Non proprio un fulmine a ciel sereno
La sindrome monarchica di Ben Ali ha fatto sì che la Tunisia sia diventata una repubblica governata da un monarca, un regime politico inclassificabile, secondo Hamadi Redissi. Non si trattava specificamente di una monarchia, perché non eravamo in presenza di una dinastia che si trasmetteva il potere per via ereditaria; non era una repubblica, sia analizzandone gli equilibri tra i poteri, sia se seguiamo alla lettera il senso di partecipazione e condivisione degli spazi pubblici che il termine racchiude fin dai tempi antichi. Lo Stato tunisino si presentava, fino a pochi giorni fa, come una forma istituzionale ibrida, una “tirannia elettiva”, insomma, in cui i diritti umani erano calpestati, le discriminazioni razziali e di genere perduravano, la vita politica era fortemente falsata, e in cui il Presidente-tiranno decideva per tutti celando il suo autoritarismo dietro una struttura istituzionale dalla parvenza democratica e “all’occidentale”, dietro lo sviluppo economico, dietro la tutela del sesso debole e la lotta al radicalismo, e dietro la promozione dei diritti umani. In un’intervista risalente al 2003 rilasciata a Le Figaro, Ben Ali aveva definito in modo non convincente quella tunisina « una democrazia che tiene conto della storia e della cultura del nostro paese, ovvero delle sue specificità, integrando al contempo gli imperativi del pluralismo, della libertà e della tutela dei diritti”. Se cerchiamo indici di democrazia, ebbene la Tunisia conta numerosissime associazioni culturali, sportive, femminili, scientifiche. Tutte le associazioni esistenti però, sono riunite sotto un comune denominatore, rappresentato dalla loro dipendenza diretta o indiretta dallo Stato. L’onnipresenza dello Stato e il suo stretto controllo sulla società hanno impedito il libero fiorire di associazioni stimate di indirizzo contrario al conformismo del partito di maggioranza. La Lega Tunisina per i Diritti dell’Uomo, per esempio, ha da sempre denunciato le pressioni statali ad ostacolo della sua attività, continuando tuttavia ad operare contro la tortura, la requisizione dei passaporti, la persecuzione ai danni degli oppositori politici e tutte le altre forme di “liberticidio” a livello amministrativo attuate grazie al silenzio-assenso dello Stato. La censura, poi, aveva dato vita a due Tunisie, la prima rappresentata dai suoi cittadini, all’oscuro di fatti di una certa gravità noti invece all’altra Tunisia, quella rappresentata dai tunisini che vivono all’estero e che traggono informazioni sulla Patria dalla stampa libera dei Paesi che li ospitano.
Il termine che più era in voga nella stampa francese per descrivere lo status quo ante alla rivolta del 2011, è infatti verrouillage, ovvero mummificazione, ossificazione. È come se lo Stato avesse stipulato con i cittadini un tacito accordo, basato sulla logica del do ut des, che consisteva nell’assicurare assistenza economica alla popolazione in cambio del consenso politico. Per questa forma di welfare è stato coniato il termine khubzisme (l’etimo arabo rinvia al significato di “pane”), con cui si indicano, per l’appunto, l’intervento di solidarietà statale a livello economico, e la conseguente gratitudine popolare che si estrinseca nel consenso alle politiche governative. Per dirla con le parole di Larbi Sadiki: “You eat and you keep quiet”, ossia “Mangi, quindi stai quieto”. Ben Ali, però, ha tirato troppo la fune. Il suo popolo, indipendentemente da quel che accadrà, ha detto finalmente basta!
Arianna Obinu – riadattazione di alcuni brani estrapolati dalla tesi di laurea in Diritto islamico: “Il diritto costituzionale tunisino. Storia ed evoluzione” (2005, “L’Orientale” di Napoli)
