Mondo cieco, Vicolo cieco
Relatore dell’intervento di venerdì 6 marzo al Corso Unicef organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione e dal Comitato Provinciale dell’Unicef di Cagliari è stato il giornalista Luciano Bertozzi, esperto di questioni legate al sottosviluppo e agli armamenti. L’argomento proposto ha suscitato ampio interesse e destato nuove perplessità: i bambini soldato, amara realtà in troppi Paesi al mondo. I ritmi frenetici che contraddistinguono la nostra vita ci distolgono in modo grave dal provare indignazione verso l’uso di minori negli eserciti e nei movimenti guerriglieri impegnati a combattere assurdi conflitti. Sono stimati a 250.000 i bambini coinvolti nei combattimenti in ben 30 Paesi, dall’Angola al Congo, dalla Colombia alla Sierra Leone, dalla Cambogia al Sudan. Il fenomeno ha subito un calo negli ultimi anni, ma questo dato non può farci tirare un sospiro di sollievo, dal momento che dipende dall’esplosione o dallo spegnersi dei conflitti armati. E come accade al cane che si morde la coda, se i conflitti finiscono, quale destino attende i bambini soldato se non quello di continuare a maneggiare le armi (unica loro capacità – risorsa) unendosi a bande criminali? Ne risulta un circolo vizioso di violenza senza uscita, alla base del quale giace l’istinto di sopravvivenza. Il reclutamento di minori, soprattutto dai 14 ai 17, ma anche più piccoli, diventa una necessità per il proseguimento dei combattimenti. Le numerose perdite non potrebbero altrimenti venire sostituite, provocando l’indebolimento numerico dei signori della guerra. Rapiti mentre si recano a scuola, adescati da attente campagne ufficiali di promozione della vita militare (è questo il caso del Congo, uno dei nove Paesi al mondo che impiega minorenni nell’esercito), i bambini soldato vengono condotti nei campi d’addestramento e iniziati alla guerra. Il rito di iniziazione è traumatico: può consistere nella richiesta di uccidere un altro minore che aveva cercato la fuga dal campo. Armati di kalashnikov – bene di largo consumo in Paesi come l’Uganda in cui il costo di quest’arma è inferiore a quello di un pollo -, sono ora pronti giocoforza a combattere. I bambini soldato, spesso imbottiti di droghe, subiscono inaudite violenze, soprattutto se femmine. Le bambine, è triste dirlo, vivono una disgrazia maggiore anche in fase post-conflitto: soggette a HIV o a gravidanze indesiderate, dopo gli sfruttamenti patiti non usufruiscono del reinserimento in società. Marchiate a vita come prostitute ed emarginate, il loro cammino verso la vita risulta compromesso. I programmi di reintegrazione e rieducazione sociale di questi minori sono insufficienti. I Paesi “sviluppati” che condannano a livello internazionale lo sfruttamento minorile in contesto bellico, ivi compresa l’Italia, sono tra i maggiori esportatori d’armi, e hanno dunque l’interesse che le guerre continuino. Nuovo vicolo cieco. Armi italiane venivano usate in Sierra Leone, in Sudafrica ai tempi dell’apartheid, nell’Iraq di Saddam Hussein e nella Serbia di Milosevic. Le mine italiane, leggere e poco costose, hanno mutilato l’Angola, con l’aggravante di non essere rilevabili al metal detector. La responsabilità, ancora una volta, è anche nostra. L’economia del libero mercato stronca le attività messe in campo per sostenere e accompagnare gli ex bambini soldato verso una vita dignitosa nel loro Paese: se vengono predisposti dei corsi di cucito e si trasferisce un know how (“sapere come” si fa una cosa) alle ragazze coinvolte affinché possano ritagliarsi uno spazio lavorativo, e poi si assiste all’invasione di merci a basso costo, il lavoro che è stato impostato per loro risulta vanificato. La fame, quella che faceva prostituire per un uovo i bambini dell’ex Zaire con i caschi blu dell’ONU, li bracca come un paziente avvoltoio che aleggia sulla preda. Nuovo vicolo cieco. Un altro venerdì di riflessione, che parte dai bambini soldato e arriva al ruolo dell’informazione e dei mezzi di comunicazione, che tacciono sulla nostra brutalità, sulla sofferenza di alcuni, sulle guerre di secondaria importanza e addirittura sulle buone iniziative promosse a favore dei più deboli che non fanno audience né tanto meno devono farlo, vuoi per ragioni politiche vuoi per motivi economici.

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