Australia. Tragedia di migranti nell’emisfero sud
Non è solo il Mar Mediterraneo a raccontarci storie di drammatici naufragi di persone partite con l’intento di migliorare la propria vita o in fuga dalla disperazione della guerra, della fame, della paura. Il 15 dicembre un naufragio nell’Oceano Indiano, in corrispondenza delle coste occidentali australiane, ha causato la morte di oltre 50 migranti, riportando l’attenzione su un’altra area calda nel quadro internazionale delle migrazioni irregolari. A bordo di un peschereccio indonesiano viaggiavano 85 persone di diverse nazionalità che cercavano di raggiungere l’isola di Christmas. Tristemente nota alla cronaca come una delle più ambite mete di sbarco di migliaia di migranti irregolari provenienti dal sud-est asiatico con la speranza di ottenere lo status di asilo politico dal governo australiano. L’isola, infatti, dista 300 km dall’Indonesia e ben 2.000 km all’Australia continentale, un po’ come Lampedusa, geograficamente più prossima all’Africa che alla Sicilia. Con Lampedusa, la piccola isola di Christmas, condivide anche la presenza discussa di un centro di detenzione per immigrati. La sua costruzione ebbe inizio nel 2001, annata nera per gli sbarchi e le migliaia di richieste di asilo politico depositate da cingalesi, afghani e iracheni, e contrassegnato dallo stop all’immigrazione. Il progetto, costato 230 milioni di dollari, mirava alla realizzazione di un imponente centro di detenzione capace di ospitare fino a milleduecento persone, con un’area riservata ai minori, dotato di porte elettriche, di un sistema di videosorveglianza di ultima generazione e difeso dalle falesie inospitali dell’isola, che è stata soprannominata da allora “isola-prigione”, “Guantanamo dell’Oceano Indiano”. L’impatto dei numerosi arrivi di migranti irregolari ha operato un cambiamento demografico e sociale sull’isola: la popolazione è scesa dai 1.500 abitanti registrati nel 2001 a 396 nel 2004, riportandosi a circa 600 individui attualmente, di cui il 61% è cinese, il 23% malesiano e il 10% australiano. Superfluo dire che la prima lingua parlata è il cinese mandarino, in barba all’inglese che è la lingua ufficiale. Su due terzi dell’isola, inoltre, si estende un parco nazionale di rara bellezza, che però negli ultimi anni ha perso d’attrattiva sui turisti, risentendo del massiccio presidio di polizia a guardia delle coste.
L’Australia nell’ultimo decennio ha gestito il fenomeno immigrazione alternando momenti politici di estrema fermezza e chiusura ad altri di sostegno umanitario ai rifugiati. A seguito degli oltre 5.500 sbarchi nel 2001, l’anno successivo il governo conservatore del Primo Ministro John Howard ha inaugurato la “Pacific Solution”, una linea dura a contrasto dell’immigrazione: per mesi è stato negato l’asilo politico a cingalesi ed afghani; i boat people (“gente della barca”, coloro che scappano via mare dal proprio Paese) sono stati dirottati in Papua Nuova Guinea e in altre isolette in cui sono stati trattenuti per anni in attesa dell’esito della loro pratica; sono stati sdoganati i respingimenti dei barconi in mezzo al mare, strategia ben nota di rimbalzo di competenze tra stati dalle acque confinanti.
Nel 2007, l’elezione del laburista Kevin Rudd ha invertito la rotta, riaprendo le porte all’accoglienza dei profughi e stanziando ampie risorse per la gestione dell’immigrazione (ogni rifugiato “costa” allo Stato 84.000$ annui). La crisi internazionale, tuttavia, e la disoccupazione crescente, hanno gettato discredito sulla politica più comprensiva dei laburisti, alimentando il malcontento degli australiani che vedono negli asiatici dei concorrenti nell’accesso al mercato del lavoro, e temono la presenza straniera per ragioni di ordine identitario. Oggi gli australiani doc sono appena il 37% della popolazione, e sono in molti a nutrire inquietudine per l’aumento degli immigrati, come molte sono le avvisaglie xenofobe. Stati piccoli risentono maggiormente del tasso di saldo migratorio e, forse, maturano più in fretta le inconsce paure dell’invasione che, se convogliate male, si incarnano in odio e violenza. Soffia sul fuoco Mr Howard, che a gennaio ha tuonato contro i musulmani d’Australia, rivelando, ancora una volta, analogie con i fatti di casa nostra: “Questo è il nostro Paese; la nostra terra e il nostro stile di vita. E vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo. Ma se non fate altro che lamentarvi, prendervela con la nostra bandiera, il nostro impegno, le nostre credenze cristiane o il nostro stile di vita, allora vi incoraggio fortemente ad approfittare di un’altra grande libertà australiana: il diritto di andarvene. Se non siete felici qui, allora partite. Non vi abbiamo forzati a venire qui, siete voi che avete chiesto di essere qui. Allora rispettate il paese che vi ha accettati.”
