Costruire una moschea a Cagliari: realtà o utopia?

Di recente si è svolto a Cagliari un incontro, organizzato dall’associazione Sardegna Palestina, avente per tema la costruzione di una moschea nel capoluogo regionale. Il dibattito ha messo in luce, in primo luogo, un’esigenza espressa da una parte della cittadinanza professante la religione islamica; in secondo luogo, ha riattualizzato le remore e le difficoltà in materia di edilizia cultuale in Italia e dunque di libertà di espressione religiosa; in ultimo, ha riproposto la riflessione sulla frammentazione dell’universo islamico, tema questo di primaria importanza se rapportato alla situazione nazionale che vede l’islam, seconda religione d’Italia, non ufficialmente legato allo Stato tramite il sistema previsto della stipula di un’Intesa, ossia di un patto con un organismo religioso che rappresenti interamente una comunità di fedeli. L’incontro non ha visto una partecipazione consistente di musulmani, né di cittadini cagliaritani interessati ad un approfondimento su un tema che facilmente accende gli animi. Questo dato può essere letto come espressione di quella frammentazione poco sopra citata, che vede l’islam rappresentato da più istanze a livello politico (Coreis, UCOII, Lega Musulmana Mondiale, Ismailiti), e per di più diviso, pacificamente ma gelosamente, in anime nazionali: l’islam marocchino, l’islam senegalese, l’islam pachistano e così via. La religione islamica, nata nel deserto della penisola arabica nel VII secolo, si è diffusa in tutto il mondo con una grande capacità di accoglimento nel suo seno di popoli distanti geograficamente e culturalmente, che hanno per così dire modellato un islam consono al proprio modo di concepire il culto e la spiritualità, nei limiti sia ben chiaro dell’ortodossia. Non si tratta, dunque, di divergenza di islam tra un tunisino e un senegalese: entrambi sono parte della comunità islamica, la umma, credono in Allah e nel suo profeta Muhammad, fanno la Salàt (la preghiera) cinque volte al giorno e la preghiera comunitaria il venerdì, se è nelle loro possibilità faranno almeno una volta nella vita il pellegrinaggio (al-Hajj) alla Mecca. Si tratta, piuttosto, di piccole varianti nello svolgimento delle ‘ibàdaàt (gli atti cultuali e di fede dovuti dal fedele ad Allah ed accuratamente trascritti dai giuristi), o di particolari devozioni a pii uomini irreprensibili nel loro credo e capaci di grandi gesta. Così si capisce perché ciascuna comunità immigrata prediligerebbe una moschea o sala di preghiera a proprio uso e consumo “etnico-nazionale”. Ciò accade per la comunità senegalese della provincia di Cagliari, che è riuscita a unire le forze e a dar vita ad un centro culturale con annessa sala per la preghiera comunitaria del venerdì. Non accade, invece, per gli altri musulmani che si incontrano nella piccola sala di preghiera del quartiere della Marina, inadeguata per dimensioni e ragioni architetturali ad ospitare i tanti fedeli. Il problema esiste, e la Costituzione ci viene in aiuto, sottolineando il diritto alla libertà di culto. Spetterebbe poi agli enti locali la traduzione in edifici religiosi delle richieste avanzate dalle comunità religiose, trattandosi di materia urbanistica. Urbanistica al vetriolo, però. Sono recensite in Italia 164 moschee, 222 sale di preghiera e 400 associazioni culturali islamiche, eppure l’idea di una nuova moschea provoca turbamento, soprattutto se dotata di minareto. A spaventare è anche la figura dell’imàm, colui che la preghiera la guida, e in lingua araba per giunta, fatto che in questi ultimi anni di attentati, sospetti attentati e guerre preventive è diventato un’aggravante, invece di costituire, tout court, la lingua veicolare della rivelazione coranica, chiave di volta della stessa religione islamica, inizialmente diretta (o discesa, seguendo il vettore della rivelazione da Allah – per il tramite dell’angelo Gabriele – a Muhammad) al popolo arabo. Tra timidi approcci o rivendicazioni provocatorie, il problema della moschea andrà prima o poi affrontato. Intanto, i No alle moschee in Occidente sembrano prevalere, non solo in Italia e in Svizzera, ma addirittura in Norvegia, dove sarebbe dovuta sorgere la moschea più a nord del globo, a Tromsoe, il cui progetto è stato sospeso l’8 novembre dal governo, in reazione alla situazione dei Cristiani d’Oriente e alla provenienza dei fondi per la realizzazione della moschea dall’Arabia Saudita, Paese in cui la libertà di religione è inesistente. In controtendenza una cittadina dell’Antartico, in territorio canadese, dove proprio il 5 novembre è stata inaugurata per gli 80 residenti musulmani una moschea di legno, costruita a Winnipeg e poi trasportata via fiume fino al porto di Inuvik. Ebbene, dopo un viaggio di 4.000 km, Allah è giunto al Polo Nord!

~ di aripo su dicembre 10, 2010.

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