Gheddafi e le donne

•Giugno 17, 2009 • Lascia un Commento

Mu'amar al-GhadafiDopo quarant’anni la “Guida della grande rivoluzione della Grande Jamahiriyya (Stato delle masse) popolare e socialista”, per dirla breve, il “fratello guida” Muammar Gheddafi, è tornato in Italia. Una visita che il giornale libico Al-Gamahiriyya ha salutato come “storica”, in quanto ha inaugurato “un’epoca nuova fondata sull’amicizia tra Libia e Italia”, che in un certo senso “chiude la ferita sanguinante che il colonialismo italiano aprì nel popolo libico anni addietro”.

Il leader libico dopo il colpo di Stato e la deposizione del re Idris nel 1969, non aveva mai compiuto una visita ufficiale nel nostro Paese, e anzi il quotidiano libico sopra citato qualche tempo fa sosteneva che fosse “più facile che Gheddafi un viaggio su Saturno piuttosto che a Roma”. Le bizzarrie del presidente Gheddafi non sono certo una novità, ma dalla discesa dall’aereo alla sua partenza, lo spettacolo a cui il popolo italiano ha assistito perlomeno delle perplessità le ha suscitate. Certamente un quarto delle importazioni italiane di petrolio dipendono dalla Libia, ed è indubbio che il passato coloniale – disseminatore di espropri di terreni, confische di beni, repressione e sfruttamento della popolazione locale, deportazioni e condanne a morte -, abbia lasciato ampi strascichi. Eppure la prosopopea che ha distinto i discorsi e accompagnato ogni passo del raìs non sembra giustificabile.

In particolare, mi riferisco all’incontro con una platea di donne tenutosi all’Auditorium del Parco della Musica il 12 giugno. Forte della propria convinzione di essere “emancipatore delle donne”, Gheddafi ha citato due nomi su tutti che hanno contribuito alla grandezza culturale dell’Italia: Matilde Serao e Claudia Cardinale. Interagendo con un pubblico mormorante, ha suggerito la lettura delle opere della giornalista e narratrice napoletana, arrivando a provocare le presenti come segue: “Cercatela e leggetela (“Una fioraia”, racconto del 1883, n.d.a.). Se non ce l’avete vi mando il libro”. Parole che lasciano interdetto anche chi si è apprestato all’ascolto con animo aperto e pacifico. In contrasto con i toni ironici impiegati (“Conoscete Claudia Cardinale?”), il leader libico ha sostenuto la necessità di un cambiamento culturale e sociale del ruolo della donna, considerata mero “pezzo di mobilio” nel mondo arabo-islamico: “C’è bisogno di una rivoluzione femminile, non dobbiamo sopraffarla e commettere ingiustizie contro di lei, deve avere gli stessi diritti dell’uomo. Senza la donna, la società cammina su una gamba sola e invece deve camminare su due gambe”. Parole su cui è impossibile non essere d’accordo, anche se resta opinabile l’etica del personaggio che le ha pronunciate. Gheddafi è l’autore del Libro Verde, edito nel 1975, in cui delinea la propria concezione di democrazia diretta e di società. Nella terza parte, consacrata ai Fondamenti sociali dello Stato, il raìs dedica un paragrafo alla donna. Una fedele traduzione di alcuni passaggi del testo chiarirà al lettore il perché delle perplessità sulla reale volontà di cambiamento ispirata da Gheddafi nei suoi discorsi e nelle sue generose proposte di aiuto avanzate ai francesi per l’emancipazione della donna europea!

La donna è un essere umano, l’uomo è un essere umano; fin qui non vi è alcun punto di divergenza. Di conseguenza l’uomo e la donna sono uguali…

La donna mangia e beve come l’uomo… La donna ama e odia come l’uomo… La donna pensa apprende e capisce come l’uomo… Come l’uomo, la donna ha bisogno di un tetto, di abiti e mezzi di trasporto… Come l’uomo sente fame e sete… Come lui, la donna vive e muore. L’esistenza dell’uomo e della donna, e non unicamente dell’uomo o unicamente della donna, deve allora rispondere a una necessità naturale…

Ne consegue che nessuno dei due è identico all’altro e che l’esistenza di una differenza naturale tra uomo e donna è dimostrata dal fatto stesso che siano stati creati entrambi. (sostanzialmente segue l’elenco delle diversità “naturali”: la donna è diversa perché ha il ciclo mestruale, perché resta incinta, da alla luce i figli e li cresce)…

La rinuncia del ruolo naturale della maternità da parte della donna, così come l’affidare i bambini al nido, significa già rinunciare alla società umana e trasformarla in una società biologica basata sulla vita industriale.

Separare i bambini dalle madri e portarli al nido equivale ad assimilarli a dei pulcini, perché i nidi sono come allevamenti di volatili che ospitano i pulcini non appena si è schiuso l’uovo…

La donna che ha bisogno di un lavoro che le impedisce di svolgere il suo ruolo naturale non è libera, ma è costretta dalla necessità, e la necessità costituisce un freno alla libertà.

Rivendicare la parità tra uomo e donna nel trasporto di carichi pesanti, quando la donna è incinta, è ingiusto e crudele.

Rivendicare l’uguaglianza tra loro in occasione del digiuno (durante il mese di Ramadan sacro ai musulmani, n.d.a.) se la donna è incinta o sta allattando, è altrettanto ingiusto e crudele.

Rivendicare l’uguaglianza tra loro per i lavori infimi che ne corrompono la bellezza e ne degradano la femminilità, è ancora ingiusto e crudele…

La costituzione fisica, naturalmente differente tra uomo e donna, implica delle differenze nel funzionamento dei loro organi e conduce a una naturale differenza fisiologica tra loro, che si traduce in diversità di mentalità, spirito, sensibilità. La donna è affettuosa, bella, emotiva e paurosa. In breve, la donna è dolce e l’uomo brutale, e questo in virtù di loro innate caratteristiche.

Ignorare le differenze naturali tra uomo e donna significa confondere i loro ruoli, procede da un’attitudine contraria alla civiltà, ostile alle leggi di natura, nefasta per la vita umana e causa di miserie nella vita sociale”.

Certamente Gheddafi riterrà per una donna più femminile e “naturale”, – nonché più dinamico (in riferimento alle suppellettili!) -, il ruolo di guardia del corpo, dal momento che è circondato da ben quaranta vergini in uniforme, ben truccate e, si vocifera, agghindate con accessori Gucci! E che onore essere parte di un corpo militare così importante creato appositamente perché le donne, in fondo, sono “naturalmente” meno pericolose e ribelli dei pretoriani uomini, no?!

Fa inorridire l’apparato teorico di strumentalizzazione dei diritti della donna e di gentile aiuto all’emancipazione proveniente da personaggi eticamente corrotti e che legano alla propria insana vanità le sorti di popoli interi. Voltiamo pagina.

Arianna

Monumenti aperti…all’aperto!

•Maggio 6, 2009 • Lascia un Commento

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I giornali, all’indomani della due giorni culturale di “Monumenti aperti”, hanno parlato di 100.000 visitatori che si sono avvicendati tra palazzi storici, chiese e percorsi museali cagliaritani tra sabato 3 e domenica 4 maggio. Un successo anche per questa tredicesima edizione, baciata dal sole e premiata dalla massiccia affluenza di turisti. Gli itinerari naturalistici non sono risultati tra le mete preferite, tra cui spiccano invece la Galleria municipale d’arte e la Casa massonica di piazza Indipendenza, ma forse proprio per questo chi ha scelto di visitare la Sella del Diavolo, il colle di Sant’Ignazio o il parco di Molentargius ha avuto la fortuna di godere indisturbato di immensi spazi verdi e di un tiepido sole, avendo l’opportunità di arricchire la benefica passeggiata all’aria aperta di valide informazioni storico-culturali su questi luoghi simbolo della città di Cagliari.

Uno su tutti il Parco regionale di Molentargius (in sardo “asinaio”, legato al fatto che gli asini erano impiegati per il trasporto del sale) e l’annessa zona delle Saline, che offrono oltre mille ettari di spettacolo naturalistico: zona umida più vasta dell’isola e di rilevanza internazionale, il Parco comprende distese d’acqua dolce e salata sfruttate per l’estrazione del sale sin da epoca punica fino al 1985 (l’espansione urbana e l’inquinamento hanno determinato la chiusura degli impianti), e ospita oltre duecento specie di uccelli e la tipica vegetazione palustre. Lo sguardo spazia all’orizzonte incontrando il litorale del Poetto, in una cornice silenziosa e rilassante.

Ideale approfittare di un’escursione in bicicletta (vi è un apposito noleggio) circondati da fenicotteri rosa e fiori di campo, cercando di immaginare le macchine industriali e i canali in funzione È nel Settecento che l’attività estrattiva prese piede, a seguito della forte richiesta di sale dei Paesi del Nord Europa.

Le saline marittime costituiscono l’attività industriale dai più bassi costi di produzione: sole, vento e mare sono gli elementi di base, a cui si deve aggiungere la manodopera. Per la raccolta di centomila tonnellate di sale occorreva il lavoro di mille uomini. Se si pensa alla canicola della seconda metà d’agosto, periodo in cui il sale veniva estratto, si capisce la fatica degli operai del sale, costretti a frantumare gli agglomerati di sale a colpi di zappa e a caricare i sacchi sulle spalle. Molti morivano e la necessità di non diminuire la produzione portò all’utilizzo dei carcerati come forza lavoro coatta.

Nei pressi degli impianti d’estrazione nacque negli anni 1920-1930, la “città del sale” ispirata alla tradizione inglese della città-giardino, formata dai capannoni industriali (laboratori chimici e magazzini), dalle abitazioni degli operai e degli impiegati, dal dopolavoro (trasformato oggi nel teatro Le Saline) e dalla piccola chiesa del Santissimo Nome di Maria. Tutte le strutture sono costruite in mattoni rossi, in stile liberty, e conferiscono un aspetto particolarissimo all’area. Un Parco cittadino da vivere tutti i giorni per fare sport e passeggiate, e soprattutto aperto tutto l’anno, a differenza di alcuni monumenti abbandonati alla polvere per 363 giorni e riaperti eccezionalmente in occasione di questa manifestazione il cui nome, e in primis il suo fine, dovrebbe mutare in “Monumenti aperti tutto l’anno”!

 

Ethnikà

•Aprile 25, 2009 • Lascia un Commento

 

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L’assessorato alle Politiche Sociali, Famiglia e Immigrazione della Provincia di Cagliari organizza la terza edizione di Ethnikà, incontro tra i popoli. Il 1 maggio 2009 presso il parco di Monte Claro.

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San Giorgio, santo di cristiani e musulmani

•Aprile 21, 2009 • Lascia un Commento

 

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Cagliari. In occasione della presentazione di un libro-diario sulla Palestina, opera di Gianluca Solera, ho avuto modo di scoprire che la venerazione per san Giorgio in Terra Santa è condivisa sia dai fedeli cristiani (cattolici e ortodossi), sia dai musulmani. Finalmente, ho pensato, un aspetto che lega e unisce, invece che dividere o distinguere. La particolare spiritualità che si vive nei luoghi santi ha dato vita a una comunanza nella fede difficile anche solo a pensarsi, per chi come noi riceve gli echi dell’odio e della guerra che straziano le popolazioni della Palestina storica.

Ad assegnare un valore ancor più ampio al culto di San Giorgio, è il fatto che fosse turco di nascita e di madre palestinese, e che lottò per liberare Beirut (sic!) dalle angherie di un drago che teneva sotto assedio la città divorandone i giovani. San Giorgio, alto ufficiale dell’esercito romano, riuscì a sconfiggerlo grazie al suo coraggio, ma soprattutto grazie alla fede in Cristo. Proprio la conversione, a cui fecero seguito la liberazione degli schiavi e la donazione dei suoi beni agli indigenti, fu causa delle persecuzioni che subì ad opera dei Romani di Diocleziano, che finirono per torturarlo e decapitarlo a Nicomedia, il 23 aprile del 303. La fede, infatti, unisce al di là della provenienza geografica, al di là della nazionalità delle persone, innestando nuovi e più universali legami tra i credenti.

Il martire Giorgio fu così apprezzato per la generosità e la forza morale cui improntò la sua vita, che a partire dal XII secolo gli inglesi lo riconobbero Santo Patrono nazionale, adottandone il drappo caratterizzato da una croce rossa su sfondo bianco.

Sebbene San Giorgio visse circa quattro secoli prima della nascita dell’islam, la sua fama in Palestina era sempre viva nel VII secolo, tanto più che la sua salma fu portata al paese in cui era cresciuto, Lod (oggi Lydda, in territorio israeliano), e la sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggio. Sopra la tomba del santo sorge oggi una chiesa ortodossa omonima, costruita a fianco di una moschea anch’essa dedicata a San Giorgio (al-Khadr) e Omar.

San Giorgio è noto presso gli arabi cristiani come al-Khadr (il “verde”). È il santo che porta l’acqua e la fertilità, che protegge dai mali e guarisce dalle infermità. In tutta la Palestina il 23 febbraio si festeggia la nascita di al-Khadr, in corrispondenza dei riti tradizionali di apertura della stagione primaverile e dei lavori nei campi, il che non è casuale, se si riflette anche sull’etimo di Giorgio, nome derivante dal greco che significa letteralmente “lavoratore dei campi”. San Giorgio è presente nella vita quotidiana dei cristiani palestinesi: il rumore del tuono ricorda il cavallo bianco del santo al galoppo; se cade il pane da tavola, è segno che San Giorgio vuol essere invitato a condividere la mensa; quando viene costruita una casa, si appone una lastra con un’immagine relativa alle storie del santo, allo stesso modo in cui i musulmani apporrebbero una lastra raffigurante la sacra Ka’bah sita a La Mecca. Per i musulmani, al-Khadr è il profeta Elia, citato nel Corano come guida suprema di Mosé nella via della saggezza (cf. Sura XVIII, La Caverna).

Quel che risulta più interessante, però, è la grande Festa in onore del santo che ha luogo annualmente, nel mese di maggio, nel villaggio di al-Khader, nel distretto di Betlemme. È una festa che accomuna musulmani e ortodossi, nelle offerte votive, nella preghiera e nel momento conviviale all’aperto, all’ombra degli ulivi. I fedeli cristiani giungono in processione da Betlemme e da altri centri vicini, portando al santo piccoli oggetti o offrendogli sacrifici animali (abitualmente agnelli) nel cortile della chiesa: il sangue dell’animale sacrificato viene conservato e portato via in ampolle, perché protegga il focolare domestico. I musulmani accolgono all’ingresso i pellegrini, offrono anch’essi in sacrificio un animale (in alcuni casi vivo, il che non è accettato dall’ortodossia islamica) e poi entrano in chiesa a pregare: vi è un quadro di San Giorgio posto in direzione de La Mecca che funge da qibla, ossia da “direzione” per la preghiera.

Un giorno di condivisione profonda che affonda le sue radici in secoli di rispetto reciproco e abitudine alla multireligiosità e multietnicità delle genti di una Terra santa culla di tante civiltà e ingiustamente, e per meri fini politici, abbandonata alla legge dell’arroganza e del predominio.

 

Arianna

 

 

 

 

Pakistan: diritti calpestati

•Aprile 7, 2009 • Lascia un Commento

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Pakistan: una ragazza frustata in pubblico. 34 colpi ben assestati da un barbuto con il volto coperto aiutato da due giovani, uno dei quali fratello della vittima. La giovane, sposata, è stata accusata di avere una relazione con un altro uomo, e per tale ragione fermata e punita in modo esemplare sulla base di meri sospetti. I protagonisti della violenza hanno dichiarato che alla giovane è stata risparmiata la denuncia ai Tribunali religiosi, che prevedono per simili reati la pena della lapidazione. È passato un mese da quando nella zona nordoccidentale del Pakistan è entrata in vigore la Legge islamica, la sharì’a, e questa raccapricciante esecuzione sembra suggerire che l’applicazione di suddetta Legge funziona, e mettere in guardia i cittadini da comportamenti inammissibili al setaccio dell’etica religiosa islamica. Roccaforte talebana al confine con l’Afghanistan, la regione montagnosa della Valle dello Swat è protagonista di una guerriglia contro il governo regionale e di attacchi alle truppe Nato di stanza in Afghanistan che si sono placati a seguito della tregua pattuita a fine febbraio che ha portato all’introduzione della Legge islamica quale contropartita alla fine delle ostilità. Tempi difficili per le donne e per la gente dello Swat: da regione turistica tra le più suggestive del Pakistan (piste da sci e foreste incantevoli) a covo di terroristi autoritari che ora hanno carta bianca per instaurare un “regime” retto su corti islamiche ed epurazione dalle tentazioni sataniche, dalla musica alle donne: obbligate a portare il burqa e costrette all’invisibilità sociale, le donne non potranno più parlare in pubblico né andare a giro da sole. Tempi duri anche per le comunità religiose cattoliche e protestanti che risiedono nell’area, intimorite dagli attentati a scuole e negozi, e prive di garanzie sul rispetto dei propri diritti. Oltre 160 le scuole bombardate, soprattutto istituti femminili retti da missionari: il Convent Girls’ School delle suore carmelitane srilankesi è saltata in aria nel settembre scorso, dopo mesi di minacce ad opera di un gruppo estremista islamico, il Jan Nisaran-e-Islam, che accusava le missionarie di proselitismo e di corruzione morale delle allieve musulmane, ed esortava (eufemisticamente) le famiglie a ritirare le figlie dalle scuole cattoliche per inserirle nelle scuole coraniche. Ironia della sorte, sciagura chiama sciagura, e se dovessero chiudere ancora istituti femminili, a rimetterci sarebbero sempre e solo le donne: le bambine e le ragazze ostacolate nel diritto all’istruzione, e le maestre che verrebbero private del loro lavoro e dei mezzi di sostentamento. Tutto ciò lascia presagire un destino comune di chiusura nell’ignoranza e sottomissione agli uomini, padroni incontrastati degli spazi pubblici e di quelli privati. Le realtà tribali del Pakistan lontane dalla modernità della capitale e dei centri cittadini di rilievo si autogovernano seguendo usi tradizionali irrispettosi dell’uguaglianza tra i sessi, umilianti e discriminatori, a dispetto della ratifica da parte dello Stato pakistano della Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. A tal proposito, vige nella maggior parte del Paese il delitto d’onore. Con questo istituto sono messe a morte donne macchiate di adulterio che hanno ricoperto di vergogna la famiglia, o semplicemente donne percepite dai più come immorali. I consigli dei villaggi, detti jirga, possono inoltre avvalersi di una forma particolare di matrimonio forzato, swara, e decidere di dare una bambina sposa solo per sanare un debito di una famiglia verso un’altra. La libertà di scelta è bandita: un anno fa fece scalpore la storia di cinque ragazze pakistane di Baba Kot, villaggio del Baluchistan, sepolte vive per aver rifiutato il matrimonio combinato. La libertà religiosa è in pericolo: bambine cristiane rapite e costrette a convertirsi all’islam, cristiani perseguitati con l’accusa di aver offeso il Profeta dell’islam. Sono quasi tre milioni i cristiani in Pakistan (1,6% della popolazione), e nonostante la Costituzione all’art. 20 garantisca la libertà di culto e di gestione delle istituzioni religiose, all’art. 36 imponga la tutela dei diritti delle minoranze e all’art. 227 comma 3 vieti a tutte le leggi di incidere sulle leggi personali dei non musulmani o sul loro status di cittadini, la situazione rischia di divenire insostenibile per il 3% della popolazione che si professa induista, cristiano, sikh, buddista, bahai, animista…

Arianna Obinu

9 aprile: Algeria al voto per eleggere il Presidente

•Marzo 29, 2009 • Lascia un Commento

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Tre anni e mezzo fa arrivavo ad Algeri. Le strade erano inondate di sole e tappezzate di manifesti elettorali che non recavano nomi di candidati. Le elezioni presidenziali avevano avuto luogo nel 2004, e a distanza di un anno perché tornare alle urne? Lo slogan dei manifesti era Li-ajli na’am, che traslato in gergo politico nostrano suona come un Vota sì. Svelato l’arcano, il 29 settembre 2005 la popolazione algerina era chiamata ad esprimersi in occasione di un referendum di riconciliazione nazionale. Le ragioni sono più o meno note a molti: trascorsi gli anni ’90 nella violenza dei militari e nel sangue del terrorismo di matrice islamica che si è macchiato di oltre 200.000 esecuzioni e attentati (150.000 i morti), l’Algeria “doveva” con un , formale e sofferto, mettersi tutto alle spalle, perdonare e ricominciare.

I dati delle urne, contestati amaramente dal fronte del rifiuto, composto dai familiari delle vittime e degli scomparsi, nonché dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani, hanno sancito con il 97,43% dei voti e un tasso di partecipazione di poco inferiore all’80% la vittoria plebiscitaria del .

Difficile immaginare che una società dilaniata e distrutta si ricucia con un voto referendario, con una Carta di comuni intenti (Carta per la Pace e la Riconciliazione Nazionale, approvata a seguito dei risultati del referendum) e con un’amnistia-indulto approntati dal Presidente Bouteflika e dal suo seguito.

La Carta afferma che in nome della concordia nazionale, né gli integralisti colpevoli di assassini e violenze, né le forze di polizia e dell’esercito coinvolte negli orrori della guerra civile siano perseguibili penalmente. Errori, orrori e delitti, in un istante, sono scivolati nel dimenticatoio, cancellati dalla memoria collettiva. Come calpestare la sofferenza di un popolo in nome di convenienze politiche.

Ma a trattare con gli integralisti non si ha un buon raccolto, o perlomeno in Algeria non è stato così, a giudicare dalla recrudescenza degli attentati dei “barbuti” lungo il 2007 e il 2008, e dalle limitazioni alla parità tra i sessi ancora esistenti che causano il lento sviluppo sociale.

Perdonare è rarità di cuori puri, ma mi chiedo in preda all’impotenza di fronte a simili mistificazioni della realtà sociale, come si possa perdonare senza prima aver saputo cosa è successo. E sapere che non c’è giustizia aiuta il perdono o lo allontana dai nostri cuori?

Sant’Agostino, nelle sue Lettere dice: “Nessuno può essere veramente amico dell’uomo se non è innanzitutto amico della verità”. La concordia si raggiunge al prezzo della sincerità e della comprensione reciproche, non per ferrea imposizione. Se la verità non viene a galla, impensabile supporre che l’animo si plachi, o peggio ancora, dimentichi.

Solo due settimane e l’Algeria andrà alle urne per scegliere il suo Capo di Stato. Il presidente uscente, Bouteflika, ha apportato nel novembre del 2008 una modifica alla Costituzione: l’art. 74, infatti, prevedeva l’impossibilità per il Presidente di essere eletto per più di due mandati. Come rinunciare, dopo 10 anni, al potere?

Se già le elezioni del 1999 avevano sollevato dei dubbi circa la validità dei risultati, le prossime non saranno esenti da un clima di tensione e proteste popolari. E come avvenuto nelle precedenti tornate elettorali, cavallo di battaglia di Boutef, come suole denominarlo la stampa algerina, è un vecchio ritornello sempre fresco nella mente degli elettori, la “Riconciliazione nazionale” atto III: come dire, perseverare è diabolico.

 

Mondo cieco, Vicolo cieco

•Marzo 17, 2009 • Lascia un Commento

enfant soldatRelatore dell’intervento di venerdì 6 marzo al Corso Unicef organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione e dal Comitato Provinciale dell’Unicef di Cagliari è stato il giornalista Luciano Bertozzi, esperto di questioni legate al sottosviluppo e agli armamenti. L’argomento proposto ha suscitato ampio interesse e destato nuove perplessità: i bambini soldato, amara realtà in troppi Paesi al mondo. I ritmi frenetici che contraddistinguono la nostra vita ci distolgono in modo grave dal provare indignazione verso l’uso di minori negli eserciti e nei movimenti guerriglieri impegnati a combattere assurdi conflitti. Sono stimati a 250.000 i bambini coinvolti nei combattimenti in ben 30 Paesi, dall’Angola al Congo, dalla Colombia alla Sierra Leone, dalla Cambogia al Sudan. Il fenomeno ha subito un calo negli ultimi anni, ma questo dato non può farci tirare un sospiro di sollievo, dal momento che dipende dall’esplosione o dallo spegnersi dei conflitti armati. E come accade al cane che si morde la coda, se i conflitti finiscono, quale destino attende i bambini soldato se non quello di continuare a maneggiare le armi (unica loro capacità – risorsa) unendosi a bande criminali? Ne risulta un circolo vizioso di violenza senza uscita, alla base del quale giace l’istinto di sopravvivenza. Il reclutamento di minori, soprattutto dai 14 ai 17, ma anche più piccoli, diventa una necessità per il proseguimento dei combattimenti. Le numerose perdite non potrebbero altrimenti venire sostituite, provocando l’indebolimento numerico dei signori della guerra. Rapiti mentre si recano a scuola, adescati da attente campagne ufficiali di promozione della vita militare (è questo il caso del Congo, uno dei nove Paesi al mondo che impiega minorenni nell’esercito), i bambini soldato vengono condotti nei campi d’addestramento e iniziati alla guerra. Il rito di iniziazione è traumatico: può consistere nella richiesta di uccidere un altro minore che aveva cercato la fuga dal campo. Armati di kalashnikov – bene di largo consumo in Paesi come l’Uganda in cui il costo di quest’arma è inferiore a quello di un pollo -, sono ora pronti giocoforza a combattere. I bambini soldato, spesso imbottiti di droghe, subiscono inaudite violenze, soprattutto se femmine. Le bambine, è triste dirlo, vivono una disgrazia maggiore anche in fase post-conflitto: soggette a HIV o a gravidanze indesiderate, dopo gli sfruttamenti patiti non usufruiscono del reinserimento in società. Marchiate a vita come prostitute ed emarginate, il loro cammino verso la vita risulta compromesso. I programmi di reintegrazione e rieducazione sociale di questi minori sono insufficienti. I Paesi “sviluppati” che condannano a livello internazionale lo sfruttamento minorile in contesto bellico, ivi compresa l’Italia, sono tra i maggiori esportatori d’armi, e hanno dunque l’interesse che le guerre continuino. Nuovo vicolo cieco. Armi italiane venivano usate in Sierra Leone, in Sudafrica ai tempi dell’apartheid, nell’Iraq di Saddam Hussein e nella Serbia di Milosevic. Le mine italiane, leggere e poco costose, hanno mutilato l’Angola, con l’aggravante di non essere rilevabili al metal detector. La responsabilità, ancora una volta, è anche nostra. L’economia del libero mercato stronca le attività messe in campo per sostenere e accompagnare gli ex bambini soldato verso una vita dignitosa nel loro Paese: se vengono predisposti dei corsi di cucito e si trasferisce un know how (“sapere come” si fa una cosa) alle ragazze coinvolte affinché possano ritagliarsi uno spazio lavorativo, e poi si assiste all’invasione di merci a basso costo, il lavoro che è stato impostato per loro risulta vanificato. La fame, quella che faceva prostituire per un uovo i bambini dell’ex Zaire con i caschi blu dell’ONU, li bracca come un paziente avvoltoio che aleggia sulla preda. Nuovo vicolo cieco. Un altro venerdì di riflessione, che parte dai bambini soldato e arriva al ruolo dell’informazione e dei mezzi di comunicazione, che tacciono sulla nostra brutalità, sulla sofferenza di alcuni, sulle guerre di secondaria importanza e addirittura sulle buone iniziative promosse a favore dei più deboli che non fanno audience né tanto meno devono farlo, vuoi per ragioni politiche vuoi per motivi economici.

“I poveri non ci lasciano dormire”

•Marzo 10, 2009 • Lascia un Commento

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Da tre settimane ha preso avvio a Cagliari il corso di Educazione allo Sviluppo “Un impegno visibile per i bambini invisibili”, organizzato dall’Unicef e rivolto a studenti, educatori e operatori sociali. Il programma dell’edizione 2009 verterà sui diritti del fanciullo e sulle esperienze Unicef nel mondo, e i relatori chiamati a intervenire si confronteranno su diverse tematiche: dalla drammatica situazione dei bambini soldato al problematico inserimento dei bambini di etnia rom in Italia, dalla condizione dei minori stranieri non accompagnati nel nostro Paese al traffico dei bambini nell’Africa Occidentale, dall’impegno dell’Unicef nella lotta contro l’HIV alla dissertazione sulla nonviolenza come scelta morale di vita tesa al rifiuto attivo del male e non ad una sua accettazione passiva. Ospite dell’Unicef al secondo appuntamento è stato padre Franco Moretti, direttore del mensile dei missionari comboniani Nigrizia.

La congregazione dei comboniani svolge dal XIX secolo attività di evangelizzazione e sostegno ai poveri e alle fasce deboli della popolazione, promuove la pace e la giustizia sull’esempio del suo fondatore, Daniele Comboni, attivo in Sudan contro la schiavitù europea a metà del 1800, poi canonizzato santo, nel 2003, da Papa Wojtyla. Convinto che “L’Africa si deve salvare con l’Africa”, ovvero che gli africani dovessero avere l’opportunità di formazione educativa e professionale atta alla gestione autonoma di se stessi, Comboni portò “la sua croce” fino a morire a seguito di un’epidemia di vaiolo e tifo fulminante che fece strage di sudanesi e missionari. Eppure, il seme era germogliato. Dall’Italia i comboniani furono invano richiamati, il loro lavoro era tra gli africani, la missione doveva andare avanti. E di missioni ne sono nate altre in tutta l’Africa nera, che ancora oggi affrontano le fatiche di Paesi e popoli dilaniati da guerre fratricide, carestie e sofferenze.

Padre Moretti ha raccontato la sua vita in Kenya tra i kenioti. Partito la prima volta sulla fine degli anni ‘70, ha vissuto un decennio tra i kikuyu, il gruppo etnico dell’uomo simbolo della lotta coloniale keniota contro gli inglesi, Jomo Kenyatta, e vi ha fatto ritorno nel 1994, aprendo la missione nel Distretto Turkana (nord-est del Kenya) abitato da gruppi di nomadi.

Padre Moretti ha raccontato soprattutto di questa seconda lunga esperienza tra i turkana, tragica al punto da farlo commuovere, così partecipata da liberare intense emozioni anche nei presenti. Paese povero dicevo, ma forse dir questo non è preciso. Il Kenya è diventato povero, per lo sfruttamento coloniale subito e per le guerre che lo hanno lacerato. E la fame è diventata una malattia difficile da combattere, si è fatta emergenza cronica. Ma un’emergenza non può per definizione essere permanente. E se lo diventa, il povero diventa “carnefice” di chi lo aiuta, sia perché pretenderà quell’aiuto per sempre e quando verrà a mancare sarai tu il “responsabile” dell’ineluttabile destino che lo attende, sia perché, stretto da un rapporto di dipendenza, il povero non avrà mai più in mano le redini della sua vita, non sarà più capace di sollevarsi dall’apatia originata, paradossalmente, dal prolungarsi degli aiuti. Parliamo di una particolare categoria di poveri: circa un milione di persone a rischio vita per la povertà. E il pensiero che dall’oggi al domani non ci siano più, come può farci dormire sogni tranquilli? Certamente il problema è così grande da non poter essere risolto con i sensi di colpa. Dimezzare entro il 2015 la proporzione della popolazione mondiale il cui reddito è inferiore ad un dollaro al giorno e di coloro che soffrono la fame, del resto, è un obiettivo (tra i noti Obiettivi del Millennio sottoscritti nel 2000 dai capi di Stato di tutto il mondo) di alta responsabilità.

Ma è sufficiente lavarsi la coscienza con un messaggino del cellulare a favore di un’iniziativa benefica? Cosa possiamo fare noi da qui?

Padre Moretti ha dato un suggerimento, in linea con il rispetto della dignità di tutti i popoli, realistico e fattibile. Sono popoli, quelli dell’Africa che soffre, di grande potenziale intellettivo, in vivace fermento. Ne sia prova la redazione della nuova Costituzione keniota, nata dal basso attraverso un lungo processo di condivisione popolare, e non scritta a tavolino da esperti giuridici. La partecipazione e la volontà di essere protagonisti nella storia del proprio Paese, di veder maturare i frutti di un’era nuova sono il punto di partenza da cui dobbiamo partire noi che viviamo nella parte di mondo più “facile”: e allora? Mettiamoci in contatto con i giovani africani, solidarizziamo con loro, scambiamoci le nostre energie e dialoghiamo! Accorciamo le distanze di questo mondo così grande, ridiamo a ogni sua parte il rispetto e la dignità che le sono propri.

 

Arianna Obinu

 

Carnevale o Carnevalata?

•Febbraio 20, 2009 • Lascia un Commento

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(nella scritta: “Ben Ali ti amo”)

 

Il Carnevale, si sa, trae origine dai Saturnali dell’antica Roma in onore del re Saturno, feste di riposo dal lavoro agricolo, di spettacoli e bagordi. Nell’Europa di epoca medievale, il cristianesimo tentò di inserire in una cornice religiosa l’evento “pagano”, al fine di arginarne gli aspetti maggiormente irriverenti, così il Carnevale passò a rappresentare un periodo di trasgressione e animate celebrazioni precedente il tempo di Quaresima, in cui la cristianità rinuncia alla carne. Di qui l’ipotesi della derivazione etimologica del termine Carnevale da “carnem levare”, o da carnem vale”, ossia “Addio carne!”.

L’originaria essenza farsesca del Carnevale, – evento caratterizzato da mascheramenti e follia dei partecipanti, dal ribaltamento delle gerarchie sociali e dall’instaurazione di un mondo alla rovescia per tutta la sua durata -, è cambiata nel tempo, e ogni comunità ne ha espresso un’interpretazione originale e consona alle proprie tradizioni. Così lungo la penisola italiana si passa dalla lotta con le arance di Ivrea all’incantevole sfilata di Viareggio, dalle eleganti maschere di Venezia ai carri allegorici di Putignano, in un rincorrersi di colori, musica e allegria.

Il Carnevale sardo, anch’esso ricco di varianti da una parte all’altra dell’isola, si distingue in certe sue espressioni più ancestrali dai carnevali in cui la satira e la burla la fanno da padroni. Se a Oristano la Sartiglia è un momento tutt’altro che dissacrante, e le maschere dei partecipanti alla giostra incutono il rispetto reverenziale dovuto a esseri sospesi tra la realtà mitica e quella sacra, a Ula Tirso “S’Urtzu” è la rappresentazione di una divinità che scacciava gli spiriti del male e propiziava un buon raccolto. Ad ognuno il suo carnevale, quindi, in un intreccio di tradizioni comuni o distanti tra loro, ma tutte portatrici di un senso di identità storico-sociale.

Immaginavo, erroneamente, che nel mondo arabo non esistesse una festa simile al nostro Carnevale. Di fatto conoscevo le giostre equestri del Marocco, in cui abili cavalieri delle tribù guerriere gareggiano nel tiro con l’arco o nella simulazione di cariche militari, ma date le origini greco-romane dei festeggiamenti carnascialeschi, non sapevo che dall’altra parte del Mediterraneo, – ancora una volta mare che accomuna e non divide -, si festeggiasse un sontuoso carnevale, per di più l’unico in tutto il mondo arabo, e l’unico in terra africana. Ne è protagonista la cittadina costiera di Sousse, in Tunisia, che con questo evento rende omaggio all’antico Dio del mare, Aoussou, che dalla notte dei tempi procura ai rivieraschi vita e salute. L’occasione di festa, organizzata in estate, è diventata un appuntamento ufficiale dal 1958, quale inaugurazione della stagione estiva e rappresentazione delle conquiste sociali, politiche ed economiche del Stato tunisino, assumendo particolare rilievo a partire dal 1987, ovvero dalla salita al potere del presidente Ben Ali.

Lo spirito di Aoussou, che il mito vuole abiti nel mare, attraverso le onde continua ad accarezzare la sabbia della spiaggia di Sousse, garantisce l’osmosi tra terra e acqua, tra passato e modernità. Per questo ogni anno, il 24 luglio, i cittadini di Sousse rinnovano l’appuntamento con la divinità marina, dando mostra di grande creatività e talento, ricordando la storia del Paese, da epoca fenicia terra di conquista in cui si sono avvicendati Romani, Vandali, Bizantini, Arabi e, per finire, i Francesi.

Una riflessione è d’obbligo. Rispetto ai nostri Carnevali, che tendono a evidenziare e prendersi gioco dell’epopea politica locale o nazionale, quello di Sousse, sotto un mirato progetto statale, si è involuto oltre che in una forma di attrazione turistica, in una commemorazione gagliarda dei meriti del Presidente della Repubblica tunisina: non sono ammesse critiche del resto, nella pur democratica Tunisia. E allora, festa, farina e forca… Buon Carnevale!

 

Arianna Obinu

 

 

Partire è un po’ morire

•Febbraio 3, 2009 • Lascia un Commento

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Lampedusa nell’occhio del ciclone. La settimana scorsa il Cpa (Centro di prima accoglienza) ospitava oltre 1.800 persone in una struttura che ha una capienza massima di 800 posti letto. Lo stato di emergenza ormai è cronico, non si limita più soltanto ai mesi estivi. I barconi continuano a raggiungere le coste italiane, carichi di persone tutte ugualmente animate dalla speranza di una possibilità di vita migliore. Altri 150 migranti di nazionalità somala domenica primo febbraio hanno raggiunto sani e salvi Porto Palo, estrema punta meridionale della Sicilia, grazie all’intervento puntuale della Guardia Costiera che li ha salvati da un naufragio sicuro viste le avverse condizioni del mare. Gruppi di migranti provenienti dalla Tunisia hanno invece raggiunto l’isola di Linosa, per poi essere trasferiti in Centri di permanenza temporanea della penisola: dalle dichiarazioni rilasciate alle Forze dell’ordine, i giovani maghrebini avrebbero affermato di essere al corrente dei rimpatri immediati in corso nella vicina Lampedusa, e di aver tentato un altro approdo per questa ragione. Malta, forse a causa della linea dura prospettata dal Governo italiano, si è trovata a dover accogliere una nuova ondata di arrivi: 300 gli africani sbarcati da un peschereccio la scorsa notte. Eppure le leggi a Malta sono più rigide che da noi: l’Immigration Act stabilisce che ogni immigrato senza valido permessoo di soggiorno compie un illecito amministrativo per il quale è prevista una detenzione di 18 mesi. Un anno e mezzo di trattenimento coatto, rispetto al trattenimento amministrativo temporaneo degli altri Paesi UE, è davvero eccessivo, e lo hanno segnalato tra gli altri Amnesty International e l’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (UNHCR), seppure l’indignazione a più riprese sollevata non abbia evitato che l’esempio di Malta facesse scuola e fosse esteso tramite direttiva della Commissione europea a tutti gli altri Stati europei. Persone che hanno lasciato alle spalle il proprio Paese, le proprie famiglie, in molti casi mogli e figli, pur di raggiungere l’Europa e cercare una strada che li porti alla libertà: nei loro Paesi devastati dalla guerra, inariditi da longeve dittature, corrosi da sistemi clientelari e privati dell’esercizio dei diritti umani fondamentali dalla violenza imperante, quale futuro intravedere? Persone, numerose ai nostri occhi, ma minoranze rispetto a chi resta nel Paese d’origine, che si accingono ad affrontare anche la morte, coscienti delle difficoltà di una vita che non gli ha forse mai sorriso. Richiedenti asilo o migranti comuni, tutti sono accomunati da un destino nomade, tutti sono lacerati da un amor di patria che da quella stessa patria li porta ad allontanarsi. Le canzoni dei migranti riecheggiano oggi come ieri: di una in particolare ricordo – nel senso etimologico di “riavere nel cuore”, considerato antica sede della memoria – il testo, emozionante e universale, che accomuna tutti coloro che nella propria vita si sono trovati nella condizione di lasciare il proprio paese per emigrare altrove. La canzone si intitola Ya rayah (O viaggiatore) ed è stata composta dall’algerino Dahmane El – Harrachi, emigrato da giovane in Francia, per poi essere cantata da molti noti cantanti del panorama musicale arabo – maghrebino. Il testo recita più o meno così: “O te che parti, dove viaggi? Ti stancherai e tornerai/ Quanti si sono pentiti di averlo fatto prima di te e prima di me?/ Quanti paesi popolosi e terre deserte hai visto? Quanto tempo hai già perso e quanto ancora continuerai a perderne?/ Non sei stanco di correre? Rinvii l’appuntamento con il destino e non capisci perché il tuo cuore è triste/ i giorni non sono infiniti e neanche la tua e la mia giovinezza lo sono./O tu che dormi su quel che ti accade, ciò che succede a te è successo a me: il mio cuore freme chiaramente”. Destino amaro talvolta, occorre ammetterlo, ma ciascuno avrà pure diritto di giocarsi la sua carta e di sperimentare su di sé l’eventuale amarezza che la scelta di partire comporta? I candidati alla partenza hanno spesso progetti tortuosi di riuscita nel Paese in cui approdano, sono oberati da responsabilità che travalicano l’individuo e riguardano gruppi interi di persone rimaste nel Paese d’origine speranzose nel successo del viaggio e nelle rimesse inviate loro dall’estero. La lacerazione tra ciò che si lascia e ciò cui si va incontro permane a lungo nel migrante, l’incognita del futuro incute timore, ma questo timore è vissuto con la consapevolezza che il viaggio sia la scelta giusta: il viaggio è al contempo speranza di vita e la speranza di una vita.

Arianna Obinu