Per taluni sono una risorsa, un’opportunità. Per altri un fattore disturbante se non anche un pericolo. Parliamo di immigrati, ma nemmeno sul termine c’è un accordo di fondo: il termine “immigrato” comincia ad essere avvolto da un manto marginalizzante, così gli vengono preferiti il più generico e poetico “migrante”, o la dicitura in apparenza più calorosa di “cittadino straniero”. “Extracomunitario” è invece fuorviante: non comprende a rigor di logica i numerosissimi rumeni che abitano nel nostro Paese e sono oramai cittadini europei, ed esclude nell’immaginario collettivo gli Statunitensi, quasi non li si volesse offendere affibbiandogli un simile epiteto. Sorridiamo su questi disaccordi linguistici, e passiamo ai nostri “fratelli immigrati”, come li ha definiti Don Marco Lai, direttore della Caritas diocesana di Cagliari. E siccome una rigida e classista selezione all’ingresso non è contemplata dal nostro ordinamento – e menomale, perché significherebbe pretendere in modo retrogrado e fallace una manodopera a basso costo e a tempo determinato, priva e privata di diritti -, tra i nostri “fratelli immigrati” ve ne saranno pure alcuni dediti ad attività illecite, ma dati alla mano, il binomio immigrazione-delinquenza non regge all’esame della lente d’ingrandimento. Questo a testimonianza del fatto che la conoscenza salva dagli errori grossolani e dall’approssimazione che ci spinge con lenti deformanti a identificare negli immigrati dei nemici, soltanto dopo aver sentito che un cinese ha commesso un furto o che un marocchino spacciava sostanze stupefacenti. Non può che sorprendere favorevolmente, allora, la scelta del XIX Dossier Caritas/Migrantes presentato mercoledì 28 ottobre a Cagliari, di eleggere a sottotitolo dell’organico lavoro lo spot “Immigrazione: conoscenza e solidarietà”. La conoscenza è un passaggio fondamentale, capace di far scattare comprensione e rispetto, indi rapporti solidaristici forti. I numeri e le statistiche talvolta annoiano i non addetti ai lavori, ma è rilevante riportare alcuni dati utili a chiarificare il fenomeno immigrazione in Italia. Sono oltre 4 milioni i cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia, e per la prima volta il numero degli immigrati raggiunge e supera il numero degli italiani all’estero. L’incidenza della popolazione immigrata sul totale della popolazione italiana, inoltre, è pari al 7%: siamo al terzo posto in Europa dopo la Germania, che ospita 7 milioni di immigrati, e la Spagna che ne accoglie oltre 5 milioni. Non cambiano dati quali la preferenza del Nord Italia come area di insediamento, per le ovvie migliori opportunità di inserimento lavorativo (solo la Lombardia ospita ¼ della popolazione immigrata), la giovane età dei migranti (ben il 70% ha meno di 40 anni, e sono ben 862mila i minori), il tasso di fecondità delle donne straniere superiore a quello delle donne indigene e il contributo offerto all’economia dei Paesi d’origine grazie alle rimesse. Se a livello nazionale, poi, le collettività più presenti sono i Rumeni (800mila), a cui seguono Albanesi (440mila), Marocchini (400mila), Cinesi (170mila) e Ucraini (150mila), in Sardegna il fenomeno si declina diversamente. Sull’isola, secondo il Dossier 2009, sono presenti 30.000 stranieri, una media di 2 immigrati ogni 100 abitanti. L’incidenza della popolazione immigrata sui locali è dell’1,8% (era dello 0,6% nel 2001). L’età media è di 32 anni, contro i 44 anni della media regionale, e solo il 3,1% degli immigrati ha più di 65 anni. I minori, il 56% dei quali nati in Italia, sono 4762, e nel 2008 sono risultati iscritti a scuola 3500 bambini e ragazzi. È la Provincia di Cagliari il polo d’attrazione per gli immigrati, con il 61% di presenze. A seguire la Provincia di Olbia-Tempio, a vocazione turistica, e la Provincia di Sassari. Fanalino di coda il Medio Campidano, mentre l’oristanese accoglie il 5,8% degli stranieri residenti. Rumeni, Marocchini, Cinesi e Senegalesi le comunità più numerose, ma a Cagliari sono i Filippini al vertice di questa particolare classifica, impiegati in maniera preponderante nel lavoro domestico. Non avremo i numeri di altre regioni del Centro-Nord, ma forse proprio per questo la programmazione politica in materia di immigrazione (dalla mediazione linguistica – culturale in ambito scolastico, sanitario e penitenziario, agli aiuti rivolti alle categorie svantaggiate) dovrebbe godere di una più agevole gestione, e investire con lungimiranza nel gettare le basi di una società multiculturale, che sia a tutti gli effetti arricchita dalla diversità, senza paure indotte e con il cuore aperto alla solidarietà!
IL MONDO IN CASA: presentazione del Dossier Caritas/MIgrantes a Cagliari
•Ottobre 29, 2009 • Lascia un CommentoLegge anti-burqa
•Ottobre 22, 2009 • Lascia un CommentoLa Lega Nord torna all’attacco e le polemiche imperversano anche nei salotti pomeridiani della TV. Quale la problematica degna di meritarsi un rumoroso spazio dialogico nella fascia oraria del gossip e delle chiacchiere da mercatino rionale? Ebbene, a dar l’occasione ad opinionisti improvvisati o professionali di aprir bocca è la querelle sul velo integrale indossato da alcune donne di religione islamica: il burqa impedisce l’identificabilità di una persona? Chi lo porta costituisce una minaccia per l’ordine pubblico?
Così la Lega, protagonista estiva di polemiche e proposte di bassa politica, se la prende con i musulmani, ricamando intorno ad una faccenda seria degli orli strumentali al discredito e alla discriminazione di parte della popolazione del nostro Paese che ha la “colpa” di professare una religione diversa da quella della maggioranza (l’islam, comunque, è la seconda religione in Italia), che ha la “colpa” di avere tratti somatici diversi dai nostri, e ha la “colpa” di condividere la provenienza geografica o quella stessa religione con qualche individuo che non ha fiducia nel mondo e vuole farci saltare tutti in aria, o che non ha fiducia in sé stesso e sfoga il suo malessere interiore sui familiari uccidendoli senza pietà in nome della propria religione o dell’onore.
Insomma, una faccenda tutt’altro che banale quale l’ordine pubblico, viene scavalcata, mistificata e gettata in un calderone di rivendicazioni razziste a cui seguono risposte politiche dall’altro lato degne delle provocazioni stesse: miseria di inizio secolo o strascichi di fine secolo, fatto sta che cercheremo di dare un aspetto razionale alla questione burqa, affinché ciascuno possa costruirsi un’idea in merito.
Innanzitutto la confusione terminologica non fa mai bene all’interno di un discorso. Occorre negoziare un senso comune attribuibile a ogni parola, onde evitare incomprensioni, monologhi inutili al fine dello scambio di idee, o dialoghi con i muri. Velo (hijàb), chador, hayek, niqàb, burqa: ognuna delle precedenti parole descrive, in un climax ascendente quanto alle parti del corpo tenute nascoste, un capo d’abbigliamento diverso, usato in aree geografiche diverse, dal peso e dalla forma diversi, il cui uso si fonda su motivazioni diverse, siano esse religiose, estetiche o culturali. Il burqa, per intenderci, è quel manto che copre tutto il corpo di una donna, usuale in Afghanistan, e contraddistinto da un reticolo all’altezza degli occhi, che consente a malapena di respirare e vedere al di là. E non solo appare ai nostri occhi umiliante che una donna venga celata sotto un simile ammasso di stoffa, ma ancor più grave risulta il pensiero che anche il suo sguardo sia controllato: per osservare qualcosa o qualcuno che ti ha colpito, è necessaria una rotazione del corpo. La retina è funzionale a uno sguardo da cavallo da corsa, che ha davanti a sé il suo obiettivo. Di quale obiettivo si parli, per una donna trattata da minore a vita e sottomessa alle scelte degli uomini della non sta a noi giudicare se si parla di donne che vivono nel proprio Paese, e a cui è difficile se non addirittura violento imporre un modus vivendi come più ci aggrada dall’oggi al domani. Ma se il burqa viene indossato per le strade di una qualunque città d’Italia, questo può essere ammesso?
La Lega sostiene di no, e cerca di attuare una modifica alla Legge n. 152 del 1975 attinente alle disposizioni a tutela dell’ ordine pubblico, che all’art. 5.1 recita: “E’ vietato l’uso dei caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”. L’intento del Carroccio è quello di togliere dal testo di legge attuale il “giustificato motivo” di indossare oggetti o indumenti che impediscano il riconoscimento della persona, cosicché la religione islamica – o una particolare interpretazione -, non sia giustificativa della contravvenzione alla norma. La pericolosità di un individuo a volto coperto può essere immaginata o immaginaria, fermo restando che è bene nei luoghi pubblici che il viso di ciascuno di noi risulti visibile, riconoscibile. Ma tale esigenza non nasce né deve nascere da allarmismi terroristici o da discriminazioni, né deve fungere da propellente per attacchi razzistici o discorsi da colonizzatori di popoli incivili. Insomma, se passa la modifica alla Legge n. 152, una donna che veste il burqa rischierà fino a due anni di carcere e un’ammenda di duemila euro, e tutto questo per la tutela dell’ordine pubblico.
Eppure i leghisti si son fatti bruciare sul tempo: analoga proposta di divieto al burqa e al niqab (indumento che copre tutto tranne gli occhi) è stata avanzata nel maggio di quest’anno da una deputata marocchina del Pdl, Souad Sbai ed è ora in discussione alla Camera. Tra l’altro non costituisce una novità nel panorama europeo, né arabo: in Olanda e Francia esistono leggi in proposito, in Afghanistan fu abolito l’uso obbligatorio del burqa con la caduta del regime talebano, di recente lo shaykh Al-Tantawi dell’università islamica di Al-Azhar, in Egitto, ha coraggiosamente condannato il niqàb. Anche dai Radicali Italiani si levano voci favorevoli alla presa di posizione contro il burqa: la Bonino sostiene che indossare il burqa o il niqàb in pubblico viola le leggi dello Stato e il “concetto della piena assunzione della libertà individuale”. Il Pd non è d’accordo: violazione della libertà religiosa e legge razzista. Voi che ne pensate?
Educazione al martirio in TV
•Luglio 31, 2009 • Lascia un Commento
Durante la seconda Intifada i palestinesi hanno usato oltre duecento minori come corrieri, messaggeri e kamikaze negli attacchi ai militari e ai civili israeliani, malgrado le proteste delle maggiori organizzazioni internazionali che lottano contro lo sfruttamento dei bambini soldato e rivendicano il rispetto della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989. Secondo il professor Volkan (psichiatra, Professore alla University of Virginia), il reclutamento di martiri così giovani d’età si spiega con la certosina opera di indottrinamento condotta ai loro danni dagli adulti:
per prima cosa, i gruppi estremisti vanno alla ricerca di minori problematici o dall’identità disturbata; secondariamente, trasferiscono in loro i concetti di identità di gruppo etnico-religioso, cancellando l’individualità in nome del fine maggiore, ovvero l’interesse della comunità d’appartenenza. Considerando il clima che si respira in Vicino e Medio Oriente, e in special modo nei Territori palestinesi, in cui i bambini socializzano presto con la guerra, con il culto del martirio, i racconti e i video musicali di chi combatte la resistenza, i video di chi si appresta al martirio, non risulta difficile intuire la disponibilità dei più a diventare shahiid.
Il conflitto arabo-israeliano, pertanto, si perpetua in maniera meno esplosiva certo, ma non per questo meno dannosa, anche tra i più piccoli, in televisione come a scuola. Su Al-Aqsa TV, il canale televisivo di Hamas, è andato in onda da aprile 2007 un programma per bambini intitolato “Pionieri del domani”. In studio una giovanissima conduttrice di undici anni, Sarah, rigorosamente velata. Al suo fianco un pupazzo di nome Farfur, in tutto simile al disneyano Topolino. Entrambi inneggianti alla resistenza palestinese, incitavano i piccoli spettatori all’odio contro gli ebrei, definiti “cani”, “nemici di tutti i bambini”, “assassini”.
Un autentico programma fondamentalista, che mira alla stigmatizzazione dell’invasore e all’esaltazione fiera della cultura araba e dell’islam trionfatore sugli infedeli. Apice del programma, considerato “educativo” da Hamas, è stata la morte in diretta di Farfur a seguito del pestaggio subito da due israeliani che volevano sottrargli i documenti e la terra degli avi. La morte è stata annunciata con apprensione da Sarah che ha didatticamente spiegato ai telespettatori come Farfur sia diventato eroicamente martire. Benché abbia destato scandalo a livello internazionale, il programma è proseguito con nuovi personaggi, i cugini di Farfur: l’ape Nahoul e il coniglietto Assoud. Il primo è morto “martire” tra le braccia dei suoi cari perché non ha potuto lasciare Gaza e andare a farsi operare in Egitto, mentre il secondo, che sosteneva vivacemente il boicottaggio dei prodotti israeliani e danesi (divenuti “nemici del Profeta Muhammad” dopo la pubblicazione delle vignette satiriche) e istigava alla distruzione degli “ebrei codardi”, al punto da affermare di volerli fare a pezzi e mangiarli in un sol boccone, è morto a causa delle gravi ferite riportate a seguito di un attacco israeliano a Gaza. Pronto a sostituire i pupazzi martiri, ecco Nassur, l’orsetto! Il suo ardente desiderio è quello di unirsi ai combattenti della Brigata di ‘Izz ad-din al-Qassam per difendere con le armi i “bambini palestinesi, i bambini che sono stati uccisi, gli orfanelli”. Incitando alla lotta contro i sionisti, Nassur invita i piccoli telespettatori ad emulare la sua scelta, perché occorre essere pronti, come sottolinea la piccola Sarah nella puntata andata in onda il 13 febbraio 2009, a “sacrificarsi per la nostra terra”.
La televisione che promuove la violenza e manipola chi non ha gli strumenti per difendersi: quale futuro di pace è auspicabile dove si semina l’odio tra i bambini, gli uomini di domani? Quale dialogo può essere possibile tra palestinesi e israeliani se gli uni educano al martirio e gli altri, sin dalla scuola primaria, improntano i programmi al razzismo elitista, allo sciovinismo e alla militarizzazione?
I manuali scolastici israeliani, infatti, sono impregnati di ideologia militarista e di estremismo religioso. Un ricercatore universitario israeliano ha condotto una ricerca sulla tendenza di Israele a perpetuare il conflitto attraverso i libri stampati dal Ministero dell’educazione ad uso dei ragazzi in età scolare. Catalizzatori di odio, questi libri privano gli arabi di umanità, descrivendoli come primitivi, violenti, criminali, assassini, ladri, sporchi, scansafatiche, in un’ottica di vincitore e vinto di una guerra considerata “umanitaria” e combattuta contro un nemico che si ostina a non riconoscere il diritto “divino” di Israele a esistere. Difficile a realizzarsi, ma imperavo più che mai, appare quindi lanciare una crociata contro i pregiudizi e gli stereotipi che bloccano arabi e israeliani in rigide rappresentazioni di sé, sin dall’infanzia, contribuendo a ostacolare i passi di avvicinamento e conoscenza reciproca che porterebbero a una via d’uscita da questo intricato labirinto di specchi deformanti.
Arianna OBinu
Gheddafi e le donne
•Giugno 17, 2009 • Lascia un Commento
Dopo quarant’anni la “Guida della grande rivoluzione della Grande Jamahiriyya (Stato delle masse) popolare e socialista”, per dirla breve, il “fratello guida” Muammar Gheddafi, è tornato in Italia. Una visita che il giornale libico Al-Gamahiriyya ha salutato come “storica”, in quanto ha inaugurato “un’epoca nuova fondata sull’amicizia tra Libia e Italia”, che in un certo senso “chiude la ferita sanguinante che il colonialismo italiano aprì nel popolo libico anni addietro”.
Il leader libico dopo il colpo di Stato e la deposizione del re Idris nel 1969, non aveva mai compiuto una visita ufficiale nel nostro Paese, e anzi il quotidiano libico sopra citato qualche tempo fa sosteneva che fosse “più facile che Gheddafi un viaggio su Saturno piuttosto che a Roma”. Le bizzarrie del presidente Gheddafi non sono certo una novità, ma dalla discesa dall’aereo alla sua partenza, lo spettacolo a cui il popolo italiano ha assistito perlomeno delle perplessità le ha suscitate. Certamente un quarto delle importazioni italiane di petrolio dipendono dalla Libia, ed è indubbio che il passato coloniale – disseminatore di espropri di terreni, confische di beni, repressione e sfruttamento della popolazione locale, deportazioni e condanne a morte -, abbia lasciato ampi strascichi. Eppure la prosopopea che ha distinto i discorsi e accompagnato ogni passo del raìs non sembra giustificabile.
In particolare, mi riferisco all’incontro con una platea di donne tenutosi all’Auditorium del Parco della Musica il 12 giugno. Forte della propria convinzione di essere “emancipatore delle donne”, Gheddafi ha citato due nomi su tutti che hanno contribuito alla grandezza culturale dell’Italia: Matilde Serao e Claudia Cardinale. Interagendo con un pubblico mormorante, ha suggerito la lettura delle opere della giornalista e narratrice napoletana, arrivando a provocare le presenti come segue: “Cercatela e leggetela (“Una fioraia”, racconto del 1883, n.d.a.). Se non ce l’avete vi mando il libro”. Parole che lasciano interdetto anche chi si è apprestato all’ascolto con animo aperto e pacifico. In contrasto con i toni ironici impiegati (“Conoscete Claudia Cardinale?”), il leader libico ha sostenuto la necessità di un cambiamento culturale e sociale del ruolo della donna, considerata mero “pezzo di mobilio” nel mondo arabo-islamico: “C’è bisogno di una rivoluzione femminile, non dobbiamo sopraffarla e commettere ingiustizie contro di lei, deve avere gli stessi diritti dell’uomo. Senza la donna, la società cammina su una gamba sola e invece deve camminare su due gambe”. Parole su cui è impossibile non essere d’accordo, anche se resta opinabile l’etica del personaggio che le ha pronunciate. Gheddafi è l’autore del Libro Verde, edito nel 1975, in cui delinea la propria concezione di democrazia diretta e di società. Nella terza parte, consacrata ai Fondamenti sociali dello Stato, il raìs dedica un paragrafo alla donna. Una fedele traduzione di alcuni passaggi del testo chiarirà al lettore il perché delle perplessità sulla reale volontà di cambiamento ispirata da Gheddafi nei suoi discorsi e nelle sue generose proposte di aiuto avanzate ai francesi per l’emancipazione della donna europea!
“La donna è un essere umano, l’uomo è un essere umano; fin qui non vi è alcun punto di divergenza. Di conseguenza l’uomo e la donna sono uguali…
La donna mangia e beve come l’uomo… La donna ama e odia come l’uomo… La donna pensa apprende e capisce come l’uomo… Come l’uomo, la donna ha bisogno di un tetto, di abiti e mezzi di trasporto… Come l’uomo sente fame e sete… Come lui, la donna vive e muore. L’esistenza dell’uomo e della donna, e non unicamente dell’uomo o unicamente della donna, deve allora rispondere a una necessità naturale…
Ne consegue che nessuno dei due è identico all’altro e che l’esistenza di una differenza naturale tra uomo e donna è dimostrata dal fatto stesso che siano stati creati entrambi. (sostanzialmente segue l’elenco delle diversità “naturali”: la donna è diversa perché ha il ciclo mestruale, perché resta incinta, da alla luce i figli e li cresce)…
La rinuncia del ruolo naturale della maternità da parte della donna, così come l’affidare i bambini al nido, significa già rinunciare alla società umana e trasformarla in una società biologica basata sulla vita industriale.
Separare i bambini dalle madri e portarli al nido equivale ad assimilarli a dei pulcini, perché i nidi sono come allevamenti di volatili che ospitano i pulcini non appena si è schiuso l’uovo…
La donna che ha bisogno di un lavoro che le impedisce di svolgere il suo ruolo naturale non è libera, ma è costretta dalla necessità, e la necessità costituisce un freno alla libertà.
Rivendicare la parità tra uomo e donna nel trasporto di carichi pesanti, quando la donna è incinta, è ingiusto e crudele.
Rivendicare l’uguaglianza tra loro in occasione del digiuno (durante il mese di Ramadan sacro ai musulmani, n.d.a.) se la donna è incinta o sta allattando, è altrettanto ingiusto e crudele.
Rivendicare l’uguaglianza tra loro per i lavori infimi che ne corrompono la bellezza e ne degradano la femminilità, è ancora ingiusto e crudele…
La costituzione fisica, naturalmente differente tra uomo e donna, implica delle differenze nel funzionamento dei loro organi e conduce a una naturale differenza fisiologica tra loro, che si traduce in diversità di mentalità, spirito, sensibilità. La donna è affettuosa, bella, emotiva e paurosa. In breve, la donna è dolce e l’uomo brutale, e questo in virtù di loro innate caratteristiche.
Ignorare le differenze naturali tra uomo e donna significa confondere i loro ruoli, procede da un’attitudine contraria alla civiltà, ostile alle leggi di natura, nefasta per la vita umana e causa di miserie nella vita sociale”.
Certamente Gheddafi riterrà per una donna più femminile e “naturale”, – nonché più dinamico (in riferimento alle suppellettili!) -, il ruolo di guardia del corpo, dal momento che è circondato da ben quaranta vergini in uniforme, ben truccate e, si vocifera, agghindate con accessori Gucci! E che onore essere parte di un corpo militare così importante creato appositamente perché le donne, in fondo, sono “naturalmente” meno pericolose e ribelli dei pretoriani uomini, no?!
Fa inorridire l’apparato teorico di strumentalizzazione dei diritti della donna e di gentile aiuto all’emancipazione proveniente da personaggi eticamente corrotti e che legano alla propria insana vanità le sorti di popoli interi. Voltiamo pagina.
Arianna
Monumenti aperti…all’aperto!
•Maggio 6, 2009 • Lascia un Commento
I giornali, all’indomani della due giorni culturale di “Monumenti aperti”, hanno parlato di 100.000 visitatori che si sono avvicendati tra palazzi storici, chiese e percorsi museali cagliaritani tra sabato 3 e domenica 4 maggio. Un successo anche per questa tredicesima edizione, baciata dal sole e premiata dalla massiccia affluenza di turisti. Gli itinerari naturalistici non sono risultati tra le mete preferite, tra cui spiccano invece la Galleria municipale d’arte e la Casa massonica di piazza Indipendenza, ma forse proprio per questo chi ha scelto di visitare la Sella del Diavolo, il colle di Sant’Ignazio o il parco di Molentargius ha avuto la fortuna di godere indisturbato di immensi spazi verdi e di un tiepido sole, avendo l’opportunità di arricchire la benefica passeggiata all’aria aperta di valide informazioni storico-culturali su questi luoghi simbolo della città di Cagliari.
Uno su tutti il Parco regionale di Molentargius (in sardo “asinaio”, legato al fatto che gli asini erano impiegati per il trasporto del sale) e l’annessa zona delle Saline, che offrono oltre mille ettari di spettacolo naturalistico: zona umida più vasta dell’isola e di rilevanza internazionale, il Parco comprende distese d’acqua dolce e salata sfruttate per l’estrazione del sale sin da epoca punica fino al 1985 (l’espansione urbana e l’inquinamento hanno determinato la chiusura degli impianti), e ospita oltre duecento specie di uccelli e la tipica vegetazione palustre. Lo sguardo spazia all’orizzonte incontrando il litorale del Poetto, in una cornice silenziosa e rilassante.
Ideale approfittare di un’escursione in bicicletta (vi è un apposito noleggio) circondati da fenicotteri rosa e fiori di campo, cercando di immaginare le macchine industriali e i canali in funzione È nel Settecento che l’attività estrattiva prese piede, a seguito della forte richiesta di sale dei Paesi del Nord Europa.
Le saline marittime costituiscono l’attività industriale dai più bassi costi di produzione: sole, vento e mare sono gli elementi di base, a cui si deve aggiungere la manodopera. Per la raccolta di centomila tonnellate di sale occorreva il lavoro di mille uomini. Se si pensa alla canicola della seconda metà d’agosto, periodo in cui il sale veniva estratto, si capisce la fatica degli operai del sale, costretti a frantumare gli agglomerati di sale a colpi di zappa e a caricare i sacchi sulle spalle. Molti morivano e la necessità di non diminuire la produzione portò all’utilizzo dei carcerati come forza lavoro coatta.
Nei pressi degli impianti d’estrazione nacque negli anni 1920-1930, la “città del sale” ispirata alla tradizione inglese della città-giardino, formata dai capannoni industriali (laboratori chimici e magazzini), dalle abitazioni degli operai e degli impiegati, dal dopolavoro (trasformato oggi nel teatro Le Saline) e dalla piccola chiesa del Santissimo Nome di Maria. Tutte le strutture sono costruite in mattoni rossi, in stile liberty, e conferiscono un aspetto particolarissimo all’area. Un Parco cittadino da vivere tutti i giorni per fare sport e passeggiate, e soprattutto aperto tutto l’anno, a differenza di alcuni monumenti abbandonati alla polvere per 363 giorni e riaperti eccezionalmente in occasione di questa manifestazione il cui nome, e in primis il suo fine, dovrebbe mutare in “Monumenti aperti tutto l’anno”!
Ethnikà
•Aprile 25, 2009 • Lascia un Commento
L’assessorato alle Politiche Sociali, Famiglia e Immigrazione della Provincia di Cagliari organizza la terza edizione di Ethnikà, incontro tra i popoli. Il 1 maggio 2009 presso il parco di Monte Claro.
San Giorgio, santo di cristiani e musulmani
•Aprile 21, 2009 • Lascia un Commento

Cagliari. In occasione della presentazione di un libro-diario sulla Palestina, opera di Gianluca Solera, ho avuto modo di scoprire che la venerazione per san Giorgio in Terra Santa è condivisa sia dai fedeli cristiani (cattolici e ortodossi), sia dai musulmani. Finalmente, ho pensato, un aspetto che lega e unisce, invece che dividere o distinguere. La particolare spiritualità che si vive nei luoghi santi ha dato vita a una comunanza nella fede difficile anche solo a pensarsi, per chi come noi riceve gli echi dell’odio e della guerra che straziano le popolazioni della Palestina storica.
Ad assegnare un valore ancor più ampio al culto di San Giorgio, è il fatto che fosse turco di nascita e di madre palestinese, e che lottò per liberare Beirut (sic!) dalle angherie di un drago che teneva sotto assedio la città divorandone i giovani. San Giorgio, alto ufficiale dell’esercito romano, riuscì a sconfiggerlo grazie al suo coraggio, ma soprattutto grazie alla fede in Cristo. Proprio la conversione, a cui fecero seguito la liberazione degli schiavi e la donazione dei suoi beni agli indigenti, fu causa delle persecuzioni che subì ad opera dei Romani di Diocleziano, che finirono per torturarlo e decapitarlo a Nicomedia, il 23 aprile del 303. La fede, infatti, unisce al di là della provenienza geografica, al di là della nazionalità delle persone, innestando nuovi e più universali legami tra i credenti.
Il martire Giorgio fu così apprezzato per la generosità e la forza morale cui improntò la sua vita, che a partire dal XII secolo gli inglesi lo riconobbero Santo Patrono nazionale, adottandone il drappo caratterizzato da una croce rossa su sfondo bianco.
Sebbene San Giorgio visse circa quattro secoli prima della nascita dell’islam, la sua fama in Palestina era sempre viva nel VII secolo, tanto più che la sua salma fu portata al paese in cui era cresciuto, Lod (oggi Lydda, in territorio israeliano), e la sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggio. Sopra la tomba del santo sorge oggi una chiesa ortodossa omonima, costruita a fianco di una moschea anch’essa dedicata a San Giorgio (al-Khadr) e Omar.
San Giorgio è noto presso gli arabi cristiani come al-Khadr (il “verde”). È il santo che porta l’acqua e la fertilità, che protegge dai mali e guarisce dalle infermità. In tutta la Palestina il 23 febbraio si festeggia la nascita di al-Khadr, in corrispondenza dei riti tradizionali di apertura della stagione primaverile e dei lavori nei campi, il che non è casuale, se si riflette anche sull’etimo di Giorgio, nome derivante dal greco che significa letteralmente “lavoratore dei campi”. San Giorgio è presente nella vita quotidiana dei cristiani palestinesi: il rumore del tuono ricorda il cavallo bianco del santo al galoppo; se cade il pane da tavola, è segno che San Giorgio vuol essere invitato a condividere la mensa; quando viene costruita una casa, si appone una lastra con un’immagine relativa alle storie del santo, allo stesso modo in cui i musulmani apporrebbero una lastra raffigurante la sacra Ka’bah sita a La Mecca. Per i musulmani, al-Khadr è il profeta Elia, citato nel Corano come guida suprema di Mosé nella via della saggezza (cf. Sura XVIII, La Caverna).
Quel che risulta più interessante, però, è la grande Festa in onore del santo che ha luogo annualmente, nel mese di maggio, nel villaggio di al-Khader, nel distretto di Betlemme. È una festa che accomuna musulmani e ortodossi, nelle offerte votive, nella preghiera e nel momento conviviale all’aperto, all’ombra degli ulivi. I fedeli cristiani giungono in processione da Betlemme e da altri centri vicini, portando al santo piccoli oggetti o offrendogli sacrifici animali (abitualmente agnelli) nel cortile della chiesa: il sangue dell’animale sacrificato viene conservato e portato via in ampolle, perché protegga il focolare domestico. I musulmani accolgono all’ingresso i pellegrini, offrono anch’essi in sacrificio un animale (in alcuni casi vivo, il che non è accettato dall’ortodossia islamica) e poi entrano in chiesa a pregare: vi è un quadro di San Giorgio posto in direzione de La Mecca che funge da qibla, ossia da “direzione” per la preghiera.
Un giorno di condivisione profonda che affonda le sue radici in secoli di rispetto reciproco e abitudine alla multireligiosità e multietnicità delle genti di una Terra santa culla di tante civiltà e ingiustamente, e per meri fini politici, abbandonata alla legge dell’arroganza e del predominio.
Arianna
Pakistan: diritti calpestati
•Aprile 7, 2009 • Lascia un CommentoPakistan: una ragazza frustata in pubblico. 34 colpi ben assestati da un barbuto con il volto coperto aiutato da due giovani, uno dei quali fratello della vittima. La giovane, sposata, è stata accusata di avere una relazione con un altro uomo, e per tale ragione fermata e punita in modo esemplare sulla base di meri sospetti. I protagonisti della violenza hanno dichiarato che alla giovane è stata risparmiata la denuncia ai Tribunali religiosi, che prevedono per simili reati la pena della lapidazione. È passato un mese da quando nella zona nordoccidentale del Pakistan è entrata in vigore la Legge islamica, la sharì’a, e questa raccapricciante esecuzione sembra suggerire che l’applicazione di suddetta Legge funziona, e mettere in guardia i cittadini da comportamenti inammissibili al setaccio dell’etica religiosa islamica. Roccaforte talebana al confine con l’Afghanistan, la regione montagnosa della Valle dello Swat è protagonista di una guerriglia contro il governo regionale e di attacchi alle truppe Nato di stanza in Afghanistan che si sono placati a seguito della tregua pattuita a fine febbraio che ha portato all’introduzione della Legge islamica quale contropartita alla fine delle ostilità. Tempi difficili per le donne e per la gente dello Swat: da regione turistica tra le più suggestive del Pakistan (piste da sci e foreste incantevoli) a covo di terroristi autoritari che ora hanno carta bianca per instaurare un “regime” retto su corti islamiche ed epurazione dalle tentazioni sataniche, dalla musica alle donne: obbligate a portare il burqa e costrette all’invisibilità sociale, le donne non potranno più parlare in pubblico né andare a giro da sole. Tempi duri anche per le comunità religiose cattoliche e protestanti che risiedono nell’area, intimorite dagli attentati a scuole e negozi, e prive di garanzie sul rispetto dei propri diritti. Oltre 160 le scuole bombardate, soprattutto istituti femminili retti da missionari: il Convent Girls’ School delle suore carmelitane srilankesi è saltata in aria nel settembre scorso, dopo mesi di minacce ad opera di un gruppo estremista islamico, il Jan Nisaran-e-Islam, che accusava le missionarie di proselitismo e di corruzione morale delle allieve musulmane, ed esortava (eufemisticamente) le famiglie a ritirare le figlie dalle scuole cattoliche per inserirle nelle scuole coraniche. Ironia della sorte, sciagura chiama sciagura, e se dovessero chiudere ancora istituti femminili, a rimetterci sarebbero sempre e solo le donne: le bambine e le ragazze ostacolate nel diritto all’istruzione, e le maestre che verrebbero private del loro lavoro e dei mezzi di sostentamento. Tutto ciò lascia presagire un destino comune di chiusura nell’ignoranza e sottomissione agli uomini, padroni incontrastati degli spazi pubblici e di quelli privati. Le realtà tribali del Pakistan lontane dalla modernità della capitale e dei centri cittadini di rilievo si autogovernano seguendo usi tradizionali irrispettosi dell’uguaglianza tra i sessi, umilianti e discriminatori, a dispetto della ratifica da parte dello Stato pakistano della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. A tal proposito, vige nella maggior parte del Paese il delitto d’onore. Con questo istituto sono messe a morte donne macchiate di adulterio che hanno ricoperto di vergogna la famiglia, o semplicemente donne percepite dai più come immorali. I consigli dei villaggi, detti jirga, possono inoltre avvalersi di una forma particolare di matrimonio forzato, swara, e decidere di dare una bambina sposa solo per sanare un debito di una famiglia verso un’altra. La libertà di scelta è bandita: un anno fa fece scalpore la storia di cinque ragazze pakistane di Baba Kot, villaggio del Baluchistan, sepolte vive per aver rifiutato il matrimonio combinato. La libertà religiosa è in pericolo: bambine cristiane rapite e costrette a convertirsi all’islam, cristiani perseguitati con l’accusa di aver offeso il Profeta dell’islam. Sono quasi tre milioni i cristiani in Pakistan (1,6% della popolazione), e nonostante la Costituzione all’art. 20 garantisca la libertà di culto e di gestione delle istituzioni religiose, all’art. 36 imponga la tutela dei diritti delle minoranze e all’art. 227 comma 3 vieti a tutte le leggi di incidere sulle leggi personali dei non musulmani o sul loro status di cittadini, la situazione rischia di divenire insostenibile per il 3% della popolazione che si professa induista, cristiano, sikh, buddista, bahai, animista…
Arianna Obinu
9 aprile: Algeria al voto per eleggere il Presidente
•Marzo 29, 2009 • Lascia un Commento
Tre anni e mezzo fa arrivavo ad Algeri. Le strade erano inondate di sole e tappezzate di manifesti elettorali che non recavano nomi di candidati. Le elezioni presidenziali avevano avuto luogo nel 2004, e a distanza di un anno perché tornare alle urne? Lo slogan dei manifesti era Li-ajli na’am, che traslato in gergo politico nostrano suona come un Vota sì. Svelato l’arcano, il 29 settembre 2005 la popolazione algerina era chiamata ad esprimersi in occasione di un referendum di riconciliazione nazionale. Le ragioni sono più o meno note a molti: trascorsi gli anni ’90 nella violenza dei militari e nel sangue del terrorismo di matrice islamica che si è macchiato di oltre 200.000 esecuzioni e attentati (150.000 i morti), l’Algeria “doveva” con un sì, formale e sofferto, mettersi tutto alle spalle, perdonare e ricominciare.
I dati delle urne, contestati amaramente dal fronte del rifiuto, composto dai familiari delle vittime e degli scomparsi, nonché dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani, hanno sancito con il 97,43% dei voti e un tasso di partecipazione di poco inferiore all’80% la vittoria plebiscitaria del sì.
Difficile immaginare che una società dilaniata e distrutta si ricucia con un voto referendario, con una Carta di comuni intenti (Carta per la Pace e la Riconciliazione Nazionale, approvata a seguito dei risultati del referendum) e con un’amnistia-indulto approntati dal Presidente Bouteflika e dal suo seguito.
La Carta afferma che in nome della concordia nazionale, né gli integralisti colpevoli di assassini e violenze, né le forze di polizia e dell’esercito coinvolte negli orrori della guerra civile siano perseguibili penalmente. Errori, orrori e delitti, in un istante, sono scivolati nel dimenticatoio, cancellati dalla memoria collettiva. Come calpestare la sofferenza di un popolo in nome di convenienze politiche.
Ma a trattare con gli integralisti non si ha un buon raccolto, o perlomeno in Algeria non è stato così, a giudicare dalla recrudescenza degli attentati dei “barbuti” lungo il 2007 e il 2008, e dalle limitazioni alla parità tra i sessi ancora esistenti che causano il lento sviluppo sociale.
Perdonare è rarità di cuori puri, ma mi chiedo in preda all’impotenza di fronte a simili mistificazioni della realtà sociale, come si possa perdonare senza prima aver saputo cosa è successo. E sapere che non c’è giustizia aiuta il perdono o lo allontana dai nostri cuori?
Sant’Agostino, nelle sue Lettere dice: “Nessuno può essere veramente amico dell’uomo se non è innanzitutto amico della verità”. La concordia si raggiunge al prezzo della sincerità e della comprensione reciproche, non per ferrea imposizione. Se la verità non viene a galla, impensabile supporre che l’animo si plachi, o peggio ancora, dimentichi.
Solo due settimane e l’Algeria andrà alle urne per scegliere il suo Capo di Stato. Il presidente uscente, Bouteflika, ha apportato nel novembre del 2008 una modifica alla Costituzione: l’art. 74, infatti, prevedeva l’impossibilità per il Presidente di essere eletto per più di due mandati. Come rinunciare, dopo 10 anni, al potere?
Se già le elezioni del 1999 avevano sollevato dei dubbi circa la validità dei risultati, le prossime non saranno esenti da un clima di tensione e proteste popolari. E come avvenuto nelle precedenti tornate elettorali, cavallo di battaglia di Boutef, come suole denominarlo la stampa algerina, è un vecchio ritornello sempre fresco nella mente degli elettori, la “Riconciliazione nazionale” atto III: come dire, perseverare è diabolico.
Mondo cieco, Vicolo cieco
•Marzo 17, 2009 • Lascia un Commento
Relatore dell’intervento di venerdì 6 marzo al Corso Unicef organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione e dal Comitato Provinciale dell’Unicef di Cagliari è stato il giornalista Luciano Bertozzi, esperto di questioni legate al sottosviluppo e agli armamenti. L’argomento proposto ha suscitato ampio interesse e destato nuove perplessità: i bambini soldato, amara realtà in troppi Paesi al mondo. I ritmi frenetici che contraddistinguono la nostra vita ci distolgono in modo grave dal provare indignazione verso l’uso di minori negli eserciti e nei movimenti guerriglieri impegnati a combattere assurdi conflitti. Sono stimati a 250.000 i bambini coinvolti nei combattimenti in ben 30 Paesi, dall’Angola al Congo, dalla Colombia alla Sierra Leone, dalla Cambogia al Sudan. Il fenomeno ha subito un calo negli ultimi anni, ma questo dato non può farci tirare un sospiro di sollievo, dal momento che dipende dall’esplosione o dallo spegnersi dei conflitti armati. E come accade al cane che si morde la coda, se i conflitti finiscono, quale destino attende i bambini soldato se non quello di continuare a maneggiare le armi (unica loro capacità – risorsa) unendosi a bande criminali? Ne risulta un circolo vizioso di violenza senza uscita, alla base del quale giace l’istinto di sopravvivenza. Il reclutamento di minori, soprattutto dai 14 ai 17, ma anche più piccoli, diventa una necessità per il proseguimento dei combattimenti. Le numerose perdite non potrebbero altrimenti venire sostituite, provocando l’indebolimento numerico dei signori della guerra. Rapiti mentre si recano a scuola, adescati da attente campagne ufficiali di promozione della vita militare (è questo il caso del Congo, uno dei nove Paesi al mondo che impiega minorenni nell’esercito), i bambini soldato vengono condotti nei campi d’addestramento e iniziati alla guerra. Il rito di iniziazione è traumatico: può consistere nella richiesta di uccidere un altro minore che aveva cercato la fuga dal campo. Armati di kalashnikov – bene di largo consumo in Paesi come l’Uganda in cui il costo di quest’arma è inferiore a quello di un pollo -, sono ora pronti giocoforza a combattere. I bambini soldato, spesso imbottiti di droghe, subiscono inaudite violenze, soprattutto se femmine. Le bambine, è triste dirlo, vivono una disgrazia maggiore anche in fase post-conflitto: soggette a HIV o a gravidanze indesiderate, dopo gli sfruttamenti patiti non usufruiscono del reinserimento in società. Marchiate a vita come prostitute ed emarginate, il loro cammino verso la vita risulta compromesso. I programmi di reintegrazione e rieducazione sociale di questi minori sono insufficienti. I Paesi “sviluppati” che condannano a livello internazionale lo sfruttamento minorile in contesto bellico, ivi compresa l’Italia, sono tra i maggiori esportatori d’armi, e hanno dunque l’interesse che le guerre continuino. Nuovo vicolo cieco. Armi italiane venivano usate in Sierra Leone, in Sudafrica ai tempi dell’apartheid, nell’Iraq di Saddam Hussein e nella Serbia di Milosevic. Le mine italiane, leggere e poco costose, hanno mutilato l’Angola, con l’aggravante di non essere rilevabili al metal detector. La responsabilità, ancora una volta, è anche nostra. L’economia del libero mercato stronca le attività messe in campo per sostenere e accompagnare gli ex bambini soldato verso una vita dignitosa nel loro Paese: se vengono predisposti dei corsi di cucito e si trasferisce un know how (“sapere come” si fa una cosa) alle ragazze coinvolte affinché possano ritagliarsi uno spazio lavorativo, e poi si assiste all’invasione di merci a basso costo, il lavoro che è stato impostato per loro risulta vanificato. La fame, quella che faceva prostituire per un uovo i bambini dell’ex Zaire con i caschi blu dell’ONU, li bracca come un paziente avvoltoio che aleggia sulla preda. Nuovo vicolo cieco. Un altro venerdì di riflessione, che parte dai bambini soldato e arriva al ruolo dell’informazione e dei mezzi di comunicazione, che tacciono sulla nostra brutalità, sulla sofferenza di alcuni, sulle guerre di secondaria importanza e addirittura sulle buone iniziative promosse a favore dei più deboli che non fanno audience né tanto meno devono farlo, vuoi per ragioni politiche vuoi per motivi economici.




