Egiziani al voto: la trasparenza elettorale consiste nel sapere già chi vince?

Il 28 novembre si è svolto il primo turno delle elezioni legislative egiziane, che porterà all’elezione dei deputati dell’Assemblea Popolare, il ramo basso del Parlamento. Sono 518 i seggi a disposizione, ma di essi 10 vengono assegnati direttamente dal Presidente della Repubblica, e 64 destinati, come quote rosa, alle donne. In Egitto si vota dal 1824, epoca di ingerenza britannica, ma in verità la popolazione non ha mai conosciuto elezioni libere, trasparenti e democratiche. A conforto di questa affermazione, ricordiamo che ogni appuntamento elettorale nel Paese ha sempre provocato scontri e lagnanze da parte dei candidati d’opposizione, incarcerati, avversati slealmente, esclusi pretestuosamente. Non si discosta dal “modello tradizionale” appena descritto, quest’ultima elezione: sette feriti nella giornata di domenica e l’omicidio del figlio di un candidato pugnalato mentre affiggeva dei manifesti a sostegno del padre. Il clima politico era turbato già da un anno. Nel 2009, infatti, il governo egiziano ha proceduto all’arresto di 5.000 sostenitori dei Fratelli Musulmani, movimento non legalmente riconosciuto, poiché la Costituzione bandisce i partiti politici basati su fondamenti religiosi. Ciononostante, i Fratelli Musulmani sono la prima forza d’opposizione al PND (Partito Nazionale Democratico), partito del presidente Mubarak, e questo grazie alle candidature indipendenti che nelle precedenti elezioni del 2005 hanno portato alla conquista di 88 seggi. I Fratelli Musulmani godono di ampi consensi, soprattutto nelle frange disagiate della società che vengono assistite a livello scolastico, sanitario, economico e, chiaramente, spirituale. Negli ultimi anni, due correnti interne hanno preso a fronteggiarsi nel movimento: da un lato, i modernisti favorevoli al tentativo di conciliare islam e principi democratici, aperti al riformismo; dall’altro, i fautori di un islam rigido e imperniato sulla rivendicazione della sharì‘a a governo della società.  Hosni Mubarak, l’ottantaduenne presidente della Repubblica in carica dal 1981, preferisce tenere il Paese sotto la morsa dell’autoritarismo offuscando le istanze positive dell’islam e, di contro, denunciando la sua ala estremista. Così facendo, si assicura il mantenimento dell’alleanza fruttuosa con gli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, convogliano nelle casse egiziane 2 miliardi di dollari all’anno di aiuti economici e militari, rientrando nei loro interessi la stabilità del Vicino Oriente, che passa necessariamente da quella del Paese del Nilo. Un rafforzamento dei Fratelli Musulmani, delineerebbe, pertanto, l’incubo di una riapertura del fronte militare contro il confinante Stato Ebraico. La vittoria di Hamas in Palestina, poi, rende il quadro più temibile agli occhi del colosso americano.  La stabilità dell’Egitto, però, nasconde una polveriera: sono oltre 40 milioni gli elettori su una popolazione di 82 milioni di abitanti, eppure l’affluenza alle urne è sempre più limitata. I dati ufficiali parlano del 25%, le ONG che vigilano sul processo elettorale, chiuso invece agli osservatori occidentali, hanno un riscontro del 10% di affluenze. Anche questo dato è tristemente in linea con il “modello tradizionale”: nelle presidenziali del 2005, prime elezioni nella storia d’Egitto pluraliste e a suffragio universale, Mubarak fu eletto con l’88% delle preferenze, espresse però dal solo 23% dell’elettorato. Intimidazioni e brogli sono le uniche trasparenze del sistema: il PND proprio ieri divulgava la conquista di 910 voti nella 234° sezione elettorale. Peccato che in quella sezione abbiano votato 378 persone! Le legislative in corso sono strategiche per l’andamento delle prossime presidenziali: il progetto di Mubarak contempla un unico risultato, senza “sbavature pluraliste”. Un’Assemblea targata PND sarà certo in grado, nel 2011, di appoggiare la sua sesta candidatura.

~ di aripo su dicembre 10, 2010.

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