscritti nel 2000 dai capi di Stato di tutto il mondo) di alta responsabilità.

Ma è sufficiente lavarsi la coscienza con un messaggino del cellulare a favore di un’iniziativa benefica? Cosa possiamo fare noi da qui?

Padre Moretti ha dato un suggerimento, in linea con il rispetto della dignità di tutti i popoli, realistico e fattibile. Sono popoli, quelli dell’Africa che soffre, di grande potenziale intellettivo, in vivace fermento. Ne sia prova la redazione della nuova Costituzione keniota, nata dal basso attraverso un lungo processo di condivisione popolare, e non scritta a tavolino da esperti giuridici. La partecipazione e la volontà di essere protagonisti nella storia del proprio Paese, di veder maturare i frutti di un’era nuova sono il punto di partenza da cui dobbiamo partire noi che viviamo nella parte di mondo più “facile”: e allora? Mettiamoci in contatto con i giovani africani, solidarizziamo con loro, scambiamoci le nostre energie e dialoghiamo! Accorciamo le distanze di questo mondo così grande, ridiamo a ogni sua parte il rispetto e la dignità che le sono propri.

 

Arianna Obinu

 

Carnevale o Carnevalata?

•Febbraio 20, 2009 • Lascia un Commento

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(nella scritta: “Ben Ali ti amo”)

 

Il Carnevale, si sa, trae origine dai Saturnali dell’antica Roma in onore del re Saturno, feste di riposo dal lavoro agricolo, di spettacoli e bagordi. Nell’Europa di epoca medievale, il cristianesimo tentò di inserire in una cornice religiosa l’evento “pagano”, al fine di arginarne gli aspetti maggiormente irriverenti, così il Carnevale passò a rappresentare un periodo di trasgressione e animate celebrazioni precedente il tempo di Quaresima, in cui la cristianità rinuncia alla carne. Di qui l’ipotesi della derivazione etimologica del termine Carnevale da “carnem levare”, o da carnem vale”, ossia “Addio carne!”.

L’originaria essenza farsesca del Carnevale, – evento caratterizzato da mascheramenti e follia dei partecipanti, dal ribaltamento delle gerarchie sociali e dall’instaurazione di un mondo alla rovescia per tutta la sua durata -, è cambiata nel tempo, e ogni comunità ne ha espresso un’interpretazione originale e consona alle proprie tradizioni. Così lungo la penisola italiana si passa dalla lotta con le arance di Ivrea all’incantevole sfilata di Viareggio, dalle eleganti maschere di Venezia ai carri allegorici di Putignano, in un rincorrersi di colori, musica e allegria.

Il Carnevale sardo, anch’esso ricco di varianti da una parte all’altra dell’isola, si distingue in certe sue espressioni più ancestrali dai carnevali in cui la satira e la burla la fanno da padroni. Se a Oristano la Sartiglia è un momento tutt’altro che dissacrante, e le maschere dei partecipanti alla giostra incutono il rispetto reverenziale dovuto a esseri sospesi tra la realtà mitica e quella sacra, a Ula Tirso “S’Urtzu” è la rappresentazione di una divinità che scacciava gli spiriti del male e propiziava un buon raccolto. Ad ognuno il suo carnevale, quindi, in un intreccio di tradizioni comuni o distanti tra loro, ma tutte portatrici di un senso di identità storico-sociale.

Immaginavo, erroneamente, che nel mondo arabo non esistesse una festa simile al nostro Carnevale. Di fatto conoscevo le giostre equestri del Marocco, in cui abili cavalieri delle tribù guerriere gareggiano nel tiro con l’arco o nella simulazione di cariche militari, ma date le origini greco-romane dei festeggiamenti carnascialeschi, non sapevo che dall’altra parte del Mediterraneo, – ancora una volta mare che accomuna e non divide -, si festeggiasse un sontuoso carnevale, per di più l’unico in tutto il mondo arabo, e l’unico in terra africana. Ne è protagonista la cittadina costiera di Sousse, in Tunisia, che con questo evento rende omaggio all’antico Dio del mare, Aoussou, che dalla notte dei tempi procura ai rivieraschi vita e salute. L’occasione di festa, organizzata in estate, è diventata un appuntamento ufficiale dal 1958, quale inaugurazione della stagione estiva e rappresentazione delle conquiste sociali, politiche ed economiche del Stato tunisino, assumendo particolare rilievo a partire dal 1987, ovvero dalla salita al potere del presidente Ben Ali.

Lo spirito di Aoussou, che il mito vuole abiti nel mare, attraverso le onde continua ad accarezzare la sabbia della spiaggia di Sousse, garantisce l’osmosi tra terra e acqua, tra passato e modernità. Per questo ogni anno, il 24 luglio, i cittadini di Sousse rinnovano l’appuntamento con la divinità marina, dando mostra di grande creatività e talento, ricordando la storia del Paese, da epoca fenicia terra di conquista in cui si sono avvicendati Romani, Vandali, Bizantini, Arabi e, per finire, i Francesi.

Una riflessione è d’obbligo. Rispetto ai nostri Carnevali, che tendono a evidenziare e prendersi gioco dell’epopea politica locale o nazionale, quello di Sousse, sotto un mirato progetto statale, si è involuto oltre che in una forma di attrazione turistica, in una commemorazione gagliarda dei meriti del Presidente della Repubblica tunisina: non sono ammesse critiche del resto, nella pur democratica Tunisia. E allora, festa, farina e forca… Buon Carnevale!

 

Arianna Obinu

 

 

Partire è un po’ morire

•Febbraio 3, 2009 • Lascia un Commento

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Lampedusa nell’occhio del ciclone. La settimana scorsa il Cpa (Centro di prima accoglienza) ospitava oltre 1.800 persone in una struttura che ha una capienza massima di 800 posti letto. Lo stato di emergenza ormai è cronico, non si limita più soltanto ai mesi estivi. I barconi continuano a raggiungere le coste italiane, carichi di persone tutte ugualmente animate dalla speranza di una possibilità di vita migliore. Altri 150 migranti di nazionalità somala domenica primo febbraio hanno raggiunto sani e salvi Porto Palo, estrema punta meridionale della Sicilia, grazie all’intervento puntuale della Guardia Costiera che li ha salvati da un naufragio sicuro viste le avverse condizioni del mare. Gruppi di migranti provenienti dalla Tunisia hanno invece raggiunto l’isola di Linosa, per poi essere trasferiti in Centri di permanenza temporanea della penisola: dalle dichiarazioni rilasciate alle Forze dell’ordine, i giovani maghrebini avrebbero affermato di essere al corrente dei rimpatri immediati in corso nella vicina Lampedusa, e di aver tentato un altro approdo per questa ragione. Malta, forse a causa della linea dura prospettata dal Governo italiano, si è trovata a dover accogliere una nuova ondata di arrivi: 300 gli africani sbarcati da un peschereccio la scorsa notte. Eppure le leggi a Malta sono più rigide che da noi: l’Immigration Act stabilisce che ogni immigrato senza valido permessoo di soggiorno compie un illecito amministrativo per il quale è prevista una detenzione di 18 mesi. Un anno e mezzo di trattenimento coatto, rispetto al trattenimento amministrativo temporaneo degli altri Paesi UE, è davvero eccessivo, e lo hanno segnalato tra gli altri Amnesty International e l’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (UNHCR), seppure l’indignazione a più riprese sollevata non abbia evitato che l’esempio di Malta facesse scuola e fosse esteso tramite direttiva della Commissione europea a tutti gli altri Stati europei. Persone che hanno lasciato alle spalle il proprio Paese, le proprie famiglie, in molti casi mogli e figli, pur di raggiungere l’Europa e cercare una strada che li porti alla libertà: nei loro Paesi devastati dalla guerra, inariditi da longeve dittature, corrosi da sistemi clientelari e privati dell’esercizio dei diritti umani fondamentali dalla violenza imperante, quale futuro intravedere? Persone, numerose ai nostri occhi, ma minoranze rispetto a chi resta nel Paese d’origine, che si accingono ad affrontare anche la morte, coscienti delle difficoltà di una vita che non gli ha forse mai sorriso. Richiedenti asilo o migranti comuni, tutti sono accomunati da un destino nomade, tutti sono lacerati da un amor di patria che da quella stessa patria li porta ad allontanarsi. Le canzoni dei migranti riecheggiano oggi come ieri: di una in particolare ricordo – nel senso etimologico di “riavere nel cuore”, considerato antica sede della memoria – il testo, emozionante e universale, che accomuna tutti coloro che nella propria vita si sono trovati nella condizione di lasciare il proprio paese per emigrare altrove. La canzone si intitola Ya rayah (O viaggiatore) ed è stata composta dall’algerino Dahmane El – Harrachi, emigrato da giovane in Francia, per poi essere cantata da molti noti cantanti del panorama musicale arabo – maghrebino. Il testo recita più o meno così: “O te che parti, dove viaggi? Ti stancherai e tornerai/ Quanti si sono pentiti di averlo fatto prima di te e prima di me?/ Quanti paesi popolosi e terre deserte hai visto? Quanto tempo hai già perso e quanto ancora continuerai a perderne?/ Non sei stanco di correre? Rinvii l’appuntamento con il destino e non capisci perché il tuo cuore è triste/ i giorni non sono infiniti e neanche la tua e la mia giovinezza lo sono./O tu che dormi su quel che ti accade, ciò che succede a te è successo a me: il mio cuore freme chiaramente”. Destino amaro talvolta, occorre ammetterlo, ma ciascuno avrà pure diritto di giocarsi la sua carta e di sperimentare su di sé l’eventuale amarezza che la scelta di partire comporta? I candidati alla partenza hanno spesso progetti tortuosi di riuscita nel Paese in cui approdano, sono oberati da responsabilità che travalicano l’individuo e riguardano gruppi interi di persone rimaste nel Paese d’origine speranzose nel successo del viaggio e nelle rimesse inviate loro dall’estero. La lacerazione tra ciò che si lascia e ciò cui si va incontro permane a lungo nel migrante, l’incognita del futuro incute timore, ma questo timore è vissuto con la consapevolezza che il viaggio sia la scelta giusta: il viaggio è al contempo speranza di vita e la speranza di una vita.

Arianna Obinu

 

Hamas, linea dura

•Febbraio 3, 2009 • Lascia un Commento

 

La guerra ha mietuto oltre mille vittime in breve tempo. L’attacco israeliano ha avuto un impatto drammatico su Gaza, le forze in gioco sono apparse così sproporzionate da scatenare il dubbio sul diritto alla difesa rivendicato dai vertici politici israeliani. Israele ha compiuto una vera e propria missione punitiva dal cielo che purtroppo, in una delle zone più densamente popolate del pianeta, ha colpito indistintamente civili, bambini e forse qualche militante di Hamas. Anzi, la guerra totale di Israele a Hamas ha come rigenerato il partito radicale islamico, conferendogli nuova credibilità nel mondo arabo.

La questione palestinese non sembra avere via d’uscita diplomatica, sebbene siano in corso le iniziative lanciate da Mubarak. A Sharm El – Sheikh, tuttavia, c’era un grande assente al tavolo: trattare con Hamas è lecito o è al contrario impensabile aprire la strada a un tavolo di negoziati che ne veda la partecipazione diretta? Eppure, come immaginare una risoluzione della questione israelo – palestinese senza chiamare in causa nella mediazione gli attori e affrontarne analiticamente interessi e bisogni che si celano dietro le posizioni ufficiali assunte?

I membri di Hamas sono terroristi isolati o non hanno, invece, ottenuto l’appoggio della popolazione palestinese a seguito di regolari elezioni? La data è importante, il 25 gennaio 2006 Hamas ha vinto le elezioni legislative con una maggioranza netta. Nessuno scontro degno di nota ha interrotto la campagna elettorale dei candidati a deputato, e oltre un milione di votanti stabilì la vittoria con 76 seggi su 132 di Hamas, seguito dal partito di Abu Mazen, Fatah. Il Presidente dei Palestinesi si è trovato, con i poteri ridotti che gli competono di nomina del Primo Ministro e di guida della Sicurezza Nazionale e dell’Intelligence, a fronteggiare un movimento politico più forte politicamente e socialmente radicato con più forza. La lotta fratricida tra Fatah e Hamas, inoltre, ha portato Abu Mazen a lasciare la Palestina per l’Egitto in una fase delicata per la storia futura del Paese.

Promotore di un islam sociale vicino alla gente, attivo in prima linea sulle politiche educative e sociosanitarie, Hamas ha guadagnato la fiducia di chi viveva sotto assedio e concordava con l’opposizione allo status quo, divenuto umanamente insostenibile. Hamas ha proposto uomini nuovi nelle liste elettorali, non i soliti politici appartenenti alle élites dominanti che da mezzo secolo si avvicendano nella corruzione, mantiene buone relazioni con gli ulema’ delle moschee e posizioni inflessibili riguardo al rifiuto dell’esistenza di Israele, impiega la violenza come strumento politico. Partito di matrice religiosa opposto all’OLP di Arafat, Hamas rifiutò con decisione gli accordi di Oslo siglati nel 1993 che aprivano uno spiraglio di trattativa tra OLP e Israele in nome di un mutuo riconoscimento, giurando di non aderire nemmeno in seguito a “patti con il Diavolo” israeliano.

Hamas affonda le proprie radici ispiratrici nel Movimento egiziano dei Fratelli Musulmani, ed è nato ufficialmente nel 1987, sull’onda del fervore ideologico della Rivoluzione di Khomeini che fondò una Repubblica teocratica sciita in Iran.

L’obiettivo di Hamas è la creazione di uno Stato palestinese islamizzato nei valori – nella pratica non facile data la laicità di costume dei palestinesi -, che non si estenda solo nei Territori Occupati: la Palestina di Hamas ingloberebbe anche Israele, di qui la volontà di distruggerlo. Stati Uniti e Unione Europea a più riprese hanno esortato Hamas a smettere le sue azioni terroristiche ai danni di Israele, senza riscontro se non nella tregua interrottasi a fine dicembre 2008. Hamas è organizzato come un classico movimento guerrigliero: un braccio armato, la brigata “Ezzedine El Kassem”, un servizio di intelligence, di autodifesa, di infiltrazione e un apparato di reclutamento di sempre nuovi combattenti, gli eroi martiri. La potenza comunicativa di Hamas è riuscita, in collaborazione con Hezbollah libanese, a sciorinare una teoria del martirio che supera il problema religioso molto delicato della illiceità dell’atto suicida. Il martire entra di diritto in paradiso, perché la sua morte è stata un sacrificio – nel quadro del jihad in atto contro l’imperialismo ateo e l’Occidente che lo incarnerebbe – sulla via di Allah.

Non resta che seguire con trepidazione gli sviluppi di questo violento conflitto a sfondo politico – religioso, augurandosi che non si manifesti una nuova escalation, ma non illudendosi che una tregua significhi risoluzione di un conflitto.

 

Arianna Obinu

 

Cenni giuridici di protezione all’infanzia, la KAFALA

•Gennaio 19, 2009 • Lascia un Commento

Vi propongo un elaborato prodotto durante il mio soggiorno in Marocco nei mesi di novembre e dicembre 2008.

Temi portanti del lavoro sono l’abbandono minorile in Marocco e l’isituto islamico della kafala con le sue implicazioni

giuridico-religiose e sociali, in Marocco quanto sul piano internazionale.

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Bilancio nero: continua la spirale di violenza tra Israele e Palestina

•Dicembre 29, 2008 • Lascia un Commento

   

Sei mesi di tregua non sono bastati. Il 19 dicembre Hamas, partito islamico al potere in Palestina, ha interrotto la tregua pattuita in giugno con Israele perché, a detta del portavoce Ayman Taha, il nemico non ha mantenuto le promesse fatte. La spirale di violenza che coinvolge questa parte di mondo continua senza pause sostanziali oramai da quasi un secolo, se si considera l’inizio degli scontri sanguinosi e della cultura dell’odio tra popolo israeliano e popolo palestinese il 1917, data storica cruciale: fu il 2 novembre 1917, infatti, ben prima della proclamazione dell’indipendenza di Israele del 1948, che l’inglese Lord Balfour espresse in una missiva ufficiale il favore del Governo britannico alla costituzione di un focolare ebraico (a national home for the Jewish people) in Palestina. Di lì a poco la Palestina sarebbe diventata un mandato coloniale inglese, punto d’arrivo dell’emigrazione ebraica, per poi essere abbandonata al suo destino e costretta ad una spartizione dei suoi territori mai accettata, e che ancora oggi costituisce la nota dolente della situazione geopolitica dell’area medioorientale. Due popoli per una terra, senza apparenti rasserenamenti del clima di tensione che proprio pochi giorni fa ha toccato il fondo, con un attacco missilistico delle forze israeliane capace di demolire il demolibile e di uccidere 300 persone, mietendo oltre 1000 feriti. Persino il Pontefice, atterrito dalle infauste notizie di guerra, si è appellato dopo l’Angelus di domenica 28 dicembre alle comunità in lotta “implorando” la fine del massacro. “La patria terrena di Gesù”, ha detto Benedetto XVI, “non può continuare a essere testimone di tanto spargimento di sangue, che si ripete senza fine. Imploro la fine di quella violenza, che è da condannare in ogni sua manifestazione, e il ripristino della tregua nella striscia di Gaza”.

Il 2008 vanta un bilancio quanto mai negativo. Gli ultimi giorni di febbraio vedevano morire oltre 120 palestinesi nel corso di un’operazione militare israeliana alla quale Hamas rispondeva uccidendo otto studenti in un istituto ebraico a Gerusalemme ovest. Abu Mazen a giugno cercava di riconciliarsi con Hamas, ma senza risultato: gli scontri fratricidi tra esponenti di Hamas e Fatah si moltiplicavano. Il 25 agosto, la liberazione di 198 prigionieri palestinesi da parte di Israele non frenava la guerriglia tra militari israeliani e civili palestinesi. A dicembre altri 227 prigionieri ottenevano la libertà, ma da Gaza partivano missili contro lo Stato ebraico, 80 nel solo giorno della Vigilia di Natale. Il Governo israeliano, infine, affermava l’intenzione di distruggere il potere di Hamas, sferrando il 28 dicembre il primo degli attacchi dell’operazione Piombo fuso.

Il 2009 si aprirà con nuovi spargimenti di sangue, foriero di odio, nazionalismi esasperanti, semi di povertà e crisi. In un mondo in cui la merce si globalizza, la genti si tribalizzano (come saggiamente fa notare Debray), trincerandosi nelle loro appartenenze di gruppo tese a difendere privilegi, identità, esistenze minacciate, ciascuna attenta al proprio giardino, scevra di quel sussulto di umanità che perlomeno farebbe riflettere sulla deriva di un mondo in cui, se si perdono i valori e i sentimenti, può regnare solo il male.

 

Arianna Obinu

 

 


 

 


La verità non è ciò che si direbbe una buona, gentile e fine fanciulla (Oscar Wilde)

•Dicembre 24, 2008 • Lascia un Commento

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C’è sempre un sud di un sud

•Novembre 28, 2008 • Lascia un Commento

L’orda arriva. L’invasione si compie: quanti sono? Tantissimi! Sarà proprio vero che sono così tanti e vengono tutti qui? Aspetteremo i tartari invano, come fu per il tenente Drogo? Credo proprio di sì! Vecchio continente, vecchie storie di migrazioni, vecchie paure di invasioni nemiche: barbari, saraceni, austriaci, stranieri, extracomunitari, albanesi, musulmani, terroristi, clandestini…E se non fosse sempre e comunque l’Europa la meta del peregrinare di queste genti?

Durante un seminario di studi tenutosi il 20 novembre presso l’Università di Giurisprudenza a Rabat, è emersa per l’appunto questa tesi. Secondo i ricercatori marocchini, algerini e tunisini, la maggior parte dei migranti irregolari delle aree subsahariane che transitano nei loro Paesi finisce per restarvi. Il sogno europeo si infrange dopo uno o più tentativi di risalita a Nord, e i subsahariani rinunciano alla loro avventura transcontinentale. Il ritorno al Paese d’origine sarebbe l’ammissione del fallimento, un peso intollerabile da sopportare, perciò la sola alternativa possibile è quella di cercare mezzi di sussistenza nei Paesi del Maghreb, avendo l’accortezza di evitare le polizie locali. I dati di MSF parlano di oltre 6000 persone “bloccate” solo in Marocco in stato di clandestinità, o per meglio dire di irregolarità.

Dall’inchiesta condotta nel Paese dai ricercatori AMERM (Association Marocaine d’Etudes et Recherches sur les Migrations) nel corso del 2007 su un campione di 1000 migranti irregolari, risulta che la maggioranza di essi proviene dalla Nigeria (15,7%), seguita

Città

Migranti subsahariani

Rabat

3000

Casablanca

2000

Oujda

600

Laayoune

600

Tanger

300

 

al secondo posto dal Mali (13%). Vengono poi senegalesi (12,8%), congolesi (10,4%), ivoriani (9,2%), guineensi (7,3%), camerunensi (7%), e in piccole percentuali liberiani e ghanesi. Interessante notare che se i nigeriani detengono il primato relativamente alla provenienza da aree rurali seguiti dai malesi, gli emigranti dalle città sono per lo più congolesi e senegalesi. Le migrazioni subsahariane si caratterizzano come migrazioni al maschile, dato che quasi l’80% degli intervistati è uomo. Sebbene questo dato possa essere sfalsato dalle difficoltà incontrate nell’intervistare le donne, rigidamente “protette” dalle comunità d’appartenenza o dai loro datori di lavoro, resta tuttavia verosimile. Tra le donne migranti sono le nigeriane le più numerose, davanti a congolesi e maliane. Quanto all’età dei migranti, essa oscilla tra i 15 e i 47 anni, l’età media è 27,7 anni, e il 66,1% dei soggetti intervistati ha un’età compresa tra i 26 e i 35 anni, dato valido anche per le donne. L’82% dei migranti dichiara di essere celibe, contro il 14% di sposati, ma analizzando il dato per fasce d’età, possiamo notare che con il 66% dei quarantenni sono sposati, concludendo che il legame matrimoniale non rappresenta un elemento dissuasivo della partenza. L’84,9% provengono da famiglie composte da oltre 7 membri, e il 14,9% da famiglie dalle 2 alle 6 persone.

Per quanto attiene al livello d’istruzione, meno del 31,7% degli intervistati non è in possesso di alcun titolo di studio, mentre il 48,5% ha un livello superiore alla licenza primaria, il 32,4% alla secondaria e il 16,1% ha un diploma di grado superiore, professionale o universitario.

Quali sono le porte d’accesso al Marocco ? L’86,8% dei migranti giunge via terra, solo il 13,2% arriva in aereo. La frontiera con l’Algeria è il tallone d’Achille del sistema di sicurezza marocchino: ben il 73,5% dei migranti sono entrati da lì, principalmente dal confine est tra le città di Maghnia e Oujda, e dal confine meridionale. Anche l’oceano costituisce una via d’accesso al Marocco (7%), così come il confine con la Mauritania, da cui ha fatto ingresso in Marocco il 5,7% degli intervistati.

Status in Marocco

Fasce d’età (anni)

15-17

18-25

26-35

36

Total

Richiedenti asilo

 

16,1

23,3

32,6

21,5

Rifugiati

 

0,4

2,7

2,2

2,0

Sans papier

100,0

83,5

73,2

65,2

76,0

Altro

 

 

0,8

 

0,5

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

 

Solo il 14% è arrivato direttamente in Marocco senza tappe intermedie. Tutti gli altri (83,7%) hanno transitato in più Paesi, fino a un massimo di sei.

Cosa facevano prima di emigrare? Il 24% era disoccupato, il restante 76% aveva un impiego: impiegati (20%), commercianti (16%), manovali o manutentori (10%), braccianti agricoli, pescatori ( 9%), artigiani ( 7%). Tali attività per il 37% dei migranti non erano a tempo indeterminato, stabilendo l’insicurezza cronica che li ha mossi all’emigrazione. La bassa retribuzione lavorativa è un altro fattore molla per l’85% dei subsahariani: è un dato sensibile la presenza sempre più cospicua dei cosiddetti working poors, persone che hanno un lavoro che non garantisce loro la sussistenza.

La guerra, scontato a dirsi, è l’altro fattore che spinge a lasciare il Paese d’origine: la metà dei conflitti nel mondo sono in svolgimento nell’Africa sub sahariana, la cui popolazione è pari al 10% della popolazione mondiale.

Purtroppo la fuga non assicura il reperimento di una situazione socioeconomica più rosea, e spesso i migranti si confrontano con condizioni di vita subumane, al margine della società, e sono costretti a mendicare per sopravvivere. Coloro che trovano un’occupazione, la trovano nel settore edile (20,8%), nel piccolo commercio (18,8%) e nei lavori domestici (18,8%).

L’inchiesta si è soffermata appena sulle percezioni dei subsahariani, ovvero su come costoro si sentono trattati o visti dai marocchini. È emersa l’esistenza di un atteggiamento razzistico nei loro confronti e l’esigenza di un’opera di sensibilizzazione su larga scala, che fa riflettere su quanto poco sappiamo delle sofferenze dei migranti, dei loro sogni infranti, delle loro responsabilità verso i parenti rimasti in patria, delle loro solitudini e ferite aperte.

Cambiano i Paesi: Spagna, Italia, Libia, Tunisia, Marocco, Grecia o Turchia. Non cambiano, invece, i destini dei migranti, di chi sceglie di sfidare la vita, a costo della vita stessa. Non cambiano, purtroppo, le percezioni: nella catena alimentare del sistema mondo c’è sempre un sud di qualcosa, un sud di un sud.

 

Arianna Obinu

Libertà non è star sopra un albero…

•Novembre 20, 2008 • Lascia un Commento

Allah, la Patria e il Barça

Allah, la Patria e il Barça

Yassine Bellassal è un ragazzo marocchino di 18 anni, tifoso appassionato del Barcellona. E come dargli torto?Eppure questo sfrenato amore per il calcio gli è costato 18 mesi di reclusione. Non è piaciuta al Direttore scolastico la versione mutata del motto di Stato da “Dio, la Patria, il Re” a “Dio, la Patria, il Barça” espressa da Yassine sui muri della classe, che è stato denunciato alla polizia. E il 22 ottobre scorso, il giovane è stato condannato in 48 ore a 18 mesi di prigione per aver mancato di rispetto al re. Detenuto a Boulmahrez, prigione di Casablanca, ha condiviso la stanza con un’ottantina di detenuti per reati comuni, quali lo spaccio, il furto o atti violenti in genere. Prossimo al diploma, il giovane è preoccupato per il suo futuro scolastico e lavorativo, dal momento che avrà una condanna pendente a vita, e sarà difficile trovare un impiego. Tuttavia, sta cercando di recuperare il programma dell’ultimo anno di liceo studiando in carcere, mentre la famiglia oberata dagli sguardi di disapprovazione degli abitanti della piccola Ait Ourir si è trasferita a Marrakesh. Persino il presidente del club catalano ha cercato di intercedere per lui, esortando i giudici alla liberazione di Yassine. È cosi arrivata la libertà vigilata, che non risolve il problema di una giustizia arbitraria e sommaria. Amina Bouayache, presidente dell’Organizzazione marocchina dei diritti dell’uomo (OMDH) difende il liceale, certa che la pena non sia giusta, e che non serva a risolvere il problema che sta alla base. Lo strapotere di una casa regnante che atterrisce i propri sudditi, psicologicamente ed economicamente: gli stipendi medi in Marocco non superano i 200 euro, mentre le spese della casa reale superano di ben 10 volte – secondo un’inchiesta della rivista Tel Quel – quelle della famiglia reale inglese! La trinità, insomma, non andava toccata. E per oltraggio hanno già pagato in molti. Qualche tempo dopo l’incoronazione era stata la volta di Ali Lmrabet, “reo di stupore” di fronte al silenzio del Parlamento in occasione dell’approvazione del bilancio finanziario relativo al Palazzo Reale. Più recenti, invece, i casi Fouad Mourtada e Mohamed Erraji, l’uno autore di un profilo Facebook del finto fratello del re che gli è valso 3 anni di carcere, l’altro creatore di un blog in cui avrebbe esternato alcuni favoritismi del sovrano, per un totale di due anni di condanna. La stampa non denuncia a sua volta questi misfatti giudiziari, e gli animi si scaldano solo sui forum on-line, dove i marocchini si confrontano e esprimono il proprio disgusto per un sistema di finte libertà e fortemente accentratore e discriminatorio.

Arianna Obinu

 

 

Famiglie adottive: sostegno e confronto di esperienze

•Novembre 20, 2008 • Lascia un Commento

 

Riunirsi in associazione per sostenersi a vicenda, per aiutare altre coppie nel percorso adottivo (in riferimento alla kafala), per fare lobby e cercare in futuro di intervenire su migliorie legislative a tutela dell’infanzia e dell’incontro tra bambini sfortunati e famiglie pronte ad accoglierli. Queste le ragioni che hanno spinto dei genitori kafalini a intraprendere un’esperienza associazionistica che si è rivelata un’occasione inaspettata di scambi di vissuti e relazioni interpersonali. La gioia di scoprire passioni comuni e discutere con persone sconosciute ma al tempo stesse intime, perché condividono l’amore per i bambini che sono entrati a far parte della loro vita familiare come un vero e proprio “dono divino”.

L’associazione, di recente formazione in Marocco, non poteva che chiamarsi Osraty, che in arabo significa famiglia. L’obiettivo che si prefigge, infatti, è che ogni bambino abbia una famiglia. Troppo dolorosa per i bambini è la vita negli istituti, che strappano il sorriso dalle loro labbra e li privano dell’affetto e delle cure di cui hanno bisogno e che gli consentono un sano ed equilibrato sviluppo.

La luce che invade gli occhi delle madri adottive quando parlano dei loro figli trasmette tanta energia, e i racconti personali presentati in assemblea diventano bagaglio comune nel viaggio di solidarietà e sostegno amicale reciproco che le famiglie kafaline stanno percorrendo. C’è un aspetto umano-religioso molto forte, quasi viscerale, che fa si che queste donne abbiano voluto un bambino in kafala. Talune, già madri biologiche, hanno sentito di dover compiere quest’atto nobile e generoso come se fosse un dovere morale-religioso, altre impossibilitate ad avere figli hanno scelto l’iter adozionale.

In alcuni casi è successo che una donna per la strada abbia chiesto loro fugacemente di tenere il bambino, con l’assicurazione di tornare subito per comprare dell’acqua piuttosto che per recuperare l’altro figlio. Che fare una volta constatato che la signora si è dileguata? Portare il bambino alla polizia, come prima alternativa, implica la sua fine in istituto. Dopo il primo abbandono, questo è un ulteriore abbandono secondo le madri kafaline. Nel momento in cui hanno sentito quel bambino come un segno di Allah, inizia la procedura di adozione, lunga e tortuosa. Essa prevede tempi lunghi per l’emissione degli atti di abbandono e di nascita: e intanto il piccolo, che tu hai stretto a te, resta in istituto, fino a che gli adempimenti burocratici non sono giunti a termine. L’iter si estrinseca, inoltre, tra inchieste della polizia e del Ministero degli Habous e degli Affari Religiosi sulla buona devozione religiosa degli aspiranti genitori affidatari, che devono essere rigorosamente musulmani.

La pratica più celere, e inversamente meno legale, è quella di tenere il bambino, spesso neonato, e procurarsi un atto di nascita illegale, registrando la nascita all’ufficio anagrafico come nascita da padre ignoto e augurandosi che la madre naturale non si faccia più viva, né tantomeno la polizia chiamata da vicini indiscreti.

La strada della legalità va tutelata in primo luogo dalle amministrazioni pubbliche con lo snellimento procedurale e, al contempo, occorre responsabilizzare coloro che intendono fare adozione illustrando le tempistiche e le difficoltà cui si va incontro in nome di un bene maggiore che non ha costi né tollera impazienze: la felicità di un bambino, la felicità di un nucleo familiare rigenerato da nuova luce.

 

Arianna Obinu