Carnevale o Carnevalata?
(nella scritta: “Ben Ali ti amo”)
Il Carnevale, si sa, trae origine dai Saturnali dell’antica Roma in onore del re Saturno, feste di riposo dal lavoro agricolo, di spettacoli e bagordi. Nell’Europa di epoca medievale, il cristianesimo tentò di inserire in una cornice religiosa l’evento “pagano”, al fine di arginarne gli aspetti maggiormente irriverenti, così il Carnevale passò a rappresentare un periodo di trasgressione e animate celebrazioni precedente il tempo di Quaresima, in cui la cristianità rinuncia alla carne. Di qui l’ipotesi della derivazione etimologica del termine Carnevale da “carnem levare”, o da carnem vale”, ossia “Addio carne!”.
L’originaria essenza farsesca del Carnevale, – evento caratterizzato da mascheramenti e follia dei partecipanti, dal ribaltamento delle gerarchie sociali e dall’instaurazione di un mondo alla rovescia per tutta la sua durata -, è cambiata nel tempo, e ogni comunità ne ha espresso un’interpretazione originale e consona alle proprie tradizioni. Così lungo la penisola italiana si passa dalla lotta con le arance di Ivrea all’incantevole sfilata di Viareggio, dalle eleganti maschere di Venezia ai carri allegorici di Putignano, in un rincorrersi di colori, musica e allegria.
Il Carnevale sardo, anch’esso ricco di varianti da una parte all’altra dell’isola, si distingue in certe sue espressioni più ancestrali dai carnevali in cui la satira e la burla la fanno da padroni. Se a Oristano la Sartiglia è un momento tutt’altro che dissacrante, e le maschere dei partecipanti alla giostra incutono il rispetto reverenziale dovuto a esseri sospesi tra la realtà mitica e quella sacra, a Ula Tirso “S’Urtzu” è la rappresentazione di una divinità che scacciava gli spiriti del male e propiziava un buon raccolto. Ad ognuno il suo carnevale, quindi, in un intreccio di tradizioni comuni o distanti tra loro, ma tutte portatrici di un senso di identità storico-sociale.
Immaginavo, erroneamente, che nel mondo arabo non esistesse una festa simile al nostro Carnevale. Di fatto conoscevo le giostre equestri del Marocco, in cui abili cavalieri delle tribù guerriere gareggiano nel tiro con l’arco o nella simulazione di cariche militari, ma date le origini greco-romane dei festeggiamenti carnascialeschi, non sapevo che dall’altra parte del Mediterraneo, – ancora una volta mare che accomuna e non divide -, si festeggiasse un sontuoso carnevale, per di più l’unico in tutto il mondo arabo, e l’unico in terra africana. Ne è protagonista la cittadina costiera di Sousse, in Tunisia, che con questo evento rende omaggio all’antico Dio del mare, Aoussou, che dalla notte dei tempi procura ai rivieraschi vita e salute. L’occasione di festa, organizzata in estate, è diventata un appuntamento ufficiale dal 1958, quale inaugurazione della stagione estiva e rappresentazione delle conquiste sociali, politiche ed economiche del Stato tunisino, assumendo particolare rilievo a partire dal 1987, ovvero dalla salita al potere del presidente Ben Ali.
Lo spirito di Aoussou, che il mito vuole abiti nel mare, attraverso le onde continua ad accarezzare la sabbia della spiaggia di Sousse, garantisce l’osmosi tra terra e acqua, tra passato e modernità. Per questo ogni anno, il 24 luglio, i cittadini di Sousse rinnovano l’appuntamento con la divinità marina, dando mostra di grande creatività e talento, ricordando la storia del Paese, da epoca fenicia terra di conquista in cui si sono avvicendati Romani, Vandali, Bizantini, Arabi e, per finire, i Francesi.
Una riflessione è d’obbligo. Rispetto ai nostri Carnevali, che tendono a evidenziare e prendersi gioco dell’epopea politica locale o nazionale, quello di Sousse, sotto un mirato progetto statale, si è involuto oltre che in una forma di attrazione turistica, in una commemorazione gagliarda dei meriti del Presidente della Repubblica tunisina: non sono ammesse critiche del resto, nella pur democratica Tunisia. E allora, festa, farina e forca… Buon Carnevale!
Arianna Obinu


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