“I poveri non ci lasciano dormire”
Da tre settimane ha preso avvio a Cagliari il corso di Educazione allo Sviluppo “Un impegno visibile per i bambini invisibili”, organizzato dall’Unicef e rivolto a studenti, educatori e operatori sociali. Il programma dell’edizione 2009 verterà sui diritti del fanciullo e sulle esperienze Unicef nel mondo, e i relatori chiamati a intervenire si confronteranno su diverse tematiche: dalla drammatica situazione dei bambini soldato al problematico inserimento dei bambini di etnia rom in Italia, dalla condizione dei minori stranieri non accompagnati nel nostro Paese al traffico dei bambini nell’Africa Occidentale, dall’impegno dell’Unicef nella lotta contro l’HIV alla dissertazione sulla nonviolenza come scelta morale di vita tesa al rifiuto attivo del male e non ad una sua accettazione passiva. Ospite dell’Unicef al secondo appuntamento è stato padre Franco Moretti, direttore del mensile dei missionari comboniani Nigrizia.
La congregazione dei comboniani svolge dal XIX secolo attività di evangelizzazione e sostegno ai poveri e alle fasce deboli della popolazione, promuove la pace e la giustizia sull’esempio del suo fondatore, Daniele Comboni, attivo in Sudan contro la schiavitù europea a metà del 1800, poi canonizzato santo, nel 2003, da Papa Wojtyla. Convinto che “L’Africa si deve salvare con l’Africa”, ovvero che gli africani dovessero avere l’opportunità di formazione educativa e professionale atta alla gestione autonoma di se stessi, Comboni portò “la sua croce” fino a morire a seguito di un’epidemia di vaiolo e tifo fulminante che fece strage di sudanesi e missionari. Eppure, il seme era germogliato. Dall’Italia i comboniani furono invano richiamati, il loro lavoro era tra gli africani, la missione doveva andare avanti. E di missioni ne sono nate altre in tutta l’Africa nera, che ancora oggi affrontano le fatiche di Paesi e popoli dilaniati da guerre fratricide, carestie e sofferenze.
Padre Moretti ha raccontato la sua vita in Kenya tra i kenioti. Partito la prima volta sulla fine degli anni ‘70, ha vissuto un decennio tra i kikuyu, il gruppo etnico dell’uomo simbolo della lotta coloniale keniota contro gli inglesi, Jomo Kenyatta, e vi ha fatto ritorno nel 1994, aprendo la missione nel Distretto Turkana (nord-est del Kenya) abitato da gruppi di nomadi.
Padre Moretti ha raccontato soprattutto di questa seconda lunga esperienza tra i turkana, tragica al punto da farlo commuovere, così partecipata da liberare intense emozioni anche nei presenti. Paese povero dicevo, ma forse dir questo non è preciso. Il Kenya è diventato povero, per lo sfruttamento coloniale subito e per le guerre che lo hanno lacerato. E la fame è diventata una malattia difficile da combattere, si è fatta emergenza cronica. Ma un’emergenza non può per definizione essere permanente. E se lo diventa, il povero diventa “carnefice” di chi lo aiuta, sia perché pretenderà quell’aiuto per sempre e quando verrà a mancare sarai tu il “responsabile” dell’ineluttabile destino che lo attende, sia perché, stretto da un rapporto di dipendenza, il povero non avrà mai più in mano le redini della sua vita, non sarà più capace di sollevarsi dall’apatia originata, paradossalmente, dal prolungarsi degli aiuti. Parliamo di una particolare categoria di poveri: circa un milione di persone a rischio vita per la povertà. E il pensiero che dall’oggi al domani non ci siano più, come può farci dormire sogni tranquilli? Certamente il problema è così grande da non poter essere risolto con i sensi di colpa. Dimezzare entro il 2015 la proporzione della popolazione mondiale il cui reddito è inferiore ad un dollaro al giorno e di coloro che soffrono la fame, del resto, è un obiettivo (tra i noti Obiettivi del Millennio sottoscritti nel 2000 dai capi di Stato di tutto il mondo) di alta responsabilità.
Ma è sufficiente lavarsi la coscienza con un messaggino del cellulare a favore di un’iniziativa benefica? Cosa possiamo fare noi da qui?
Padre Moretti ha dato un suggerimento, in linea con il rispetto della dignità di tutti i popoli, realistico e fattibile. Sono popoli, quelli dell’Africa che soffre, di grande potenziale intellettivo, in vivace fermento. Ne sia prova la redazione della nuova Costituzione keniota, nata dal basso attraverso un lungo processo di condivisione popolare, e non scritta a tavolino da esperti giuridici. La partecipazione e la volontà di essere protagonisti nella storia del proprio Paese, di veder maturare i frutti di un’era nuova sono il punto di partenza da cui dobbiamo partire noi che viviamo nella parte di mondo più “facile”: e allora? Mettiamoci in contatto con i giovani africani, solidarizziamo con loro, scambiamoci le nostre energie e dialoghiamo! Accorciamo le distanze di questo mondo così grande, ridiamo a ogni sua parte il rispetto e la dignità che le sono propri.
Arianna Obinu


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