Pakistan: diritti calpestati

a1Valle dello Swat

Pakistan: una ragazza frustata in pubblico. 34 colpi ben assestati da un barbuto con il volto coperto aiutato da due giovani, uno dei quali fratello della vittima. La giovane, sposata, è stata accusata di avere una relazione con un altro uomo, e per tale ragione fermata e punita in modo esemplare sulla base di meri sospetti. I protagonisti della violenza hanno dichiarato che alla giovane è stata risparmiata la denuncia ai Tribunali religiosi, che prevedono per simili reati la pena della lapidazione. È passato un mese da quando nella zona nordoccidentale del Pakistan è entrata in vigore la Legge islamica, la sharì’a, e questa raccapricciante esecuzione sembra suggerire che l’applicazione di suddetta Legge funziona, e mettere in guardia i cittadini da comportamenti inammissibili al setaccio dell’etica religiosa islamica. Roccaforte talebana al confine con l’Afghanistan, la regione montagnosa della Valle dello Swat è protagonista di una guerriglia contro il governo regionale e di attacchi alle truppe Nato di stanza in Afghanistan che si sono placati a seguito della tregua pattuita a fine febbraio che ha portato all’introduzione della Legge islamica quale contropartita alla fine delle ostilità. Tempi difficili per le donne e per la gente dello Swat: da regione turistica tra le più suggestive del Pakistan (piste da sci e foreste incantevoli) a covo di terroristi autoritari che ora hanno carta bianca per instaurare un “regime” retto su corti islamiche ed epurazione dalle tentazioni sataniche, dalla musica alle donne: obbligate a portare il burqa e costrette all’invisibilità sociale, le donne non potranno più parlare in pubblico né andare a giro da sole. Tempi duri anche per le comunità religiose cattoliche e protestanti che risiedono nell’area, intimorite dagli attentati a scuole e negozi, e prive di garanzie sul rispetto dei propri diritti. Oltre 160 le scuole bombardate, soprattutto istituti femminili retti da missionari: il Convent Girls’ School delle suore carmelitane srilankesi è saltata in aria nel settembre scorso, dopo mesi di minacce ad opera di un gruppo estremista islamico, il Jan Nisaran-e-Islam, che accusava le missionarie di proselitismo e di corruzione morale delle allieve musulmane, ed esortava (eufemisticamente) le famiglie a ritirare le figlie dalle scuole cattoliche per inserirle nelle scuole coraniche. Ironia della sorte, sciagura chiama sciagura, e se dovessero chiudere ancora istituti femminili, a rimetterci sarebbero sempre e solo le donne: le bambine e le ragazze ostacolate nel diritto all’istruzione, e le maestre che verrebbero private del loro lavoro e dei mezzi di sostentamento. Tutto ciò lascia presagire un destino comune di chiusura nell’ignoranza e sottomissione agli uomini, padroni incontrastati degli spazi pubblici e di quelli privati. Le realtà tribali del Pakistan lontane dalla modernità della capitale e dei centri cittadini di rilievo si autogovernano seguendo usi tradizionali irrispettosi dell’uguaglianza tra i sessi, umilianti e discriminatori, a dispetto della ratifica da parte dello Stato pakistano della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. A tal proposito, vige nella maggior parte del Paese il delitto d’onore. Con questo istituto sono messe a morte donne macchiate di adulterio che hanno ricoperto di vergogna la famiglia, o semplicemente donne percepite dai più come immorali. I consigli dei villaggi, detti jirga, possono inoltre avvalersi di una forma particolare di matrimonio forzato, swara, e decidere di dare una bambina sposa solo per sanare un debito di una famiglia verso un’altra. La libertà di scelta è bandita: un anno fa fece scalpore la storia di cinque ragazze pakistane di Baba Kot, villaggio del Baluchistan, sepolte vive per aver rifiutato il matrimonio combinato. La libertà religiosa è in pericolo: bambine cristiane rapite e costrette a convertirsi all’islam, cristiani perseguitati con l’accusa di aver offeso il Profeta dell’islam. Sono quasi tre milioni i cristiani in Pakistan (1,6% della popolazione), e nonostante la Costituzione all’art. 20 garantisca la libertà di culto e di gestione delle istituzioni religiose, all’art. 36 imponga la tutela dei diritti delle minoranze e all’art. 227 comma 3 vieti a tutte le leggi di incidere sulle leggi personali dei non musulmani o sul loro status di cittadini, la situazione rischia di divenire insostenibile per il 3% della popolazione che si professa induista, cristiano, sikh, buddista, bahai, animista…

Arianna Obinu

~ di aripo su Aprile 7, 2009.

Lascia un commento