9 aprile: Algeria al voto per eleggere il Presidente
Tre anni e mezzo fa arrivavo ad Algeri. Le strade erano inondate di sole e tappezzate di manifesti elettorali che non recavano nomi di candidati. Le elezioni presidenziali avevano avuto luogo nel 2004, e a distanza di un anno perché tornare alle urne? Lo slogan dei manifesti era Li-ajli na’am, che traslato in gergo politico nostrano suona come un Vota sì. Svelato l’arcano, il 29 settembre 2005 la popolazione algerina era chiamata ad esprimersi in occasione di un referendum di riconciliazione nazionale. Le ragioni sono più o meno note a molti: trascorsi gli anni ’90 nella violenza dei militari e nel sangue del terrorismo di matrice islamica che si è macchiato di oltre 200.000 esecuzioni e attentati (150.000 i morti), l’Algeria “doveva” con un sì, formale e sofferto, mettersi tutto alle spalle, perdonare e ricominciare.
I dati delle urne, contestati amaramente dal fronte del rifiuto, composto dai familiari delle vittime e degli scomparsi, nonché dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani, hanno sancito con il 97,43% dei voti e un tasso di partecipazione di poco inferiore all’80% la vittoria plebiscitaria del sì.
Difficile immaginare che una società dilaniata e distrutta si ricucia con un voto referendario, con una Carta di comuni intenti (Carta per la Pace e la Riconciliazione Nazionale, approvata a seguito dei risultati del referendum) e con un’amnistia-indulto approntati dal Presidente Bouteflika e dal suo seguito.
La Carta afferma che in nome della concordia nazionale, né gli integralisti colpevoli di assassini e violenze, né le forze di polizia e dell’esercito coinvolte negli orrori della guerra civile siano perseguibili penalmente. Errori, orrori e delitti, in un istante, sono scivolati nel dimenticatoio, cancellati dalla memoria collettiva. Come calpestare la sofferenza di un popolo in nome di convenienze politiche.
Ma a trattare con gli integralisti non si ha un buon raccolto, o perlomeno in Algeria non è stato così, a giudicare dalla recrudescenza degli attentati dei “barbuti” lungo il 2007 e il 2008, e dalle limitazioni alla parità tra i sessi ancora esistenti che causano il lento sviluppo sociale.
Perdonare è rarità di cuori puri, ma mi chiedo in preda all’impotenza di fronte a simili mistificazioni della realtà sociale, come si possa perdonare senza prima aver saputo cosa è successo. E sapere che non c’è giustizia aiuta il perdono o lo allontana dai nostri cuori?
Sant’Agostino, nelle sue Lettere dice: “Nessuno può essere veramente amico dell’uomo se non è innanzitutto amico della verità”. La concordia si raggiunge al prezzo della sincerità e della comprensione reciproche, non per ferrea imposizione. Se la verità non viene a galla, impensabile supporre che l’animo si plachi, o peggio ancora, dimentichi.
Solo due settimane e l’Algeria andrà alle urne per scegliere il suo Capo di Stato. Il presidente uscente, Bouteflika, ha apportato nel novembre del 2008 una modifica alla Costituzione: l’art. 74, infatti, prevedeva l’impossibilità per il Presidente di essere eletto per più di due mandati. Come rinunciare, dopo 10 anni, al potere?
Se già le elezioni del 1999 avevano sollevato dei dubbi circa la validità dei risultati, le prossime non saranno esenti da un clima di tensione e proteste popolari. E come avvenuto nelle precedenti tornate elettorali, cavallo di battaglia di Boutef, come suole denominarlo la stampa algerina, è un vecchio ritornello sempre fresco nella mente degli elettori, la “Riconciliazione nazionale” atto III: come dire, perseverare è diabolico.


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