Partire è un po’ morire
Lampedusa nell’occhio del ciclone. La settimana scorsa il Cpa (Centro di prima accoglienza) ospitava oltre 1.800 persone in una struttura che ha una capienza massima di 800 posti letto. Lo stato di emergenza ormai è cronico, non si limita più soltanto ai mesi estivi. I barconi continuano a raggiungere le coste italiane, carichi di persone tutte ugualmente animate dalla speranza di una possibilità di vita migliore. Altri 150 migranti di nazionalità somala domenica primo febbraio hanno raggiunto sani e salvi Porto Palo, estrema punta meridionale della Sicilia, grazie all’intervento puntuale della Guardia Costiera che li ha salvati da un naufragio sicuro viste le avverse condizioni del mare. Gruppi di migranti provenienti dalla Tunisia hanno invece raggiunto l’isola di Linosa, per poi essere trasferiti in Centri di permanenza temporanea della penisola: dalle dichiarazioni rilasciate alle Forze dell’ordine, i giovani maghrebini avrebbero affermato di essere al corrente dei rimpatri immediati in corso nella vicina Lampedusa, e di aver tentato un altro approdo per questa ragione. Malta, forse a causa della linea dura prospettata dal Governo italiano, si è trovata a dover accogliere una nuova ondata di arrivi: 300 gli africani sbarcati da un peschereccio la scorsa notte. Eppure le leggi a Malta sono più rigide che da noi: l’Immigration Act stabilisce che ogni immigrato senza valido permessoo di soggiorno compie un illecito amministrativo per il quale è prevista una detenzione di 18 mesi. Un anno e mezzo di trattenimento coatto, rispetto al trattenimento amministrativo temporaneo degli altri Paesi UE, è davvero eccessivo, e lo hanno segnalato tra gli altri Amnesty International e l’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (UNHCR), seppure l’indignazione a più riprese sollevata non abbia evitato che l’esempio di Malta facesse scuola e fosse esteso tramite direttiva della Commissione europea a tutti gli altri Stati europei. Persone che hanno lasciato alle spalle il proprio Paese, le proprie famiglie, in molti casi mogli e figli, pur di raggiungere l’Europa e cercare una strada che li porti alla libertà: nei loro Paesi devastati dalla guerra, inariditi da longeve dittature, corrosi da sistemi clientelari e privati dell’esercizio dei diritti umani fondamentali dalla violenza imperante, quale futuro intravedere? Persone, numerose ai nostri occhi, ma minoranze rispetto a chi resta nel Paese d’origine, che si accingono ad affrontare anche la morte, coscienti delle difficoltà di una vita che non gli ha forse mai sorriso. Richiedenti asilo o migranti comuni, tutti sono accomunati da un destino nomade, tutti sono lacerati da un amor di patria che da quella stessa patria li porta ad allontanarsi. Le canzoni dei migranti riecheggiano oggi come ieri: di una in particolare ricordo – nel senso etimologico di “riavere nel cuore”, considerato antica sede della memoria – il testo, emozionante e universale, che accomuna tutti coloro che nella propria vita si sono trovati nella condizione di lasciare il proprio paese per emigrare altrove. La canzone si intitola Ya rayah (O viaggiatore) ed è stata composta dall’algerino Dahmane El – Harrachi, emigrato da giovane in Francia, per poi essere cantata da molti noti cantanti del panorama musicale arabo – maghrebino. Il testo recita più o meno così: “O te che parti, dove viaggi? Ti stancherai e tornerai/ Quanti si sono pentiti di averlo fatto prima di te e prima di me?/ Quanti paesi popolosi e terre deserte hai visto? Quanto tempo hai già perso e quanto ancora continuerai a perderne?/ Non sei stanco di correre? Rinvii l’appuntamento con il destino e non capisci perché il tuo cuore è triste/ i giorni non sono infiniti e neanche la tua e la mia giovinezza lo sono./O tu che dormi su quel che ti accade, ciò che succede a te è successo a me: il mio cuore freme chiaramente”. Destino amaro talvolta, occorre ammetterlo, ma ciascuno avrà pure diritto di giocarsi la sua carta e di sperimentare su di sé l’eventuale amarezza che la scelta di partire comporta? I candidati alla partenza hanno spesso progetti tortuosi di riuscita nel Paese in cui approdano, sono oberati da responsabilità che travalicano l’individuo e riguardano gruppi interi di persone rimaste nel Paese d’origine speranzose nel successo del viaggio e nelle rimesse inviate loro dall’estero. La lacerazione tra ciò che si lascia e ciò cui si va incontro permane a lungo nel migrante, l’incognita del futuro incute timore, ma questo timore è vissuto con la consapevolezza che il viaggio sia la scelta giusta: il viaggio è al contempo speranza di vita e la speranza di una vita.
Arianna Obinu


Lascia un commento