Effetto domino nel Maghreb? L’Algeria nel caos.
Cosa sta avvenendo dall’altro lato del mare? Cosa ha portato gli algerini prima, e i tunisini poi, in piazza? A giudicare dai morti e dalle centinaia di feriti, dall’insistenza della lotta urbana e dall’attenzione mediatica, forse il vaso è traboccato. Forse era traboccato già da un pezzo, ma una visione cristallina della situazione politica e sociale in quei paesi non è quasi mai diffusa, e solo in casi così eclatanti ci ritroviamo di fronte alla dura realtà.
Ad Algeri gli scontri si siano svolti nei quartieri popolari storicamente interessati da turbamenti e rivolte. Orano ad ovest ed Annaba ad est non sono state risparmiate dalla foga delle proteste: lancio di pietre e bottiglie, atti vandalici. La guerriglia urbana ha fatto ripiombare il paese nel clima dell’ottobre 1988, tristemente ricordato dagli algerini perché per la prima volta l’esercito sparò sulla folla di dimostranti disperati per la crisi economica provocata dal brusco calo del prezzo del petrolio.
Zucchero, olio e farina dall’inizio dell’anno sono aumentati: gli algerini, stremati, hanno optato per una rivolta sonora. Il quotidiano “El Watan” ha riportato un’intervista ad un manifestante del quartiere di Bab el Oued, ai piedi della Casbah, il nucleo antico della capitale: “Niente ci trattiene stavolta. La vita è diventata troppo cara e la penuria minaccia le nostre famiglie mentre i ricchi burocrati rubano miliardi e si arricchiscono alle nostre spalle. Non vogliamo più questa vita da cani. Reclamiamo la nostra parte di ricchezza di questo paese”.
Il peso di una demografia galoppante, nella mala gestione dell’economia nazionale e della crisi internazionale, ha un ruolo determinante in Algeria. Il paese, che contava una popolazione di 8 milioni di abitanti nel 1962, ne aveva già 25 milioni nel 1990. Oggi su un totale di 35 milioni di abitanti, il 75% ha meno di 35 anni. È evidente che risolvere il problema della disoccupazione giovanile non sia uno scherzo. Purtroppo, le politiche deficitarie in ambito giovanile non hanno promosso la fiducia nelle istituzioni tra i più giovani, che si sentono in stato di abbandono, delusi e calpestati nella propria dignità. Rappresenta un fatto gravissimo, inoltre, che l’economia algerina miri esclusivamente alla monocoltura del petrolio e del gas, arrancando negli altri settori vitali: a metà degli anni ’90, ossia in pieno terrorismo, l’Algeria importava il 60% dei prodotti alimentari utili al sostentamento della sua popolazione, ovvero non investiva nello sviluppo agricolo interno, che avrebbe garantito, anche oggi, dei prezzi ragionevoli dei beni alimentari di prima necessità.
Vivere in un paese estremamente ricco ma in cui i ricchi sono pochi, e non beneficiare della ripartizione della ricchezza sotto forma di servizi o assistenza, causa malumore. Vivere in una società senza poterne raccogliere i frutti ambiti, come il matrimonio e lo status sociale dato dal lavoro, crea malumore. Ritrovarsi estraneo o non rispondente al “modello” di giovane, studente e consumista proposto dallo Stato, significa rispecchiarsi in una condizione perenne di escluso. In più, la vulgata ufficiale dello Stato algerino ha promosso, sin dall’indipendenza, una gioventù “intellettuale” funzionale a servire la Nazione e lo Stato, impregnata di cultura nazionale arabo-islamica. L’altra gioventù, quella dedita alla delinquenza, non scolarizzata e a margine del mondo del lavoro, non è mai stata contemplata nel piano di sviluppo nazionale. Un abbandono, con il senno di poi costato caro ai dirigenti, latitanti per mezzo secolo.
Si è formato un senso generalizzato di insoddisfazione e rigetto tra la popolazione, soprattutto tra i più giovani che si vedono impossibilitati a costruirsi un futuro dignitoso e a ritagliarsi il loro spazio sociale. Il rigetto si è esteso alla Scuola, allo Stato, alla Cultura da quest’ultimo imposta. Si è anzi venuta a formare una “cultura della rivolta” (culture des émeuts), ostile alle istituzioni e alle forme associative parastatali, che allo Stato sono legate. Oggi la “cultura della rivolta” prende forma ufficialmente, perché mediatizzata e agli onori della cronaca. Ma esiste da tempo, e da anni è l’unica forma di espressione degli algerini in Algeria. Unica soluzione, come biasimarli per questo, la fuga.
Arianna Obinu

