7 novembre 2011, quanti cambiamenti ad oggi

•novembre 7, 2011 • Lascia un commento

Fino all’anno scorso la Tunisia in questa data sarebbe stata in festa, per così dire. Il 7 novembre, infatti, ha rappresentato una data cara alla cabala politica di Ben Ali, data simbolo del cosiddetto “changement”, il cambiamento. Fu il 7 novembre 1987, ben 24 anni fa, che si compì il colpo di stato medico, così definito perché il padre della patria Habib Bourguiba fu destituito dal giudizio insindacabile di una troupe di medici che lo dichiararono mentalmente inabile, pertanto inadatto a proseguire il mandato presidenziale. Al potere salì il suo delfino Zine Ben Abidin Ben Ali, allora Primo Ministro del governo, sostenuto da Algeria, Libia, e… Italia!

I gruppi islamisti all’epoca impensierivano un governo debole e Bourguiba non sembrava più in grado di far fronte ad eventuali destabilizzazioni sociali. Occorreva il pugno duro, così Ben Ali mise fuori legge il partito islamico En-nahda, e perseguì i suoi seguaci, tra cui il redivivo Ghannouchi, esiliato nel 1990 e rientrato trionfante a seguito dei tumulti di gennaio: inverno arabo, più che primavera! Proprio Rached Ghannouchi si è aggiudicato le prime elezioni libere del dopo Ben Ali, svoltesi il 23 ottobre. Il suo partito ha vinto in tutte e trentatré le circoscrizioni del Paese, e occuperà 90 seggi sui 217 totali. La storia talvolta gioca brutti scherzi e propone dei rimpasti, lascia presagire sciagure, fa passare per cambiamento un déjà vu politico fallimentare in continuità con il sistema precedente.

Così è stato per il Cambiamento di Ben Ali. Fu abolita la presidenza a vita, atto meritevole, e furono al suo posto previsti tre mandati presidenziali consecutivi. Peccato che in vista delle elezioni del 2005, il sempreverde Zine impose un nuovo emendamento costituzionale che elevava a quattro i mandati del presidente della Repubblica, con l’evidente fine di ricandidarsi una quarta volta, ancora una volta certo dell’elezione, ancora una volta senza seri rivali e portando a casa uno score bulgaro! Per non parlare dell’età massima per poter divenire Presidente: fissata nel 1988 a 65 anni, e anch’essa cambiata su misura dal padr…one della Tunisia. Forse questi aspetti del Cambiamento andavano evidenziati un po’ prima di questo inizio d’anno drammatico per il Paese. La kleptocrazia è stata smascherata. Gli increduli capiscano che il paradiso turistico era un inferno per i suoi abitanti e che la democrazia è una scuola quotidiana, non un contenitore vuoto. Così fa paura il futuro, ci si interroga sulla capacità di autodeterminare il proprio futuro di una popolazione non educata a farlo. Ci si chiede che fine ha fatto il fuggiasco Ben Ali. Forse si è sollevati all’idea che immagini come quella di Al Qadhafi nella morsa dei suoi assassini non abbiano riguardato anche il leader tunisino. Perlomeno abbiamo evitato che la barbarie occupasse gli schermi dei nostri televisori e si insinuasse senza resistenze particolari nelle nostre menti avvezze oramai alla familiarità con violenza guerra e morte.

Nel tumulto degli eventi storici succedutisi, resta da ritagliarsi uno spazio di riflessione, intimo e silenzioso. Non so se avremmo preferito, come è d’uso in certi paesi rivieraschi, vedere un documentario sui pesci degli abissi o sui serpenti d’acqua al posto del seppur cruento assassinio del qa’id libico. Forse c’è un limite di cui si sono perse le coordinate, un limite che tollererebbe che la nostra tv ogni tanto si trasformi in acquario, e non in piazza medievale gremita per assistere ad una pubblica e macabra scena di morte.

Arianna Obinu

Oltre la crisi, insieme. Presentazione del XXI Dossier Caritas-Migrantes

•ottobre 27, 2011 • Lascia un commento

Il titolo che i redattori del Dossier Statistico 2011 hanno scelto per la XXI edizione del rapporto sull’immigrazione in Italia è significativo. L’auspicio è che la via del confronto e dell’interazione tra autoctoni ed immigrati prosegua anche e soprattutto in quest’epoca di crisi economica.

Gli immigrati regolari in Italia sono quasi 5 milioni, di cui due milioni lavorano e versano contributi all’INPS. Nell’ultimo anno si è registrato un aumento delle presenze pari a 335.000 unità, in linea con la crescita media dell’ultimo decennio che ha visto aumentare il numero di immigrati nel nostro Paese di circa 3 milioni. Alcuni dati importanti? 78.000 i nuovi nati da coppie straniere, 91.000 i ricongiungimenti familiari che hanno avuto luogo, 69.000 i visti per motivi di lavoro rilasciati a cittadini extraeuropei. Le donne, non è una novità, rappresentano il 51,8% del totale, i matrimoni misti sono stati nel 2010 ben 20.000, i minori stranieri sono quasi un milione! Numeri che descrivono una società che seppure a tratti poco incline al métissage, forse stenta a capire che stiamo vivendo un momento fondamentale a 150 anni dalla fondazione d’Italia: l’immigrazione è un fattore strutturale della nostra società, i nuovi italiani concorrono al bene del Paese e desiderano essere parte attiva del suo sviluppo futuro.

A livello nazionale, la comunità più numerosa è quella rumena (1 milione), seguita da quella albanese (482.000) e marocchina (452.000), cinese (209.000) e ucraina (200.000). I settori d’occupazione variano dall’assistenza familiare (23%), all’edilizia (16,7%), dalla ristorazione (9%) al commercio (8%).

I rifugiati sono 50.000 in Italia, 10.000 sono state le domande d’asilo inoltrate nel 2010. In tutta Europa si parla di 1.393.454 rifugiati, e di una mole di domande d’asilo pari a 850.000.

I dati regionali per la Sardegna ridimensionano queste cifre: su una popolazione di 1.675.000 abitanti, gli immigrati incidono sui sardi con una percentuale del 2,3%: troveremo, dunque, due stranieri ogni cento sardi. Il primato dei rumeni si conferma anche su scala regionale (9.899), con una forte concentrazione nel nord dell’isola; seguono però marocchini (4.420), cinesi (2.872) e senegalesi (2.787). Degli oltre 37.000 stranieri presenti in Sardegna, il 60% abita nelle province di Cagliari e di Olbia-Tempio. Le province meno interessate dal fenomeno sono l’Ogliastra e il Medio Campidano. L’età media degli stranieri è di 34,6 anni, leggermente più alta della media nazionale che si attesta sui 31, 8 anni.

Tra gli interventi di questa mattina, in occasione della presentazione del Dossier nel capoluogo sardo, a parte l’incisività del dott. Callia (redattore Dossier Caritas-Migrantes per la Sardegna) e la sensibilità dell’assessore provinciale alle Politiche Sociali dott.ssa Quaquero, che ha parlato di “costruzione del rispetto”, “superamento della sindrome dell’emergenza” e “presa di coscienza della dimensione internazionale e storica dei movimenti di popolazione”, citiamo l’intervento di Fosco Corradini (responsabile del CNA per le politiche di integrazione), che ha concluso con un vaticinio non so quanto preso sul serio, ma che abbraccio totalmente: “Di qui a due anni la Sardegna sarà a pieno titolo nel novero degli approdi dei migranti africani”. Insomma, quello che è successo nei primi mesi del 2010 e continua a succedere in Nord Africa (e più in generale ed in sordina, in Africa), avrà serie ripercussioni sulla nostra vita: prepariamoci!

 

Arianna Obinu

 

2011: focus sugli sbarchi di harraga in Sardegna

•ottobre 12, 2011 • Lascia un commento

 

 

A giudicare dalle pagine dell’attualità sarda, gli algerini che decidono di imbarcarsi da Annaba, città dell’est algerino, verso la Sardegna, non sono più attratti dalle nostre coste sud-occidentali. Quattro gli sbarchi tra gennaio e maggio, per un totale di una settantina di persone, due sbarchi appena durante l’estate, per un totale di 48 persone (45 uomini, una donna e due bambini) giunte in Sardegna il 14 agosto, e 25 giovani approdati il 13 settembre a Porto Pino, spiaggia del comune sulcitano di Sant’Anna Arresi. Le riflessioni immediate di fronte a tale dato sono le seguenti:

  • i potenziali harraga algerini hanno scelto la Tunisia come porto di partenza, sull’onda della notizia del rilascio di permessi di soggiorno per motivi umanitari. Non è difficile intuire che, all’atto dell’identificazione dei giovani sbarcati a Lampedusa, possa sfuggire la distinzione tra un algerino dell’est e un tunisino, come del resto è avvenuto in Grecia, altra meta dei migranti irregolari algerini, pronti in quel contesto a dichiararsi palestinesi;

  • l’Algeria, al riparo dai rivolgimenti sociali avvenuti negli altri Paesi a maggioranza arabo-islamica, sta forse vivendo una fase di ripresa e sta mettendo in atto politiche serie di contrasto ai problemi sociali che spingono i suoi giovani a cercare la fuga in Europa;

  • la situazione sociale permane la stessa dei mesi addietro, ma lo Stato algerino, incoraggiato dall’UE, ha infine dispiegato le sue forze di polizia ottenendo il risultato di impedire ai propri connazionali di prendere il largo, svolgendo quel ruolo di “fossato” della “fortezza” tanto anelato dagli Stati membri dell’UE.

    La prima riflessione appare plausibile, ma non riscontrabile, se non informalmente tramite interviste privilegiate con i gli stessi harraga o con gli addetti all’accoglienza dei presunti profughi. Una rapida analisi della stampa algerina esclude la validità della seconda riflessione, ritenendola un’opzione irreale visto lo status quo. La terza riflessione è avvalorata dalla cronaca riportata sui principali quotidiani locali: la guardia costiera algerina nell’ultimo biennio ha frenato numerosissimi harraga che avevano preso il largo, con un calo degli sbarchi nel 2010 del 75% secondo l’ambasciatore italiano ad Algeri.

D’altro canto, le espulsioni di algerini dall’Europa sono diminuite rispetto al passato: la Spagna, al primo posto per le espulsioni di algerini, nel primo semestre del 2011 ne ha registrate 215, contro le 609 dell’anno passato e le 798 del 2009. Secondo una fonte ufficiale del Segretariato di Stato che segue la Comunità algerina all’estero, oltre 2000 algerini sarebbero stati arrestati da unità della Marina europee nel tentativo di raggiungere le coste spagnole o italiane, mentre 4536 sarebbero stati gli arresti in mare di harraga effettuati dalla Guardia Costiera algerina.

Fatto sta che il 2011 sulla stampa algerina rappresenta un altro anno di drammatici avvenimenti su quest’autostrada del mare. La rotta migratoria in questione non è stata accantonata, bensì permane in piena attività, anche se noi, dalla sponda Nord, non ne siamo a conoscenza, a causa della diffusa opinione che non sia un problema di nostra pertinenza finché i barconi non si materializzano all’orizzonte.

Resta da verificare, infine, se le partenze continuano ad essere ascrivibili al dominio dell’autonomia nell’organizzazione e nella realizzazione del viaggio per mare, o se, al contrario, una rete di trafficanti, i cosiddetti “smugglers”, abbia in mano la gestione della harga (migrazione clandestina)verso l’isola. Pare realistico pensare ad una trasformazione delle dinamiche migratorie Annaba – Sardegna, il che aggraverebbe i rischi corsi dai giovani algerini e li esporrebbe ai ricatti di criminali senza scrupoli.

Arianna Obinu

Non proprio un fulmine a ciel sereno

•gennaio 23, 2011 • Lascia un commento

La sindrome monarchica di Ben Ali ha fatto sì che la Tunisia sia diventata una repubblica governata da un monarca, un regime politico inclassificabile, secondo Hamadi Redissi. Non si trattava specificamente di una monarchia, perché non eravamo in presenza di una dinastia che si trasmetteva il potere per via ereditaria; non era una repubblica, sia analizzandone gli equilibri tra i poteri, sia se seguiamo alla lettera il senso di partecipazione e condivisione degli spazi pubblici che il termine racchiude fin dai tempi antichi. Lo Stato tunisino si presentava, fino a pochi giorni fa, come una forma istituzionale ibrida, una “tirannia elettiva”, insomma, in cui i diritti umani erano calpestati, le discriminazioni razziali e di genere perduravano, la vita politica era fortemente falsata, e in cui il Presidente-tiranno decideva per tutti celando il suo autoritarismo dietro una struttura istituzionale dalla parvenza democratica e “all’occidentale”, dietro lo sviluppo economico, dietro la tutela del sesso debole e la lotta al radicalismo, e dietro la promozione dei diritti umani. In un’intervista risalente al 2003 rilasciata a Le Figaro, Ben Ali aveva definito in modo non convincente quella tunisina « una democrazia che tiene conto della storia e della cultura del nostro paese, ovvero delle sue specificità, integrando al contempo gli imperativi del pluralismo, della libertà e della tutela dei diritti”. Se cerchiamo indici di democrazia, ebbene la Tunisia conta numerosissime associazioni culturali, sportive, femminili, scientifiche. Tutte le associazioni esistenti però, sono riunite sotto un comune denominatore, rappresentato dalla loro dipendenza diretta o indiretta dallo Stato. L’onnipresenza dello Stato e il suo stretto controllo sulla società hanno impedito il libero fiorire di associazioni stimate di indirizzo contrario al conformismo del partito di maggioranza. La Lega Tunisina per i Diritti dell’Uomo, per esempio, ha da sempre denunciato le pressioni statali ad ostacolo della sua attività, continuando tuttavia ad operare contro la tortura, la requisizione dei passaporti, la persecuzione ai danni degli oppositori politici e tutte le altre forme di “liberticidio” a livello amministrativo attuate grazie al silenzio-assenso dello Stato. La censura, poi, aveva dato vita a due Tunisie, la prima rappresentata dai suoi cittadini, all’oscuro di fatti di una certa gravità noti invece all’altra Tunisia, quella rappresentata dai tunisini che vivono all’estero e che traggono informazioni sulla Patria dalla stampa libera dei Paesi che li ospitano.

Il termine che più era in voga nella stampa francese per descrivere lo status quo ante alla rivolta del 2011, è infatti verrouillage, ovvero mummificazione, ossificazione. È come se lo Stato avesse stipulato con i cittadini un tacito accordo, basato sulla logica del do ut des, che consisteva nell’assicurare assistenza economica alla popolazione in cambio del consenso politico. Per questa forma di welfare è stato coniato il termine khubzisme (l’etimo arabo rinvia al significato di “pane”), con cui si indicano, per l’appunto, l’intervento di solidarietà statale a livello economico, e la conseguente gratitudine popolare che si estrinseca nel consenso alle politiche governative. Per dirla con le parole di Larbi Sadiki: “You eat and you keep quiet”, ossia “Mangi, quindi stai quieto”. Ben Ali, però, ha tirato troppo la fune. Il suo popolo, indipendentemente da quel che accadrà, ha detto finalmente basta!

Arianna Obinu – riadattazione di alcuni brani estrapolati dalla tesi di laurea in Diritto islamico: “Il diritto costituzionale tunisino. Storia ed evoluzione” (2005, “L’Orientale” di Napoli)

Effetto domino nel Maghreb? L’Algeria nel caos.

•gennaio 20, 2011 • Lascia un commento

Cosa sta avvenendo dall’altro lato del mare? Cosa ha portato gli algerini prima, e i tunisini poi, in piazza? A giudicare dai morti e dalle centinaia di feriti, dall’insistenza della lotta urbana e dall’attenzione mediatica, forse il vaso è traboccato. Forse era traboccato già da un pezzo, ma una visione cristallina della situazione politica e sociale in quei paesi non è quasi mai diffusa, e solo in casi così eclatanti ci ritroviamo di fronte alla dura realtà.

Ad Algeri gli scontri si siano svolti nei quartieri popolari storicamente interessati da turbamenti e rivolte. Orano ad ovest ed Annaba ad est non sono state risparmiate dalla foga delle proteste: lancio di pietre e bottiglie, atti vandalici. La guerriglia urbana ha fatto ripiombare il paese nel clima dell’ottobre 1988, tristemente ricordato dagli algerini perché per la prima volta l’esercito sparò sulla folla di dimostranti disperati per la crisi economica provocata dal brusco calo del prezzo del petrolio.

Zucchero, olio e farina dall’inizio dell’anno sono aumentati: gli algerini, stremati, hanno optato per una rivolta sonora. Il quotidiano “El Watan” ha riportato un’intervista ad un manifestante del quartiere di Bab el Oued, ai piedi della Casbah, il nucleo antico della capitale: “Niente ci trattiene stavolta. La vita è diventata troppo cara e la penuria minaccia le nostre famiglie mentre i ricchi burocrati rubano miliardi e si arricchiscono alle nostre spalle. Non vogliamo più questa vita da cani. Reclamiamo la nostra parte di ricchezza di questo paese”.

Il peso di una demografia galoppante, nella mala gestione dell’economia nazionale e della crisi internazionale, ha un ruolo determinante in Algeria. Il paese, che contava una popolazione di 8 milioni di abitanti nel 1962, ne aveva già 25 milioni nel 1990. Oggi su un totale di 35 milioni di abitanti, il 75% ha meno di 35 anni. È evidente che risolvere il problema della disoccupazione giovanile non sia uno scherzo. Purtroppo, le politiche deficitarie in ambito giovanile non hanno promosso la fiducia nelle istituzioni tra i più giovani, che si sentono in stato di abbandono, delusi e calpestati nella propria dignità. Rappresenta un fatto gravissimo, inoltre, che l’economia algerina miri esclusivamente alla monocoltura del petrolio e del gas, arrancando negli altri settori vitali: a metà degli anni ’90, ossia in pieno terrorismo, l’Algeria importava il 60% dei prodotti alimentari utili al sostentamento della sua popolazione, ovvero non investiva nello sviluppo agricolo interno, che avrebbe garantito, anche oggi, dei prezzi ragionevoli dei beni alimentari di prima necessità.

Vivere in un paese estremamente ricco ma in cui i ricchi sono pochi, e non beneficiare della ripartizione della ricchezza sotto forma di servizi o assistenza, causa malumore. Vivere in una società senza poterne raccogliere i frutti ambiti, come il matrimonio e lo status sociale dato dal lavoro, crea malumore. Ritrovarsi estraneo o non rispondente al “modello” di giovane, studente e consumista proposto dallo Stato, significa rispecchiarsi in una condizione perenne di escluso. In più, la vulgata ufficiale dello Stato algerino ha promosso, sin dall’indipendenza, una gioventù “intellettuale” funzionale a servire la Nazione e lo Stato, impregnata di cultura nazionale arabo-islamica. L’altra gioventù, quella dedita alla delinquenza, non scolarizzata e a margine del mondo del lavoro, non è mai stata contemplata nel piano di sviluppo nazionale. Un abbandono, con il senno di poi costato caro ai dirigenti, latitanti per mezzo secolo.

Si è formato un senso generalizzato di insoddisfazione e rigetto tra la popolazione, soprattutto tra i più giovani che si vedono impossibilitati a costruirsi un futuro dignitoso e a ritagliarsi il loro spazio sociale. Il rigetto si è esteso alla Scuola, allo Stato, alla Cultura da quest’ultimo imposta. Si è anzi venuta a formare una “cultura della rivolta” (culture des émeuts), ostile alle istituzioni e alle forme associative parastatali, che allo Stato sono legate. Oggi la “cultura della rivolta” prende forma ufficialmente, perché mediatizzata e agli onori della cronaca. Ma esiste da tempo, e da anni è l’unica forma di espressione degli algerini in Algeria. Unica soluzione, come biasimarli per questo, la fuga.

Arianna Obinu

Grecia. Muro anti-migranti lungo il confine turco.

•gennaio 11, 2011 • Lascia un commento

Solo tre anni fa, in questo periodo, l’emergenza sbarchi nelle coste sud occidentali sarde allarmava enti locali e forze dell’ordine coinvolte nelle operazioni di salvataggio e fermo degli stranieri irregolarmente giunti  sull’isola. I dati ufficiali, confermati anche dall’ambasciatore italiano ad Algeri, esprimono un netto calo delle partenze sulla rotta migratoria Algeria – Sardegna. Le misure di controllo sono state così efficienti da limitare i viaggi dei giovani harragas? Ebbene, osservando meglio vedremmo che i candidati al sogno europeo ed i migranti irregolari sperimentano nuove strade, affatto persuasi che la cosa migliore sia restare nel proprio Paese. Così, se prendessimo una carta geografica dell’Europa con il proposito ardente di voler raggiungere il vecchio continente a partire dal Nord Africa, avremmo di fronte diverse alternative, ed altre ce ne verrebbero proposte dagli zelanti trafficanti di esseri umani che alle spalle della disperazione altrui lucrano spesso impunemente. In autunno, la rotta presa di mira è stata quella che dalle coste turche porta in Grecia. Atene lamenta che attraverso il suo territorio penetra nei confini dell’Unione Europea l’80% dei migranti irregolari. Dal 2008 sono stati 128.000 i migranti di passaggio nel corridoio greco. La vicina frontiera bulgara è meno battuta, poiché è risaputo tra le genti in cammino che la polizia locale è oltremisura severa. Negli ultimi nove mesi si è registrato un aumento del numero di irregolari pari al 369%, ed è stato necessario l’intervento sussidiario delle truppe specializzate dell’agenzia europea Frontex per arginare l’afflusso continuo di migranti. Non sono cittadini turchi a tentare il passaggio ad ovest, ma afghani in maggioranza, algerini e nord africani, pakistani. Se intercettati dalla guardia costiera, gli arabofoni dissimulano la propria identità dichiarandosi profughi palestinesi. Poi, basta aggirarsi per le vie di Atene per avvertire la presenza di una vera colonia algerina, in attesa di cogliere la possibilità per lasciare al-Yunàn (Grecia, in arabo), per la Germania, la Francia o l’Italia. Messa in ginocchio dalla crisi economica e dalle rivolte sociali, la Grecia ha denunciato all’inizio del nuovo anno di essere al collasso, di aver superato il limite dell’accoglienza agli stranieri. Il Ministro dell’Ordine Pubblico Christos Papoutsis ha annunciato, pertanto, la costruzione di un muro difensivo dotato di  sorveglianza radar, che dovrebbe sorgere al confine con la Turchia, lungo il varco di Evros. Lunga 12,5 km, questa nuova barriera non coprirebbe nemmeno un decimo del tratto di confine greco – turco: risulta palese lo spreco di milioni di euro per un’opera fallace, incapace di risolvere strutturalmente il problema. La difesa dei confini dalle orde africane ed asiatiche è un compito che la Grecia, così come la Spagna e l’Italia, deve condurre sulla base dell’accordo tra i Paesi Schengen. L’assenza di un piano a lungo termine ha spinto il governo greco ad ipotizzare questo tipo di risoluzione, seppure limitata e discriminante. I commenti giunti da Bruxelles non sono stati lusinghieri: ergere un muro sarebbe un gesto vergognoso che non comporta l’estinzione dei flussi di irregolari verso l’Europa. A detta dei greci l’atteggiamento dell’Unione Europea è ambiguo: si intima rigidità nella gestione dei confini marittimi e terrestri per poi bacchettare gli Stati che operano i respingimenti e innalzano barriere. Non si tratta di casi isolati, purtroppo: nell’enclave spagnola di Ceuta, situata nel nord del Marocco, Aznar ha fatto costruire una barriera metallica lungo i 9,7 km di confine; tra India e Bangladesh un’imponente muraglia di acciaio si staglia per 4.000 km; il muro di cemento in Cisgiordania separa palestinesi e israeliani e sono ben note le pressioni per un nuovo muro ai confini con l’Egitto, per bloccare il passaggio degli irregolari verso lo Stato ebraico. Muri e recinti stanno lì a rappresentare il mondo da cui i migranti sono tenuti alla larga ad ogni costo. Ma quegli stessi muri limitano il nostro sguardo sul futuro: che tipo di società e quale modello di convivenza civile stiamo progettando per il domani?

Australia. Tragedia di migranti nell’emisfero sud

•gennaio 11, 2011 • Lascia un commento

Non è solo il Mar Mediterraneo a raccontarci storie di drammatici naufragi di persone partite con l’intento di migliorare la propria vita o in fuga dalla disperazione della guerra, della fame, della paura. Il 15 dicembre un naufragio nell’Oceano Indiano, in corrispondenza delle coste occidentali australiane, ha causato la morte di oltre 50 migranti, riportando l’attenzione su un’altra area calda nel quadro internazionale delle migrazioni irregolari. A bordo di un peschereccio indonesiano viaggiavano 85 persone di diverse nazionalità che cercavano di raggiungere l’isola di Christmas. Tristemente nota alla cronaca come una delle più ambite mete di sbarco di migliaia di migranti irregolari provenienti dal sud-est asiatico con la speranza di ottenere lo status di asilo politico dal governo australiano. L’isola, infatti, dista 300 km dall’Indonesia e ben 2.000 km all’Australia continentale, un po’ come Lampedusa, geograficamente più prossima all’Africa che alla Sicilia. Con Lampedusa, la piccola isola di Christmas, condivide anche la presenza discussa di un centro di detenzione per immigrati. La sua costruzione ebbe inizio nel 2001, annata nera per gli sbarchi e le migliaia di richieste di asilo politico depositate da cingalesi, afghani e iracheni, e contrassegnato dallo stop all’immigrazione. Il progetto, costato 230 milioni di dollari, mirava alla realizzazione di un imponente centro di detenzione capace di ospitare fino a milleduecento persone, con un’area riservata ai minori, dotato di porte elettriche, di un sistema di videosorveglianza di ultima generazione e difeso dalle falesie inospitali dell’isola, che è stata soprannominata da allora “isola-prigione”, “Guantanamo dell’Oceano Indiano”. L’impatto dei numerosi arrivi di migranti irregolari ha operato un cambiamento demografico e sociale sull’isola: la popolazione è scesa dai 1.500 abitanti registrati nel 2001 a 396 nel 2004, riportandosi a circa 600 individui attualmente, di cui il 61% è cinese, il 23% malesiano e il 10% australiano. Superfluo dire che la prima lingua parlata è il cinese mandarino, in barba all’inglese che è la lingua ufficiale. Su due terzi dell’isola, inoltre, si estende un parco nazionale di rara bellezza, che però negli ultimi anni ha perso d’attrattiva sui turisti, risentendo del massiccio presidio di polizia a guardia delle coste.

L’Australia nell’ultimo decennio ha gestito il fenomeno immigrazione alternando momenti politici di estrema fermezza e chiusura ad altri di sostegno umanitario ai rifugiati. A seguito degli oltre 5.500 sbarchi nel 2001, l’anno successivo il governo conservatore del Primo Ministro John Howard ha inaugurato la “Pacific Solution”, una linea dura a contrasto dell’immigrazione: per mesi è stato negato l’asilo politico a cingalesi ed afghani; i boat people (“gente della barca”, coloro che scappano via mare dal proprio Paese) sono stati dirottati in Papua Nuova Guinea e in altre isolette in cui sono stati trattenuti per anni in attesa dell’esito della loro pratica; sono stati sdoganati i respingimenti dei barconi in mezzo al mare, strategia ben nota di rimbalzo di competenze tra stati dalle acque confinanti.

Nel 2007, l’elezione del laburista Kevin Rudd ha invertito la rotta, riaprendo le porte all’accoglienza dei profughi e stanziando ampie risorse per la gestione dell’immigrazione (ogni rifugiato “costa” allo Stato 84.000$ annui). La crisi internazionale, tuttavia, e la disoccupazione crescente, hanno gettato discredito sulla politica più comprensiva dei laburisti, alimentando il malcontento degli australiani che vedono negli asiatici dei concorrenti nell’accesso al mercato del lavoro, e temono la presenza straniera per ragioni di ordine identitario. Oggi gli australiani doc sono appena il 37% della popolazione, e sono in molti a nutrire inquietudine per l’aumento degli immigrati, come molte sono le avvisaglie xenofobe. Stati piccoli risentono maggiormente del tasso di saldo migratorio e, forse, maturano più in fretta le inconsce paure dell’invasione che, se convogliate male, si incarnano in odio e violenza. Soffia sul fuoco Mr Howard, che a gennaio ha tuonato contro i musulmani d’Australia, rivelando, ancora una volta, analogie con i fatti di casa nostra: “Questo è il nostro Paese; la nostra terra e il nostro stile di vita. E vi offriamo la possibilità di approfittare di tutto questo. Ma se non fate altro che lamentarvi, prendervela con la nostra bandiera, il nostro impegno, le nostre credenze cristiane o il nostro stile di vita, allora vi incoraggio fortemente ad approfittare di un’altra grande libertà australiana: il diritto di andarvene. Se non siete felici qui, allora partite. Non vi abbiamo forzati a venire qui, siete voi che avete chiesto di essere qui. Allora rispettate il paese che vi ha accettati.”

 

Costruire una moschea a Cagliari: realtà o utopia?

•dicembre 10, 2010 • Lascia un commento

Di recente si è svolto a Cagliari un incontro, organizzato dall’associazione Sardegna Palestina, avente per tema la costruzione di una moschea nel capoluogo regionale. Il dibattito ha messo in luce, in primo luogo, un’esigenza espressa da una parte della cittadinanza professante la religione islamica; in secondo luogo, ha riattualizzato le remore e le difficoltà in materia di edilizia cultuale in Italia e dunque di libertà di espressione religiosa; in ultimo, ha riproposto la riflessione sulla frammentazione dell’universo islamico, tema questo di primaria importanza se rapportato alla situazione nazionale che vede l’islam, seconda religione d’Italia, non ufficialmente legato allo Stato tramite il sistema previsto della stipula di un’Intesa, ossia di un patto con un organismo religioso che rappresenti interamente una comunità di fedeli. L’incontro non ha visto una partecipazione consistente di musulmani, né di cittadini cagliaritani interessati ad un approfondimento su un tema che facilmente accende gli animi. Questo dato può essere letto come espressione di quella frammentazione poco sopra citata, che vede l’islam rappresentato da più istanze a livello politico (Coreis, UCOII, Lega Musulmana Mondiale, Ismailiti), e per di più diviso, pacificamente ma gelosamente, in anime nazionali: l’islam marocchino, l’islam senegalese, l’islam pachistano e così via. La religione islamica, nata nel deserto della penisola arabica nel VII secolo, si è diffusa in tutto il mondo con una grande capacità di accoglimento nel suo seno di popoli distanti geograficamente e culturalmente, che hanno per così dire modellato un islam consono al proprio modo di concepire il culto e la spiritualità, nei limiti sia ben chiaro dell’ortodossia. Non si tratta, dunque, di divergenza di islam tra un tunisino e un senegalese: entrambi sono parte della comunità islamica, la umma, credono in Allah e nel suo profeta Muhammad, fanno la Salàt (la preghiera) cinque volte al giorno e la preghiera comunitaria il venerdì, se è nelle loro possibilità faranno almeno una volta nella vita il pellegrinaggio (al-Hajj) alla Mecca. Si tratta, piuttosto, di piccole varianti nello svolgimento delle ‘ibàdaàt (gli atti cultuali e di fede dovuti dal fedele ad Allah ed accuratamente trascritti dai giuristi), o di particolari devozioni a pii uomini irreprensibili nel loro credo e capaci di grandi gesta. Così si capisce perché ciascuna comunità immigrata prediligerebbe una moschea o sala di preghiera a proprio uso e consumo “etnico-nazionale”. Ciò accade per la comunità senegalese della provincia di Cagliari, che è riuscita a unire le forze e a dar vita ad un centro culturale con annessa sala per la preghiera comunitaria del venerdì. Non accade, invece, per gli altri musulmani che si incontrano nella piccola sala di preghiera del quartiere della Marina, inadeguata per dimensioni e ragioni architetturali ad ospitare i tanti fedeli. Il problema esiste, e la Costituzione ci viene in aiuto, sottolineando il diritto alla libertà di culto. Spetterebbe poi agli enti locali la traduzione in edifici religiosi delle richieste avanzate dalle comunità religiose, trattandosi di materia urbanistica. Urbanistica al vetriolo, però. Sono recensite in Italia 164 moschee, 222 sale di preghiera e 400 associazioni culturali islamiche, eppure l’idea di una nuova moschea provoca turbamento, soprattutto se dotata di minareto. A spaventare è anche la figura dell’imàm, colui che la preghiera la guida, e in lingua araba per giunta, fatto che in questi ultimi anni di attentati, sospetti attentati e guerre preventive è diventato un’aggravante, invece di costituire, tout court, la lingua veicolare della rivelazione coranica, chiave di volta della stessa religione islamica, inizialmente diretta (o discesa, seguendo il vettore della rivelazione da Allah – per il tramite dell’angelo Gabriele – a Muhammad) al popolo arabo. Tra timidi approcci o rivendicazioni provocatorie, il problema della moschea andrà prima o poi affrontato. Intanto, i No alle moschee in Occidente sembrano prevalere, non solo in Italia e in Svizzera, ma addirittura in Norvegia, dove sarebbe dovuta sorgere la moschea più a nord del globo, a Tromsoe, il cui progetto è stato sospeso l’8 novembre dal governo, in reazione alla situazione dei Cristiani d’Oriente e alla provenienza dei fondi per la realizzazione della moschea dall’Arabia Saudita, Paese in cui la libertà di religione è inesistente. In controtendenza una cittadina dell’Antartico, in territorio canadese, dove proprio il 5 novembre è stata inaugurata per gli 80 residenti musulmani una moschea di legno, costruita a Winnipeg e poi trasportata via fiume fino al porto di Inuvik. Ebbene, dopo un viaggio di 4.000 km, Allah è giunto al Polo Nord!

Permesso di soggiorno a…ostacoli!

•dicembre 10, 2010 • Lascia un commento

 

Il 9 dicembre è entrato in vigore il decreto del Ministero dell’Interno, sottoscritto dai ministri Maroni e Gelmini, che stabilisce che il permesso di lungo soggiorno (la ex “carta di soggiorno” rilasciata agli stranieri residenti stabilmente in Italia da almeno cinque anni) sia concesso allo straniero in possesso dei requisiti di legge (reddito e alloggio idonei, parere favorevole del casellario giudiziario…), ma previa verifica della sua conoscenza della lingua italiana. I test di lingua avranno inizio nel mese di febbraio e, pertanto, vi è la possibilità per gli interessati di prenotarli on-line già da ieri, con l’ausilio, qualora vi fossero delle difficoltà, dei patronati ACLI territoriali. Il test, inoltre, è obbligatorio solo per lo straniero extra-comunitario che non abbia conseguito una certificazione linguistica in passato, di livello non inferiore al secondo grado (A2) del Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue. Ne sono esentati anche i figli degli immigrati minori di 14 anni, i titolari di diploma di scuola secondaria italiana o di certificati di frequenza universitaria o dottorale, così come gli stranieri che han fatto ingresso nel nostro Paese come dirigenti, professori universitari, interpreti. Infine, non dovranno sostenere il test gli stranieri affetti da gravi limitazioni delle capacità di apprendimento. La prenotazione indirizzata alla Prefettura consente di essere convocato entro 60 giorni all’esame. I risultati verranno poi trasferiti alle Questure competenti, affinché possano procedere all’iter burocratico necessario al rilascio dell’importante documento. Il permesso di lungo soggiorno, infatti, comporta l’inespellibilità del cittadino straniero, e ne esplicita anche una sua scelta decisa a permanere in Italia, a fondarvi la sua famiglia o ancora a riunirla qui. La proposta di un test linguistico non è una novità italiana. In Danimarca il test è noto per la sua difficoltà. L’Olanda, ormai dal 2006, verifica le conoscenze degli stranieri in lingua, cultura e valori olandesi, ritenendo che sia segno di impegno all’integrazione un simile passaggio. Il fatto è che per uno straniero pagare 350 euro per sostenere l’esame è certamente un impegno più che di integrazione, di natura squisitamente economica! E gli olandesi non si erano fermati a questo: il test di conoscenza linguistica doveva svolgersi per via telefonica, e al momento del test di cultura, agli stranieri venivano propinate immagini di nudo e di baci omosessuali, per mettere alla prova la tolleranza  e l’adattabilità dei futuri ospiti, soprattutto turchi e marocchini, la cui religione sembra destare qualche inquietudine nei Paesi Bassi. Ma in cosa consiste la prova di lingua italiana e qual è la ratio che sta alla base di questa proposta? L’uniformità è il primo criterio, dunque in tutta Italia gli esaminandi sosterranno analoghe prove. Solo in Alto Adige gli amministratori locali hanno previsto anche un mini test di accertamento linguistico del tedesco, i cui risultati non incidono in materia di rilascio del permesso di soggiorno, eppure condizioneranno lo straniero nell’ottenimento di sussidi. L’esame, gratuito, si svolgerà negli istituti scolastici più vicini al luogo di residenza dello straniero, e consisterà nella comprensione di brevi testi ed espressioni correnti, per iscritto (al computer o “tradizionalmente” muniti di carta e penna) ed oralmente. Chi non dovesse superarlo, tra i circa 80.000 candidati previsti, non deve temere, potrà sostenere nuovamente il test ad libitum, magari impegnandosi un po’ di più! Il livello A2 presuppone una conoscenza basica di una lingua, utile a comunicare con un lessico semplice nelle situazioni di vita quotidiana. L’introduzione del test di lingua ha un valore simbolico forte. Benché non certifichi il livello di integrazione di un individuo, tuttavia è innegabile che costituisca un passaggio indispensabile in quella direzione. Aspettiamo i primi risultati, sperando che lo Stato, in prima persona o tramite finanziamenti alle associazioni di volontariato che si occupano di alfabetizzazione, adempia anch’esso al dovere dell’integrazione rafforzando il sistema di insegnamento serale rivolto agli stranieri e agevolandoli, così, nella riuscita.

 

Egiziani al voto: la trasparenza elettorale consiste nel sapere già chi vince?

•dicembre 10, 2010 • Lascia un commento

Il 28 novembre si è svolto il primo turno delle elezioni legislative egiziane, che porterà all’elezione dei deputati dell’Assemblea Popolare, il ramo basso del Parlamento. Sono 518 i seggi a disposizione, ma di essi 10 vengono assegnati direttamente dal Presidente della Repubblica, e 64 destinati, come quote rosa, alle donne. In Egitto si vota dal 1824, epoca di ingerenza britannica, ma in verità la popolazione non ha mai conosciuto elezioni libere, trasparenti e democratiche. A conforto di questa affermazione, ricordiamo che ogni appuntamento elettorale nel Paese ha sempre provocato scontri e lagnanze da parte dei candidati d’opposizione, incarcerati, avversati slealmente, esclusi pretestuosamente. Non si discosta dal “modello tradizionale” appena descritto, quest’ultima elezione: sette feriti nella giornata di domenica e l’omicidio del figlio di un candidato pugnalato mentre affiggeva dei manifesti a sostegno del padre. Il clima politico era turbato già da un anno. Nel 2009, infatti, il governo egiziano ha proceduto all’arresto di 5.000 sostenitori dei Fratelli Musulmani, movimento non legalmente riconosciuto, poiché la Costituzione bandisce i partiti politici basati su fondamenti religiosi. Ciononostante, i Fratelli Musulmani sono la prima forza d’opposizione al PND (Partito Nazionale Democratico), partito del presidente Mubarak, e questo grazie alle candidature indipendenti che nelle precedenti elezioni del 2005 hanno portato alla conquista di 88 seggi. I Fratelli Musulmani godono di ampi consensi, soprattutto nelle frange disagiate della società che vengono assistite a livello scolastico, sanitario, economico e, chiaramente, spirituale. Negli ultimi anni, due correnti interne hanno preso a fronteggiarsi nel movimento: da un lato, i modernisti favorevoli al tentativo di conciliare islam e principi democratici, aperti al riformismo; dall’altro, i fautori di un islam rigido e imperniato sulla rivendicazione della sharì‘a a governo della società.  Hosni Mubarak, l’ottantaduenne presidente della Repubblica in carica dal 1981, preferisce tenere il Paese sotto la morsa dell’autoritarismo offuscando le istanze positive dell’islam e, di contro, denunciando la sua ala estremista. Così facendo, si assicura il mantenimento dell’alleanza fruttuosa con gli Stati Uniti. Questi ultimi, infatti, convogliano nelle casse egiziane 2 miliardi di dollari all’anno di aiuti economici e militari, rientrando nei loro interessi la stabilità del Vicino Oriente, che passa necessariamente da quella del Paese del Nilo. Un rafforzamento dei Fratelli Musulmani, delineerebbe, pertanto, l’incubo di una riapertura del fronte militare contro il confinante Stato Ebraico. La vittoria di Hamas in Palestina, poi, rende il quadro più temibile agli occhi del colosso americano.  La stabilità dell’Egitto, però, nasconde una polveriera: sono oltre 40 milioni gli elettori su una popolazione di 82 milioni di abitanti, eppure l’affluenza alle urne è sempre più limitata. I dati ufficiali parlano del 25%, le ONG che vigilano sul processo elettorale, chiuso invece agli osservatori occidentali, hanno un riscontro del 10% di affluenze. Anche questo dato è tristemente in linea con il “modello tradizionale”: nelle presidenziali del 2005, prime elezioni nella storia d’Egitto pluraliste e a suffragio universale, Mubarak fu eletto con l’88% delle preferenze, espresse però dal solo 23% dell’elettorato. Intimidazioni e brogli sono le uniche trasparenze del sistema: il PND proprio ieri divulgava la conquista di 910 voti nella 234° sezione elettorale. Peccato che in quella sezione abbiano votato 378 persone! Le legislative in corso sono strategiche per l’andamento delle prossime presidenziali: il progetto di Mubarak contempla un unico risultato, senza “sbavature pluraliste”. Un’Assemblea targata PND sarà certo in grado, nel 2011, di appoggiare la sua sesta candidatura.

 
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